Roger Federer, il cacciatore di androidi

In Blade Runner Ridley Scott dipinge una Los Angeles apocalittica, dolorosa, decadente. Un non mondo in cui piove sempre; una pioggia sporca, carica di presagi, dove la tecnologia ha permesso la creazione di esseri analoghi agli umani, i replicanti, utilizzati come schiavi per erigere le colonie  extramondo, animati da una forza fisica superiore a quella degli esseri in carne ed ossa, ma con una vita limitata a pochi anni. A New York quando piove il cemento lascia traspirare quanto di più malsano covi nel sottosuolo, l’umidità che aleggia a mezz’aria, una nebbiolina che inzuppa le palline, che si imbeve negli abiti, che si appiccica ai capelli.

In certi giorni i replicanti, tutti arruolati nella IInvencible Armada di Spagna, diventano ancora più invincibili e longevi. Roger Federer, contrariamente al replicante plagiato alla propria natura artificiale, è un Semidio capace di unire insieme la via della natura e la via della grazia, affidandosi all’istinto primordiale quanto all’indole sublime, a quella scintilla celestiale che lo ha reso capace di picchi grandiosi. Eppure allo stesso tempo in parte uomo, sangue seppur blu che scorre, che deve difendersi da batteri tennistici, da cellule malate; un cuore che pulsa, che custodisce paure, debolezze.

Se fu l’ambizione a condurre Alessandro Magno da Tebe in Persia, da Granico ad Isso, da Isso ad Arbela e da qui ancor più oltre in India; è stato l’estro, la natura in bilico “tra essere divino e uomo” a sospingere il cannibale elvetico a conquistare il mondo del tennis, soggiogando avversari, rovesciando troni, costruendo un proprio impero sulle rovine degli imperi abbattuti. Eppure, come scrisse Goethe, su tutto ciò che è grandezza grava un presagio, dato che «il grande uomo deve alfine rovinare». Perciò, appunto, anche Roger Federer rovinò.

Blade Runner è l’adattamento cinematografico di un romanzo di Philip K. Dick ,Il cacciatore di androidi, che vede nel protagonista Rick Deckard un predatore di replicanti. Nel 2004 a New York Roger Federer vinse il suo quarto titolo del Grande Slam, il primo dei cinque US Open che luccicano nella sua florida bacheca. Dall’alto della sua impassibile ed impareggiabile perfezione distrusse, umiliò, Lleyton Hewitt. Agli occhi di Federer l’australiano doveva apparire quanto mai simile ad un grossolano incrocio tra uomo e replicante, un prototipo non ancora evoluto, da respingere, da schiacciare.

In quei giorni il mondo del tennis gongolava compiaciuto, nonostante la noia. Erano giorni in cui il sole splendeva alto in cielo, rassicurante, tiepido, complice. Giorni dove la bandiera rosso-crociata era accarezzata da una brezza leggera e in cui sarebbe stato inconcepibile figurarsi Roger Federer battuto, respinto dai piani alti del ranking, perché le lacrime che scalfivano le sue gote erano semmai di gioia.

Da quei giorni ne è passata di acqua sotto i ponti. E non solo sotto quelli di New York. Roger Federer ha vinto molto, anzi tutto, per poi rivincerlo, per battere ogni genere di record, compresi quelli già stabiliti da lui stesso. 77 tornei ATP. 17 Prove del Grande Slam. 6 Master. 302 settimane in cima all’Olimpo.

Nel frattempo il tennis è cambiato. Perché la noia era diventata troppa, perché l’Imperatore era stanco di paggi e voleva un nemico vero, perché le rivalità sono l’anima e la gioia di chi rimane comodamente seduto nella stanza dei bottoni. E così il seme del male è germogliato, è stato lasciato germogliare e, come sempre accade, le cose sono sfuggite dal controllo di chi ha permesso tutto questo.

I replicanti sono proliferati, si sono irrobustiti, sono diventati sempre più potenti, sempre più instancabili, sempre più longevi.

È cambiato anche Roger Federer. Il cacciatore di androidi, quel prodigio che pensavamo non sarebbe mai invecchiato, una mattina si è svegliato con le ossa doloranti, con un leggero cerchio alla testa e guardatosi allo specchio è stato assalito dalla consapevolezza di non possedere più la forza di indossare la divisa da “supereroe”. Forse, prima ancora di essere un Semidio appagato, ha semplicemente accettato la sua natura di uomo. Ed è un uomo stanco, esausto.

Ce ne ha fatte vedere di cose, Roger Federer, che noi umani non potevamo immaginare. In fondo tutto conosce una fine. Dobbiamo rassegnarci. Forse. Dipenderà da lui. Dal suo orgoglio. Dal suo essere divino, ma forse ancor di più dalla sua umanità. Lui, solo lui, può far sì che «tutti quei momenti non vadano perduti nel tempo come lacrime nella pioggia».

Roger Federer saluta il pubblico di New York dopo la sconfitta subita per mano di Tommy Robredo.

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