Federer, Nadal e la montagna

Roger Federer e la sua nemesi non si erano mai affrontati in quel di Cincinnati, Ohio. Prima del match, i maligni rosso-oro sogghignavano che era per questo motivo se l’elvetico aveva inciso il proprio nome sull’albo d’oro del Western & Southern Open per cinque volte. E così, tra un lamento e un sospiro, tra una magia e un recupero mozzafiato, tra una smutandata e un ciuffo aggiustato, siamo arrivati alla sfida numero 31. Rafa Nadal, nemmeno a dirlo era in vantaggio di 20 vittorie a 10. Il doppio.  Se così non fosse, non sarebbe la nemesi del semidio svizzero.

Dopo stanotte i successi dello spagnolo sono diventati 21. Il doppio delle vittorie, +1. Sembra una sciocchezza, invece è tantissimo. È come svalicare una montagna.

E non c’è che dire, di pedalate questo Indurain della racchetta, che invece del berrettino con scritto in caratteri cubitali Banesto, sfoggia una fascia con l’ondina Nike, ne ha fatte parecchie e, come ha sempre sostenuto uno straordinario giudice arbitro, tale Erio Ciceroni; «a tennis spesso vince chi sbaglia meno, chi corre di più e chi ti lacera la mente».

In fondo, tutti lo sapevamo. Lo sapevamo come sarebbe andata a finire sin dalle prime fasi, quando in campo abbiamo visto un Roger Federer nuovamente assestato, presente, ben diverso dallo spettro che arrancava sulla terra rossa di Amburgo e Gstaad. Tutti sapevamo come sarebbe andata a finire anche quando Roger ha deliziato il pubblico – n.d.r: ecco cosa ci vuole per riempire gli stadi… – con accelerazioni che hanno posto fine a scambi che sono il pane per Nadal.

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I fatti nudi e crudi, al di là di tutta la rabbia dei Federasti, di tutta la boria dei Nadaliani, di tutta la trascendentale devozione dei Fedal; è che Roger ha vinto il primo set di misura, 7-5, giocando quasi da Federer, ha perso il secondo set 6-4 giocando ancora quasi da Federer, con Nadal che sul 5-4 gli ha strappato per la prima volta il servizio – quindi giocando da Nadal all’ennesima potenza – e ha trascinato così il match al terzo e ipotecato la vittoria. Giunti al set decisivo, per l’ispanico il break arriva puntuale al secondo game. E, riducendo all’osso la questione, è questo che gli permette di chiudere 6-3 al quinto match point.

In mezzo a queste semplicistiche righe si è dispiegato un bellissimo, amarissimo match. Seppure forse questi due fuoriclasse per quanto eccezionali si sono reciprocamente creati un alone di leggenda che ha creato più squilibri di altre rivalità ben più virili; il match è stato bellissimo perché Roger ha dato segni di vita e di conseguenza, per gli arcinoti motivi tecnico / mentali / agonistici / logistici / spirituali / religiosi, e chi più ne ha più ne metta, il mondo ha potuto assistere all’ennesima sfida tra queste due prodigiose figure retoriche.

Il match è stato amarissimo perché ha vinto il solito. E forse persino meritatamente. Perché, al di là dell’incredibile talento, la grandezza di Rafa è stata quella di mettere le sue immense qualità tecniche a servizio del suo fisico, della sua mente. E a tennis vince chi sbaglia meno, chi corre di più e chi lacera la mente dell’avversario.

E così è Rafael Nadal a scalare il Mont Ventoux. È lui a tagliare il traguardo; fresco, lucido, sfrontato. Roger Federer si era accasciato da tempo, esamine, come il 13 luglio del 1967, accadde a Tom Simpson in uno dei giorni più tristi della storia del ciclismo.

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