Raffaello, il Messia dell’arte

«Qui giace Raffaello, dal quale fin che visse la Natura temette di esser vinta; e quando morì temette di morire insieme a lui». 

Raffaello. L’emblema della completezza artistica capace di fondere natura e grazia nel culto della bellezza ideale, armonica, assoluta. Raffaello. Il talento precoce, raffinato e drammatico, proteso a imporre nuovi limiti alla perfezione, il genio sacrificale, instancabile nel lavoro al punto da dipingere anche nel sonno, anche nei sogni, suoi e dell’umanità. Raffaello. L’uomo divenuto “divinonella morte tanto da spingere i contemporanei a paragonarlo a una reincarnazione di Cristo in quanto come lui era morto di Venerdì Santo.

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Harry Houdini, il visionario della magia

«Se c’è un modo per tornare indietro dall’aldilà, io lo troverò».

La smania di incantare le folle, di regalare un sogno ad occhi aperti, di evadere da carceri e miseria, di scardinare manette e miraggi, di emergere da casse sommerse e utopie. Primordiale era la passione che avvicinava Harry Houdini a ogni sfida; si trattasse di un gioco di prestigio, di un trucco da mago, di una traversata da aviatore, di una prova da cineasta; quanto ancestrale era l’amore che lo legava alla madre; tanto da avvicinarlo al mondo dello spiritismo, da desiderare di uscirne sconfitto, per una volta almeno, affinché qualcuno dimostrasse che esiste un aldilà abitato da spiriti, un luogo in cui la magia non è in balia ad abilità, bensì di forze occulte, superiori, persino a lui stesso. 

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Gli amanti, il bacio della morte di Magritte

René François Ghislain Magritte nasce il 21 novembre del 1898 a a Lessines, una piccola città a Ovest di Bruxelles. Primo nato di tre fratelli, il padre Léopold era un sarto che commerciava in tessuti, mentre la madre, Régina Bertinchamps, era una cappellaia. È il 1912 quando la famiglia si trasferisce a Châtelet, un paese tranquillo attraversato dal fiume Sambre, ritenuto dal capofamiglia il luogo ideale affinché la moglie superi i disturbi mentali che da tempo la affliggevano sfociati in un forte depressione. Leggenda, a onor del vero mai verificata, vuole che nell’autunno dello stesso anno René Magritte fosse in sella alla sua bicicletta quando vide degli uomini intenti nelle operazioni di recupero di un corpo dalle acque melmose del Sambre. Si trattava di una donna, la cui testa era rimasta avvolta nella camicia da notte. Non solo: quel corpo apparteneva alla madre che, fuggita dalla camera in cui viveva ormai segregata, aveva cercato la morte. Una visione che avrebbe ossessionato il giovane Magritte al punto da influenzarlo in tre suoi capolavori: “Storia centrale”, “Le fantasticherie del passeggiatore solitario”, e soprattutto “Gli amanti”.

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All’improvviso, Stella Tennant

Androgina. Aristocratica. Indefinibile. Sfuggente. Stella Tennant ha attraversato, influenzato, sconvolto vent’anni di storia della moda. Stella Tennant ha riscritto i parametri di ciò che è bellezza. Senza volerlo. Senza saperlo. In fondo si sa, quando a definirti basta il nome, sei una leggenda. E quando c’era lei, di mezzo, bastava il suo nome. «È arrivata Stella». E tutti sapevamo che non si stava parlando di nessun altro se non di lei; di Stella Tennant.

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Il Cristo morto e la perdita della fede

«Quel quadro! Osservando quel quadro c’è da perdere ogni fede».

“L’idiota” Di Fedor Dostoevskij 

Fedor Dostoevskij soffriva di una malattia un tempo definita piccole male. Più semplicemente, era epilettico. Presumibilmente il romanziere russo ebbe un primo attacco di convulsioni intorno ai diciotto anni, quando gli venne comunicata la morte del padre, il quale fu ucciso dai propri servitori in quanto esasperati dai suoi modi violenti e dispotici. La scomparsa della madre per tisi, l’arresto con l’accusa di sovversivismo, la condanna a morte evitata solo perché graziato pochi minuti prima dell’esecuzione, la deportazione in Siberia furono eventi che contribuirono a peggiorarne lo stato di salute, costellando quegli anni da svariate crisi epilettiche. «A ogni attacco perdo la memoria, la capacità immaginativa, le forze fisiche e spirituali. L’esito è l’indebolimento, la morte o la pazzia»; scriveva nel proprio diario Fedor Dostoevskij di ritorno da un viaggio in Svizzera insieme alla moglie. Era il 1867 e, recatosi a Basilea, in quanto appassionato d’arte si era recato al Kunstmuseum. Fu allora che, giunto in una stanza in cui era esposto un solo dipinto, il “Cristo nel sepolcro” di Hans Holbein, segnato da quella lacerante visione, Fedor Dostoevskij ebbe un attacco epilettico. Non solo, il volume di sofferenza che emanava quel corpo straziato, rimase impresso nella mente del genio di San Pietroburgo al punto da influenzare uno dei suoi più celebri capolavori: “L’idiota”.

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La quinta del sordo, cripta delle pitture nere di Goya

Nella periferia occidentale di Madrid, sulla sommità di un colle a fianco della riva destra del fiume Manzanarre, a circa trecento metri dal ponte di Segovia, vi era un’area destinata per lo più alla coltivazione di alberi da frutto. Fu all’interno di quello spazio desolato in cui nel 1795,  Anselm Montañez decise di costruire una casa padronale, da lì a poco destinata a essere ribattezzata Quinta del Sordo dato che nei paesi iberici con il termine quinta sono identificate le case di campagna, quanto alla parola sordo, era risaputo che il proprietario soffrisse di sordità. Intrecci del destino vollero che tre anni prima, Francisco Goya iniziò a soffrire di una malattia mai propriamente diagnosticata, ma probabilmente dovuta a  un’intossicazione da piombo contenuto contratta dal pittore perché solito inumidire i pennelli con la bocca e di conseguenza esposto a un graduale avvelenamento causato dai pigmenti presenti nei colori. Le conseguenze di quest’infermità furono devastanti: costretto a letto da una brutale paralisi, Goya fu funestato da feroci emicranie, disturbi visivi e vertigini e il suo stato di salute si fece talmente grave che si temette persino per la sua vita. Non solo, nell’arco di di un paio d’anni fu colpito da devastante sordità, dalla quale non sarebbe guarito per il resto della vita.

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Nicole Kidman, semplicemente la migliore

«Non avevamo bisogno di parole, avevamo dei volti!»; basta una frase per riassumere come il cinema, con i suoi inevitabili cambiamenti dall’avvento dell’audio ai modelli di bellezza, abbia creato dive stellari, vere e proprie leggende ad uso e consumo dell’idolatria più sfrenata, a volte sacrificandole sull’altare del mito, altre volte rendendole icone immortali. Da Gloria Swanson a Marlene Dietrich, da Bette Davis a Joan Crawford, da Vivien Leigh a Katherine Hepburn, fino ad arrivare a Ingrid Bergman, Audrey Hepburn, Marilyn Monroe ed Elizabeth Taylor; nomi che risiedono di diritto nell’Olimpo eppure perennemente in corsa l’una contro l’altra, per stabilire chi fosse la più bella, la più brava, la più tutto. Il bisogno di classificare  ciò che è fuori dall’ordinario si è mantenuto anche nel presente: Glenn Close? Jessica Lange? Meryl Streep? Jodie Foster? Chi la migliore tra le attrici viventi? Se pure in molti pronuncerebbero il nome della Streep senza esitazione – che premi a parte, non è forse la migliore nemmeno della sua generazione – a mio parere l’attricenumero uno”, la più completa e versatile è Nicole Kidman. Cresciuta a braccetto con Julia Roberts, sbocciata molto prima di Cate Blanchett, più raffinata di Charlize Theron, più multiforme di Julianne Moore, più prolifera di Kate Winslet più continua delle giovanissime Jennifer Lawrence, Michelle Williams, Emma Stone e Scarlett Johansson; la divina Nicole Kidman è forse la sola diva capace di specchiarsi in quel passato in cui «Non si lasciano le grandi stelle! È per questo che sono stelle. Le stelle non hanno età…»; parola di Norma Desmond nel nome di un “Viale del tramonto” che non potrà mai assorbirla.

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Andrej Tarkovskij, tra sogno e preghiera

«Sono persuaso che nulla di serio possa nascere senza fondarsi sulla tradizione. Non posso uscire dalla mia pelle di russo, dai legami con il mio paese, da quello che è stato fatto nel passato all’interno della mia terra. Sono affascinato dal processo di crescita di quanto viene dalla terra, di ciò che spunta dalla profondità, gli alberi, l’erba… Trovo meraviglioso, quasi commuovente, come tutto tenda verso il cielo che per me non ha alcun valore simbolico. Considero il cielo vuoto e la sua sola valenza è quello di specchiarsi nella terra tramite l’acqua. Per questo non vedo il fango, vedo la terra mescolata all’acqua, il limo da cui nascono le cose. Credo nella purezza della natura, nella sua bellezza, nella sua cattiveria. Allo stesso tempo, tutto mi porta a pensare che stiamo creando una civiltà che minaccia di distruggere l’umanità. Ci rifiutiamo di ammettere che stiamo diventando imperdonabilmente, colpevolmente ed irrimediabilmente materialisti. Per questo motivo nelle mie opere mi aggrappo alla preghiera, alla spiritualità, alla fede» Andrej Tarkovskij.

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Dallo spazio e ritorno

Non si trattò di una libera scelta. Si ritrovò coinvolto in una missione dove sono gli altri a scegliere per te. Una lotteria dove milioni di  numerini svolazzano giù dal cielo, leggeri e indeclinabili. Si disse che era abituato alle missioni di un certo tipo, che era arrivato a un’età in cui non si sentiva di poter escludere categoricamente di ritrovarsi costretto ad affrontare anche le prove più complesse; perché la vita ti forma, ti cambia, ti rende consapevole di quanto minimale sia la tua esistenza al cospetto di un piano globale, assoluto. A nemmeno quarant’anni doveva partire per lo spazio ed era necessaria una certa preparazione. Lo aspettava una navicella e un corollario di elementi degni di quell’incarico. Lo spazio è un anagramma, un abbaglio, un punto interrogativo senza contorni. Lo spazio è un luogo nero, privo di ossigeno. E nel suo caso, la mancanza d’aria era il problema primario.

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L’anima spietata di Krzysztof Kieslowski

«Mia madre fu una delle ragioni per cui decisi di diventare un regista. Dopo aver sostenuto per la seconda volta l’esame di ammissione per la Scuola di Cinema di Lòdz, tornai a Varsavia e mi accordai con mia madre di incontrarla vicino alla scala mobile di Piazza Castello. Pioveva a dirotto e lei mi aspettava in piedi, tutta bagnata. Era dispiaciuta che non fossi riuscito ad entrare in quella scuola per la seconda volta. “Guarda, forse non ci sei proprio tagliato”, mi disse. Non so se stesse piangendo o se fosse la pioggia ma ero affranto che si sentisse tanto triste. Fu allora che decisi che l’anno dopo sarei entrato in quella scuola e che sarei diventato un regista. Semplicemente perché mia madre era così terribilmente triste». Parte da questo episodio di vita la carriera di regista di Krzysztof Kieslowski nel cui cinema le emozioni sfociano, spesso dirompenti, ambigue, sottili e, proprio per questo, laceranti, mentre il suo sguardo si mantiene rigido, impietoso, anche e soprattutto quando i suoi personaggi si ritrovano al cospetto di quel bivio che li induce a dover compiere una scelta che influenzerà irrimediabilmente la loro vita. 

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