Kristen Stewart, il dono della diversità

Kristen. Che nome fuori dal tempo. Così denso, corposo, eppure al tempo stesso sottile, delicato, che scivola via senza però mai andarsene fino in fondo. Se poi a Kristen, si aggiunge Stewart, lo senti una volta e non lo dimentichi più. Sembra fatto apposta per restare anche se non vorrebbe, simbolo e concetto dell’ancestrale contrasto che si porta dentro. Non a caso, Kristen significa “consacrata”, un termine solenne, che presuppone una benedizione, un’investitura inviolabile. Nomen Omen, perché stando ai latini il nome è un presagio, in esso vi è indicato il destino. 

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Andrej Tarkovskij, tra sogno e preghiera

«Sono persuaso che nulla di serio possa nascere senza fondarsi sulla tradizione. Non posso uscire dalla mia pelle di russo, dai legami con il mio paese, da quello che è stato fatto nel passato all’interno della mia terra. Sono affascinato dal processo di crescita di quanto viene dalla terra, di ciò che spunta dalla profondità, gli alberi, l’erba… Trovo meraviglioso, quasi commuovente, come tutto tenda verso il cielo che per me non ha alcun valore simbolico. Considero il cielo vuoto e la sua sola valenza è quello di specchiarsi nella terra tramite l’acqua. Per questo non vedo il fango, vedo la terra mescolata all’acqua, il limo da cui nascono le cose. Credo nella purezza della natura, nella sua bellezza, nella sua cattiveria. Allo stesso tempo, tutto mi porta a pensare che stiamo creando una civiltà che minaccia di distruggere l’umanità. Ci rifiutiamo di ammettere che stiamo diventando imperdonabilmente, colpevolmente ed irrimediabilmente materialisti. Per questo motivo nelle mie opere mi aggrappo alla preghiera, alla spiritualità, alla fede» Andrej Tarkovskij 

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Quarantena

Non ho ancora capito cosa mai possiamo aver fatto per aver meritato tutto questo. All’inizio aprivo gli occhi e l’unico senso in grado di affiorare era un vuoto ingombrante. Un senso di nulla scandito da un rimbombo sordo, pulsante ma ovattato. Quel senso di vacuità senza date, né luoghi, senza giorno, né notte inghiottito a poco a poco dall’affiorare di passi dispersi, voci indistinte, echi simili a fili aspri. Solo allora quel pozzo senza fondo inizia a creparsi, a sgretolarsi. E lì, tutto si rovescia. La materializzazione della realtà sono i morti. Una processione di volti sconosciuti, immaginati, forse nemmeno mai esistiti. I morti ormai non muoiono, i morti nascono sotto forma di numeri privi di vicinanza, di vissuto comune. Ipocrisia. La gente moriva anche prima della quarantena. Ma ora c’è la paura. La paura di diventare un numero. La paura che tua madre o tuo padre, diventino niente altro che un numero. Genitori, figli, nonni, mariti, mogli, amanti, amici; tutti numeri.

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Banshee, il peso dell’identità

Dopo aver scontato quindici anni di prigione a causa di un tentativo di rapina finito male, un uomo ritorna in libertà con la ferma intenzione di ritrovare la sua ex fidanzata e complice, Ana. Braccato dagli uomini di Mr. Rabbit, il boss ucraino a cui aveva cercato di rubare dei diamanti; grazie all’aiuto di Job, un amico hacker, il protagonista localizza Ana e si dirige a Banshee, una cittadina della Pennsylvania. Qui, scopre che Ana ha cambiato identità: ora tutti la conoscono come Carrie Hopewell, si è sposata con il procuratore distrettuale ed ha due figli. Ritrovatosi casualmente in uno scontro a fuoco tra il nuovo sceriffo appena arrivato in paese, Lucas Hood, e alcuni criminali del posto, i quali finiscono tutti uccisi, decide di rubare l’identità dello sceriffo e rimanere a Banshee; un paese soggiogato da un potente uomo d’affari e criminale, Kai Proctor.

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The Irishman, il testamento di Martin Scorsese

Un uomo qualunque, ma non troppo. Un uomo privo di ambizioni, almeno apparentemente. Un uomo che seppur restando nell’ombra è molto di più che un testimone in un particolare periodo storico degli Stati Uniti; quello in cui la mafia muoveva i fili nemmeno troppo sotterranei di una nazione e spesso li tagliava, quando fallì l’invasione alla Baia dei Porci, in cui venne assassinato il presidente John Kennedy prima ed il fratello Robert poi, laddove fu progettata la sparizione del principale sindacalista a stelle e strisce Jimmy Hoffa. Quell’uomo, Frank Sheeran, è l’irlandese, l’indecifrabile protagonista di “The Irishman”, forse la pellicola più grandiosa, più amara, più dolorosa di Martin Scorsese.

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Kristen Stewart è l’attrice del decennio

Kristen Stewart è stata nominata miglior attrice del decennio dalla Hollywood Critics Association per l’impressionante filmografia che l’ha vista protagonista tra il 2010 e il 2019, in quanto include pellicole di spessore quali “Sils Maria”, “Anesthesia”, “Lizzie”, “Personal Shopper”, “Welcome to the Rileys”, “A Certain Women” e “Still Alice”; blockbuster  come “Twilight”, “American Ultra” e “Biancaneve e il cacciatore”; titoli biografici intensi quanto di nicchia al pari di “The Runaways” o “J.T Leroy”, passando per “On the Road”; film diretti da maestri del calibro di Woody Allen in “Café Society” o Ang Lee in “Billy Lynn- Un giorno da eroe”; senza dimenticare progetti a volte complessi, vedi “Camp X-Ray” o “Equals”; e vere o proprie scommesse di cui è citabile il recente “Charlie’s Angeles”, per arrivare al raffinatissimo “Seberg”. 

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C’era una volta… il prezzo di Hollywood

A Hollywood nessun anno è come tutti gli altri, ma il 1969, lo fu ancor meno di qualsiasi altro. Si stava per chiudere una decade e, come accade spesso al crepuscolo, il mondo si ritrovò in sospeso, in attesa di quel cambiamento che definisce quanto è avvenuto negli ultimi lustri. Come mai prima di allora il cinema si ritrovò in una angosciante terra di nessuno, in preda agli isterismi di chi si rese conto che il vecchio sistema si stava sgretolando. A Hollywood vi era sempre stato un solo padrone: la follia. Nel 1969 si imposero anche la paura e l’incertezza. Se da almeno dieci anni John Cassavetes aveva dimostrato a una fascia di pubblico, che il cinema indipendente, con i suoi contenuti, poteva impensierire il sistema, nel 1969Easy Riderdeterminò una spaccatura, resa ancora più minacciosa da pellicole torbide qualiUn uomo da marciapiede”, violente comeIl mucchio selvaggio” o crudeli come “Non si uccidono così anche i cavalli?”. Fu così che Hollywood non migliorò, né peggiorò. Semplicemente cambiò. E il prezzo da pagare si fece ancora più alto.

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Victoria’s Secret, gli angeli caduti dal paradiso

Correva l’anno 1977 quando il trentenne Roy Raymond, con in mano una laurea conseguita presso la Stanford University, tanti sogni nel cassetto e una moglie amata e bellissima, Gaye; indispettito ogni qual volta entrava in store di lingerie per acquistare qualcosa da regalare alla consorte dove immancabilmente trovava pezzi non di suo gradimento, si fece prestare 40.000$ dai genitori e altrettanti da una banca ed aprì un piccolo negozio di biancheria intima all’interno dello Stanford Shopping Center di San Francisco. Decise di chiamarlo Victoria’s Secret. Nell’arco di un anno guadagnò 500.000 dollari. Questo successo lo ingolosì tanto da finanziare l’apertura altri quattro store, estesi a sei dopo una manciata di stagioni, e offrire un servizio di spedizione, arrivando a fatturare 6.000.000 di dollari annuali. Al che, mollò tutto, vendette il marchio a Leslie Wexner e, da quel momento, non ne azzeccò più una, a partire dalla bancarotta segnata dalla sua società, la “My Child’s Destiny”, fino al suicidio, avvenuto nell’agosto del 1993 quando si buttò dal Golden Gate Bridge.

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Stig Dagerman, il genio bruciato dal dolore

«Cos’è allora il tempo se non una consolazione dato che niente d’umano può essere perenne?».

Di tutti i valori, Stig Dagerman riteneva che il solo in grado di rendere gli esseri umani migliori, di avvalorare il loro passaggio sulla terra, fosse la purezza. La negazione di una qualsiasi forma di compromesso, l’empatia che permette di entrare in sintonia con il prossimo, di generare quella solidarietà emotiva che converge in fratellanza, rappresentavano per Stig Dagerman il comandamento principale, la meta che sola poteva donare pace all’anima. Eppure, crescendo lo scrittore svedese si rese conto come la purezza stesse perdendo ogni parvenza di significato. Responsabile di quel imperdonabile degrado erano le strutture che influenzavano la crescita umana, dalle famiglie agli insegnanti, a chiunque svolgesse un ruolo di guida, che impartisse i diktat dettati dall’esperienza; ossia un vile tentativo di negare tutto ciò che si era sperimentato di più puro, di più vero da bambini. Stig Dagerman riconobbe il cinismo spaventoso, implicito, che si cela dietro all’esperienza, quasi essa fosse il massimo obiettivo da perseguire nella vita. Per questo, l’ingresso nel mondo adulto lo destabilizzò. L’inesperienza per Dagerman era il sale della scoperta, un approccio privo di ipocrisia sul mondo, uno sguardo carico di aspettative rivolto a un miraggio. Per questo motivo Stig Dagerman temeva l’esperienza, madre del compromesso, ossia di un meccanismo contorto spesso guardato con rispetto e ammirazione, ma al contrario, un demone che mira a distruggere la parte migliore, la parte più pura di sé stessi. Per questo motivo, Stig Dagerman si bruciò.

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Los Angeles, una magia senza inizio e senza fine

Los Angeles. Nome in codice L.A. Per i sognatori, i romantici, i visionari, i poeti molto di più: la città degli angeli. Los Angeles la città senza un centro, senza una vera e propria piazza, senza un’identità definita e definibile, bensì un agglomerato di anime suddivise in una contea che sembra non finire più, perché effettivamente dici Los Angeles e ti immagini il futuro, le opportunità, il mare, il deserto, i canyon il sole e le stelle. Los Angeles dice tutto, senza dire niente. Perché Los Angeles è un sortilegio, un sogno ad occhi aperti che tanto promette e niente mantiene, o meglio, è persino disposta ad offrirti di più, a donarti di più, così, come per magia. A patto che la respiri, la comprendi, la riverisci. Fino a divenirne ostaggio.

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