Shaun Tan e la vera essenza dell’IO

Shaun Tan. L’artista più talentoso. L’illustratore più poliedrico. Il grafico che fa della sperimentazione un dogma, uno stile, un’inclinazione a servizio degli scenari onirici che rendono palpabili le sue visioni costantemente attraversate da metafore rivolte a far emergere la vera essenza dell’essere umano, del suo io più segreto, più profondo eppure al tempo stesso più elevato; in un amalgamarsi tra allegorie e simbolismi, veicoli in grado di far riemergere emozioni dimenticate, debolezze inconfessabili, speranze struggenti, così come intensa e tormentata è la ricerca, la voglia di amore, unico totem dell’esistenza.

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Dolores O’Riordan e quei demoni in agguato

«Questa non è Hollywood, come ho ben capito». Dalle campagne irlandesi ai palchi più prestigiosi del pianeta terra. Dalla solitudine assordante ai riflettori di tutto il mondo puntati addosso, ossessivi, impietosi. Dalla luce all’oscurità. La vita di Dolores O’Riordan è iniziata come una ossessiva corsa a compimento di una predestinazione, per quindi diventare un’allucinata fuga nel tentativo di respingere l’attenzione morbosa di chi la vedeva come una sorta di miracolo vivente e al tempo stesso un inseguimento angosciato e angoscioso teso ad afferrare quel miraggio di pace, destinato a svanire ogni volta che prendeva forma davanti ai suoi occhi. 

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La tragedia di essere Mark Rothko

«La gente che davanti ai miei dipinti piange compie la stessa esperienza religiosa che io compio quando li dipingo». Atmosfere immateriali, contraddistinte da composizioni di colori rettangolari, sfumati in cui prevale l’assenza di un soggetto identificabile. Il mito di Mark Rothko inizia da questo principio per quindi immergersi in un viaggio oltre i confini della vista, quasi i suoi colori potessero avvolgere l’osservatore rivelandogli segreti inconfessabili, emozioni assolute. Un linguaggio astratto solo apparentemente, perché nei dipinti di Rothko c’è il dramma, l’illusione, l’intimità, il miraggio, la consapevolezza, la tragedia della vita.

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Antebellum, il passato che non muore

«Il passato non muore mai. Non è neanche passato». La citazione di William Faulkner che apre il sipario di “Antebellum” conduce lo spettatore all’interno di una porzione di quell’America nera, crudele, folle e irrisolta che aleggia in ogni suo romanzo. Quell’America è trapiantata anche in “Antebellum”. Una piantagione di cotone confiscata dall’esercito confederato. Schiavi di colore maltrattati, marchiati, se ritenuto necessario uccisi. Una bellissima donna, Eden, che oltre a lavorare nei campi è domestica e concubina del capo di quel luogo di dolore. Tutto suggerisce un’epoca storica che non è. Perché Eden è Veronica Henley, moglie e madre realizzata, oltre che attivista che si batte contro il razzismo e i diritti delle donne. 

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La doppia vita di Veronica, la tragedia nel destino

Sensazioni che si ripetono, quasi fossero dei moniti a cui è impossibile sfuggire. Presentimenti che si allacciano all’anima, stritolandola. Sentimenti impossibili da definire, irrazionali, privi di sostanza eppure densi di spessore. “La doppia vita di Veronica” parla attraverso l’inconscio / subconscio di Krzysztof Kieślowski, il quale dà vita a una pellicola criptica, onirica,   surreale, metaforica. Legato al “impero del caso e delle coincidenze”, ma allo stesso tempo ossessionato dal destino; il regista polacco delinea due persone che convergono in una sola: Weronika a Lodz e Véronique a Clermont-Ferrand vivono entrambe la stessa vita, nella stessa sembianza.

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Cani neri, l’abisso del male

«La verità è che ci amiamo, non abbiamo mai smesso, per noi è un’ossessione. Solo abbiamo fallito in un punto. Non siamo riusciti a vivere. Non abbiamo saputo mettere da parte l’amore, ma nemmeno piegarci al suo potere». Nel suo quinto romanzo, “Cani Neri”, Ian McEwan si immerge in una storia intensa, scandita da salti temporali, attraversata da echi mai sopiti, densa di suggestioni in cui la storia, l’amore, il male, gli ideali si mescolano fino a dar forma a una nube oscura, destinata a gravare sul destino dei personaggi. 

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The Tree Of Life: la via della resurrezione

«Sono stati loro a condurmi alla tua porta».

«Ci sono due vie per affrontare la vita: la via della Natura e la via della Grazia. Tu devi scegliere quali delle due seguire. La Grazia non mira a compiacere se stessa. Accetta di essere disprezzata, dimenticata, sgradita. Accetta insulti e oltraggi. La Natura vuole solo compiacere se stessa e spinge gli altri a compiacerla. Le piace dominare, le piace fare a modo suo. Trova ragioni di infelicità quando tutto il mondo risplende intorno a lei e l’amore sorride in ogni cosa. Ci hanno insegnato che chi ama la via della Grazia non ha ragione di temere. Io ti sarò fedele, qualsiasi cosa accada». Il sipario di The Tree of Life si apre con questo concetto universale, destinato a diventare anche scheletro, cuore, anima di una storia che abbraccia la vita nella sua interezza, verrebbe da dire “nei secoli dei secoli”, intrecciandosi con la vicenda familiare di una famiglia texana di ceto medio, devotamente cristiana degli anni ’50. 

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Raffaello, il Messia dell’arte

«Qui giace Raffaello, dal quale fin che visse la Natura temette di esser vinta; e quando morì temette di morire insieme a lui». 

Raffaello. L’emblema della completezza artistica capace di fondere natura e grazia nel culto della bellezza ideale, armonica, assoluta. Raffaello. Il talento precoce, raffinato e drammatico, proteso a imporre nuovi limiti alla perfezione, il genio sacrificale, instancabile nel lavoro al punto da dipingere anche nel sonno, anche nei sogni, suoi e dell’umanità. Raffaello. L’uomo divenuto “divinonella morte tanto da spingere i contemporanei a paragonarlo a una reincarnazione di Cristo in quanto come lui era morto di Venerdì Santo.

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Harry Houdini, il visionario della magia

«Se c’è un modo per tornare indietro dall’aldilà, io lo troverò».

La smania di incantare le folle, di regalare un sogno ad occhi aperti, di evadere da carceri e miseria, di scardinare manette e miraggi, di emergere da casse sommerse e utopie. Primordiale era la passione che avvicinava Harry Houdini a ogni sfida; si trattasse di un gioco di prestigio, di un trucco da mago, di una traversata da aviatore, di una prova da cineasta; quanto ancestrale era l’amore che lo legava alla madre; tanto da avvicinarlo al mondo dello spiritismo, da desiderare di uscirne sconfitto, per una volta almeno, affinché qualcuno dimostrasse che esiste un aldilà abitato da spiriti, un luogo in cui la magia non è in balia ad abilità, bensì di forze occulte, superiori, persino a lui stesso. 

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Gli amanti, il bacio della morte di Magritte

René François Ghislain Magritte nasce il 21 novembre del 1898 a a Lessines, una piccola città a Ovest di Bruxelles. Primo nato di tre fratelli, il padre Léopold era un sarto che commerciava in tessuti, mentre la madre, Régina Bertinchamps, era una cappellaia. È il 1912 quando la famiglia si trasferisce a Châtelet, un paese tranquillo attraversato dal fiume Sambre, ritenuto dal capofamiglia il luogo ideale affinché la moglie superi i disturbi mentali che da tempo la affliggevano sfociati in un forte depressione. Leggenda, a onor del vero mai verificata, vuole che nell’autunno dello stesso anno René Magritte fosse in sella alla sua bicicletta quando vide degli uomini intenti nelle operazioni di recupero di un corpo dalle acque melmose del Sambre. Si trattava di una donna, la cui testa era rimasta avvolta nella camicia da notte. Non solo: quel corpo apparteneva alla madre che, fuggita dalla camera in cui viveva ormai segregata, aveva cercato la morte. Una visione che avrebbe ossessionato il giovane Magritte al punto da influenzarlo in tre suoi capolavori: “Storia centrale”, “Le fantasticherie del passeggiatore solitario”, e soprattutto “Gli amanti”.

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