La via della natura, la via della grazia

«Ci sono due vie per affrontare la vita: la via della Natura e la via della Grazia. Tu devi scegliere quali delle due seguire». Il sipario di The tree of life si apre con queste parole che, quasi fossero estrapolate da un passo biblico, danno vita ad un’opera molto più vicina ad una tragedia greca, a un elegia, che a un film. Può accadere di estraniarsi, di uscire dal corso del tempo, di essere catturati, rapiti. È possibile lasciare un pezzo del proprio cuore in un campo da tennis. Può succedere, se su quel campo hanno camminato, Serena Williams, Roger Federer, Martina Hingis e Svetlana Kuznetsova. Ci sono due vie per affrontare il tennis: la via della Natura e la via della Grazia.

Serena Williams ha scelto la via della Natura. Il coro di Funeral Canticle accompagna queste parole, simili a note scritte sul marmo: «La Natura vuole compiacere se’ stessa, le piace dominare, le piace fare a modo suo». Serena Williams è la guerra stipata nel cuore della Natura. Imponente, orgogliosa, indomabile. In Serena Williams la Natura è il peso del corpo che diventa un tutt’uno con il corpo, con il cuore, con la testa, per generare, per sprigionare una potenza talmente pulita che è sinonimo di talento ma che, non appagata, finisce con il cibarsi del proprio stesso talento, con il divorare la Grazia. La pallina non parte dalle racchetta di Serena Williams, fugge, esplode al pari di un lampo che lacera una nube. Serena è un terremoto di emozioni trattenute pronte a sbranare la quiete, è un vento carico di sabbia, è un maelstrom nero. Serena è un’ombra che tutto oscura ma da cui si dirama un alito che ti prende per mano, per mostrarti la strada, per aiutarti ad attraversare il buio.

David Foster Wallace ha scritto che veder giocare a tennis Roger Federer, poter ammirare l’essenzialità, la pulizia dei suoi gesti, sia quanto di più vicino a un’esperienza religiosa. La dose poetica uscita dalla penna dello scrittore americano, suicidatosi nel settembre del 2008 cinque giorni dopo il quinto successo di Federer all’US Open, enfatizza la sproporzione tra l’armonia e la cruda meccanica nei colpi creati dal semidio svizzero. Perché se pure il termine “meccanica” appaia quasi un insulto, un oltraggio nei confronti dell’elvetico, la liricità dei suoi colpi è intrisa di vigore, di impeto. E questo perché Roger Federer ha in se’ due anime, custodisce nel suo profondo un lato divino che si chiama Grazia ed uno diabolico che risponde al nome di Natura; ed esse sono intersecate, complici tra loro. Osservare Roger Federer mentre impatta è espressione di splendore, di completezza universale. Un bisbiglio scuote l’opera di Malick: «Chi sei tu per vivere in tutte queste forme?”. In Federer Grazia e Natura si sono fuse, dentro di lui interagiscono, si alternano, si irradiano nel braccio dell’artista elvetico, generando un baleno di felicità nello spettatore, trasformando l’uomo Federer in un astro destinato a brillare per l’eternità.

Senso di smarrimento. Impotenza. Commozione. Martina Hingis e il tennis. Il compiersi della Grazia. Quasi che gli Dei del tennis, sentendosi in dovere  verso l’umanità, avessero fatto scendere sulla terra Martina e il suo rovescio. Martina Hingis dà riposo allo spirito, comprensione, coraggio; perché lei è purezza, luce, pace. Qualcosa al limite dell’indefinibile, che fa male al cuore tanto è intriso di perfezione. Una devozione destinata a essere pugnalata una, dieci, cento volte: troppe le persone che non la riconoscono, che non riescono a isolare il periodo del suo giovanissimo regno. Bambini cacciatori d’autografi che fanno un raid durante un allenamento e chiedono «chi sono queste due?». Sono indecisi se attendere che Hingis e Pavlyuchenkova escano dal campo oppure andarsene senza bottino, con le loro palline zeppe di scarabocchi mescolati tra loro. Poi si innesca un passaparola. A quanto pare vale la pena aspettare seppure lo sguardo di supplica sia evidente: «La Hingis qual’é?». Si ferma Martina, firma autografi agli ignari bambini che un giorno, chissà, forse apprenderanno, capiranno chi era veramente quella donna minuta che ha accettato di firmare il proprio nome su quelle inutili palline. «La grazia accetta di essere disprezzata, dimenticata, sgradita. Accetta insulti e oltraggi». La aspetto pure io. Le allungo la prima pagina di un articolo. Il titolo è: “L’eletta”. Lei, la Grazia, ha un attimo di esitazione. Possibile capisca qualche parola di italiano? Forse sì, perché alza un attimo lo sguardo dal foglio e il suo viso è attraversato da un sorriso impercettibile. O forse lo vedo solo io. Ma come d’incanto dentro di me si dirama la certezza di aver compreso una voce, un ricordo, un verso che recita: «Chi ama la via della Grazia non ha ragione di temere».

Mi allontano schiacciata dall’ombra di Serena Williams, guidata dalla stella di Roger Federer, protetta dal bagliore che emana Martina Hingis. Poi all’improvviso è come se una nenia da cui non posso difendermi, a cui non posso resistere, mi attirasse. In un campo si sta allenando Svetlana Kuznetsova. Forse tutto questo, in un solo giorno, è troppo. Forse esiste qualcosa di più feroce della Natura, di più soave della Grazia, di più perverso della comunione tra le due Forze. Un genio sospeso tra luce e oscurità, questo è Svetlana Kuznetsova. La bellezza del suo tennis è qualcosa che precede la Natura, che si sovrappone alla Grazia; pur restandone separata, distante. Nella russa Grazia e Natura sono due rette che proseguono fianco a fianco, all’infinito, senza mai vedersi, senza mai sfiorarsi. Eppure l’una consapevole dell’esistenza dell’altra. L’una disperatamente innamorata dell’altra. Una bellezza carica di passione, di dolcezza e ostilità. Parte del fascino di Svetlana Kuznetsova è l’aver fuso insieme il classicismo dell’impostazione russa con la ruvidezza della formazione spagnola dando vita ad una pozione magica, tanto per densità di bellezza stilistica e completezza tecnica, quanto per quel l’indole enigmatica. Impossibile scindere la Kuznetsova giocatrice dalla Kuznetsova essere umano. I suoi tratti si intuiscono, soffusi, impenetrabili, come se a suggerirli fosse la flebile luce emanata da una fiaccola Caravaggesca. Ad avvicinarsi troppo i lineamenti potrebbero disperdersi, lasciando spazio a una vertigine che sovrasta l’abisso.

La via della Natura. La via della Grazia. Serena Williams, Roger Federer, Martina Hingis, Svetlana Kuznetsova. Quattro storie personali che un giorno sarebbero diventate di tutti. Quattro persone, quattro essenze, quattro moti eterni. Terrence Malick ricongiunge tutte le voci universali in una sola promessa: «Natura, Grazia, io vi sarò fedele, qualsiasi cosa accada». Poi il silenzio.

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