Il doppio inferno di Franz Kafka

«Che cosa state facendo, qui, in questo inverno senza fine?».

Un ritratto infantile presenta Franz Kafka come un bambino sui cinque anni, snello, con grandi occhi scuri, interrogativi, le labbra cupamente chiuse, perfettamente concilianti con l’adulto che sarebbe divenuto, le cui fotografe mostrano un uomo con il volto scavato, signorile, l’espressione sostenuta, lo sguardo, acuto e penetrante, fisso sull’osservatore, quasi volesse carpirne i pensieri, la natura. Eppure Franz Kafka è appeso a un doppio filo. Proveniente da una famiglia benestante, nonostante l’ingombrante presenza paterna, nessuno lo ostacola nell’approfondire la sua passione per la letteratura, per la filosofia e la religione, così come non gli viene posto alcun veto riguardo alle amicizie, tutte appartenenti a circoli artistici. Franz però, si considera brutto, inetto, e il desiderio di compiacere il padre è così pressante da non mettere mai in discussione l’ipotesi di un futuro diverso da quello dell’assicuratore. Tutto in lui sembra rispecchiare processi tesi allo svilimento personale: tormentato dal desiderio sessuale, per la maggior parte della sua vita frequentò bordelli, alternando questa pratica a relazioni travagliate, tutte condizionate dall’angoscia del fallimento che espiava  ricorrendo a sistematici tradimenti. La sua posizione sociale era solida, ma allo stesso tempo, l’ordinarietà delle sue mansioni lo rese una sorta di invisibile. Fu la scrittura a permettergli di aprire il proprio animo ai sentimenti più segreti, incanalando una parte di sé tra i meandri di una doppia vita che non prevaricò mai le sue giornate ufficiali. Sentendosi inadeguato a tutto, non avvertì mai la necessità di essere riconosciuto come autore e di conseguenza non attribuì nella pubblicazione un fine. Semplicemente, per Franz Kafka scrivere era un’esigenza al servizio del proprio io.

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Babelplatz, un rogo lungo secoli

«Quando i libri verranno bruciati, alla fine verranno bruciate anche le persone».

Heinrich Heine

Berlino. Quartiere Mitte. Quando tra il 1741 e il 1743 George Wenzelaus von Knobelsforff presentò alla corte del Re Federico II di Prussia un progetto teso a rivalutare la Opernplatz, ossia Piazza dell’Opera, affinché rappresentasse il punto focale del Forum Fridericianum, difficilmente quel regno che avrebbe fatto della cultura un moto d’orgoglio, avrebbe mai immaginato che il 10 maggio del 1933, quel luogo in seguito ribattezzato Babelplatz in onore dello scrittore August Babel; su ordine del ministro della propaganda del Terzo Reich, Joseph Goebbels, sarebbe stato teatro di un rogo durante il quale vennero bruciati circa 25.000 libri di autori illustri, eppure considerati sovversivi, pericolosi per il regime.

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Met Gala 2019, un sogno lungo una notte

Il Met Gala. Tecnicamente un evento di beneficenza a favore del The Costume Institute, che si tiene ogni primo lunedì di maggio presso il Metropolitan Museum of Art di New York. Padrona assoluta di casa è sua maestà Anne Wintour, onnipotente direttrice di Vogue che, insieme al curatore Andrew Bolton, ha scelto come tema annuale il “camp”, ossia un concetto tanto esteso quanto difficile da definire con precisione. Un po’ come è complesso da classificare tutto ciò che ruota intorno al mondo della moda, del cinema, di Hollywood e del Met stesso, considerato non a caso una sorta di “serata degli Oscar della costa orientale”. Ad ogni modo, esiste un testo di riferimento, ossia l’omonimo saggio di Susan Sontag, pubblicato sulla rivista Partisan Review nel lontano 1964. Giusto per facilitare le cose, la categoria del “camp” abbraccia universi estetici lontani fra di loro,avendo però come punto in comune il “principio della contraddizione”. Insomma si parla di tutto e del contrario di tutto, seppure tutto converge tra le braccia di un messaggio visivo eccentrico, esagerato, artificioso, possibilmente molto, molto snob. Certo, la serata non è per tutti. Chi è senza invito – e la lista è lunga – deve metter mano al portafoglio: 25,000 $ per un ticket, quanto al tavolo, indispensabile per partecipare al party, il prezzo varia dai 75,000 $ ai 250,000 $. 

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Kristen Stewart, la fragilità dei contrasti

«Se fossi un animale vorrei essere un gatto. Si sa come funziona con i gatti, li chiami e loro restano lì a guardarti come se ti stessero dicendo: e tu chi sei? Che vuoi da me? F*** you!».  C’è qualcosa di poeticamente selvaggio in Kristen Stewart. C’è qualcosa che sfugge, che si sradica dall’effimera logica Hollywoodiana, dalle sue ridicole e ancor più paradossali imposizioni, dalla baraccopoli di luoghi comuni, dal teatrino mediatico, dal paesaggio che compone il dipinto di una ragazza alla soglia dei trent’anni ancora incastrata tra le pagine di un copione dozzinale, una saga di vampiri mescolati a lupi, alla quale, ai fini pratici, piaccia oppure no, deve dimostrarsi riconoscente; perché quel Twilight le ha offerto uno status di popolarità planetaria. Eppure al tempo stesso quel successo stratosferico altro non ha fatto che ribadire la mostruosità dell’idolatria fine a sé stessa, innescando una sorta di odio all’incontrario, perché quelle dilatazioni anestetiche degli eventi, quella chiusa prevedibile come una via crucis, quei primi piani registicamente inespressivi; tutto ciò è degenerato al punto da mettere in discussione l’attrice che ha interpretato l’unico personaggio che avesse un senso in quel non senso globale.

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Bobby Fischer, il re solo

Non poteva permettersi di coltivare sogni, l’adolescente Regina Wender. Figlia di esuli polacchi, trapiantati in Svizzera; appena sedicenne, iniziò a lavorare come operaia in una fabbrica bellica perché quella miseria da cui i genitori avevano tentato di fuggire, sembrava far parte del loro patrimonio genetico, un po’ come le origini ebraiche. Tra immani sacrifici riuscì comunque a terminare gli studi da maestra, ad abbandonare la catena di montaggio per un posto da insegnante, per quindi iscriversi a un corso da infermiera e iniziare a correre di corsia in corsia, finché un giorno prese un treno Mosca dove, oltre a laurearsi come medico, avrebbe sposato Gerhardt Fischer, il quale nel 1938 la rese madre di una bambina, Joan. Il rapporto non tardò però a incrinarsi e Regina decise di volare negli Stati Uniti, paese in cui, guarda caso, a Gerhardt venne negato il permesso di immigrazione per le sue sospette simpatie comuniste. Assunta in un ospedale di Chicago, nel 1942 iniziò a frequentare il fisico ungherese Paul Nemenyi, dando vita a una relazione che apparve persino negli atti dell’FBI – che seguiva segretamente la vita privata della coppia perché sospettava che lei potesse essere una spia al servizio dei Sovietici, tanto più da quando al compagno era stato affidato un importante incarico presso il Naval Ordnance Laboratory di White Oak. Il 9 marzo del 1943 Regina diede all luce il suo secondo figlio: Robert James. Non poteva essere figlio del marito, da cui Regina divorzierà nel 1945, eppure sul certificato fu registrato il cognome Fischer”. E fu così, che quel bambino sarebbe passato alla storia, come Bobby Fischer.

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Füssli, il pittore del diavolo

Era solito definirsi «painter in ordinary to the Devil», il pittore ufficiale del diavolo. Precursore inaccessibile, affascinò i suoi contemporanei, appannando la bellezza neoclassica di paura, di ombre, di un qualcosa di indefinibile, pronto a varcare i confini del reale per farsi spazio in un mondo intermedio dove creature spettrali, demoniache, appaiono in tutta la loro inconsistenza tattile, scavando abissi immani nella mente, suggerendo visioni sinistre, ansiotiche; dando voce a quel tormento universale spesso impossibile da esprimere a parole. Johann Heinrich Füssli fece del disagio, dell’oppressione, i confini entro cui muoversi, caricando di amorfa oscurità i luoghi in cui fissava quelle incarnazioni fuggite dagli incubi, dai deliri, dalle superstizioni, dal cuore dell’umanità.

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I demoni del giovane Salinger

«Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai conosciuto. È spaventoso. Perfino se vado all’edicola a comprare il giornale, e qualcuno mi domanda che cosa faccio, come niente dico che sto andando all’opera». Holden Caulfield ha sedici anni, è alto, magrissimo ed ha alcuni capelli bianchi sul lato destro della testa. Pur essendo un bugiardo patologico, odia gli ipocriti e tenta di respingere l’angoscia che lo attanaglia tramite un cinismo a tratti commuovente. Per quanto si definisca spesso «stupido» la sua prorompente sensibilità, la devastazione che si è insidiata nel suo animo con la morte del fratellino minore, lo rende più maturo dei suoi coetanei. Jerome David Salinger ne fu consapevole sin da subito. Grazie al suo personaggio aveva scoperto sé stesso, quel vuoto a cui non riusciva a dare un nome, quel desiderio di assoluto che rischia di ridursi in niente. Holden Caulfield era il suo alter-ego, divenne la luce in fondo al tunnel, una possibilità di redenzione, un aiuto per esorcizzare i propri demoni.

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Edvard Munch, un urlo senza fine

Malattia, dolore, follia, morte. Quattro parole per racchiudere un’infanzia, un’adolescenza, qualsiasi meccanismo che attiva, induce, influenza la crescita di un bambino, la sua visione del mondo, l’impotenza al cospetto della perdita, della precarietà della vita. Non è un caso che l’esistenza di Edvard Munch sarà associata a un urlo senza fine. Nato il 12 dicembre del 1863 a Loten, in Norvegia, appena un anno dopo la famiglia si trasferì a Christiania, l’odierna Oslo, in quanto il padre, Christian Munch, venne impiegato come medico presso la fortezza Akershus. Secondo di cinque fratelli, sin dalla fanciullezza fu segnato da una serie interminabile di disgrazie familiari. La madre morì di tubercolosi quando Edvard aveva appena quattro anni, seguita dalla sorella maggiore di un anno, Johanne Sophie, alla quale era legato da un profondo affetto e che si spegnerà nel 1877 a causa della stessa malattia. Non solo, da lì a poco il padre cadde vittima di una sindrome maniaco-depressiva e negli anni si aggiunse la pazzia della sorella minore, Laura, nonché la morte del solo fratello maschio, Andreas. Fu per lo più la zia Karen a occuparsi dell’adolescente Edvard, la cui costituzione malaticcia lo indusse a segnare svariate assenze a scuola. A casa, Edvard avviò così una personale formazione in ambito storico-letterario – per poi immergersi anima e corpo nella dimensione horror-psicologica dello scrittore americano Edgar Alla Poe -, alternando allo studio una vera e propria passione al mondo dell’arte, che espresse attivamente iniziando a disegnare. Afflitto regolarmente da incubi notturni, Edvard Munch impresse su carta i disagi economici che affliggevano la sua famiglia raffigurando gli interni degradati dell’appartamento in cui vivevano, gettando così le basi della macabra visione del mondo che lo renderà celebre.

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Stan Wawrinka, le intermittenze delle tenebre

È il 9 maggio del 2013 quando agli sgoccioli del giorno che coincide con il 74esimo compleanno di Ion Tiriac, tra l’altro alma mater del Mutua Madrid Open; Stanislas Wawrinka affronta Grigor Dimitrov. Sono gli ottavi di filnale e in quei giorni, il ventottenne Stan Wawrinka, è una promessa mantenuta in parte. Ex campione juniores al Roland Garros, una fugace permanenza in top 10 tra il maggio e l’ottobre del 2008 per quindi iniziare a oscillare tra il la decima e la ventesima posizione – con tanto di mesi neri che lo hanno respinto finto alla ventiseiesima -, quattro titoli ATP riposti in bacheca – tutti appartenenti alla categoria ATP 250 – e una medaglia d’oro in doppio alle Olimpiadi di Pechino, insieme a Roger Federer, l’uomo, la leggenda vivente che ha costretto Wawrinka ad essere l’eterno numero due del tennis svizzero. Dall’altra parte della rete a Madrid si è ritrovato un ragazzo di ventidue anni, sulla cresta dell’onda per aver battuto al turno prima il n.1 del mondo Novak Djokovic, campione sia a Wimbledon che all’US Open juniores, il bulgaro in cui tutti scorgono, vogliono scorgere, l’erede Roger Federer. Nemmeno a dirlo. Roger Federer, sempre Roger Federer. Impossibile comprendere gli stati d’animo che attraversano il cuore e la mente di Stan al cospetto del carisma, del nome, di quel nome; Roger Federer. Non solo un campione, no, il n.1 più n.1 di sempre, il tennista più vincente di tutti i tempi. Stanislas, più giovane di Roger di quattro anni. Stan Wawrinka, più vecchio di Dimitrov, l’erede di Federer, di sei anni. Una persecuzione, un terrorismo psicologico, uno stalking mediatico che si trasfigura sempre e comunque in un nome, Roger Federer, che ha inseguito e sempre inseguirà Stan Wawrinka.

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Laura Antonelli, la bellezza perduta

Non fu un periodo semplice, gli anni ’70. Furono anni di lotte politiche, di tensioni generazionali, di trasgressione, di grandi aspettative. Furono gli anni delle stragi, dell’omicidio di Aldo Moro. Furono gli ”anni di piombo”, in cui comparve per la prima volta in un volantino il simbolo delle Brigate Rosse. Nell’arco del decennio morirono due papi: Paolo VI dopo quindici anni di pontificato e Giovanni Paolo I dopo appena 33 giorni. Sono gli anni del Piper e della “sua ragazza”, degli ultimi play boy, di Mina, di Battisti e De Andrè. Gli anni in cui vennero approvate le leggi sul divorzio e sull’aborto, in cui il Cagliari di Gigi Riva vinse lo scudetto, in cui la Ferrari portò in trionfo Niki Lauda, in cui a Monza volarono via Rindt e Peterson. In Italia giunsero gli echi del Vietnam, del colpo di stato in Cile, dei “desaparecidos”, del massacro alle Olimpiadi di Monaco, dello scandalo Watergate, della morte di Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison ed Elvis Presley. Eppure si continuò a ballare con gli Abba e i Bee Gees, mentre i Pink Floyd, i Queen e David Bowie scrivevano una nuova storia. Nemmeno il cinema rimase a guardare: mentre oltreoceano furono consacrati Coppola e Scorsese, sua maestà Ingmar diresse l’ultima Sinfonia d’autunno di Ingrid Bergman e una mattina di primavera si spense Luchino Visconti. Ne successero di cose nel mondo della celluloide, anche in Italia, e tra le tante venne eletta icona sexy del cinema italiano Laura Antonelli.

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