Caroline Wozniacki, l’incompresa

Forse avrebbe dovuto semplicemente proseguire per la propria strada. Forse le sarebbe bastato continuare ad essere il solido muro dietro al quale riporre trofei, spesso di secondo piano, ma comunque capaci di issarla lassù, in cima al ranking. Di certo sarebbe stato provvidenziale per lei avvolgersi in una guaina insonorizzata, capace di difenderla dagli incalzanti interrogativi affiorati a poco, a poco. Forse è stata presa per sfinimento, Caroline Wozniacki. Anni di attacchi incessanti, di critiche feroci, di giudizi severissimi. Una tennista mediocre, incapace di ricorrere a soluzioni tecnico-tattiche di livello, una che corre troppo e che chiude troppo poco. Un accanimento mai visto prima, un terrorismo psicologico, quello inflitto a Caroline Wozniacki, a tratti paradossale, sempre esagerato, immeritato. 

Quando l’11 ottobre del 2010 la Wozniacki è diventata numero uno del mondo aveva venti anni e tre mesi, aveva raggiunto una finale all’US Open, ne avrebbe giocata da lì a una ventina di giorni una al Master; aveva vinto 12 tornei WTA, 6 dei quali durante quella stessa stagione. Sul gradino più alto c’è rimasta per 67 settimane. 

Però non ha mai vinto uno Slam. È questa la sua grande colpa. Per questo è stata definita “la più scarsa numero uno di sempre”. Come se due leader che l’avevano preceduta, Dinara Safina e Jelena Jankovic, avessero la bacheca oberata di ‘Grandi Prove’. Parafrasando Totò, il principe della risata, “c’è chi può e chi non può”. Caroline non può. E, nel caso specifico, non c’è nulla da ridere. Perché dacci e ridacci, la robottina”, alla fine è andata in corto circuito.

Che piaccia o no, Caroline Wozniacki i numeri li ha. A partire dal codice genetico: suo padre, Piotr, è stato un calciatore professionista che ha difeso i colori della Polonia prima e della Danimarca poi, la madre, Anna, era una delle colonne portanti della nazionale di pallavolo polacca. I numeri ha dimostrato di averli anche sul campo da tennis, su quel rettangolo che ha solcato per la prima a volta a sette anni e che, da lì a poco ha capito, le hanno fatto capire, che sarebbe diventato il suo posto di lavoro. Sotto alla guida rigida di papà Piotr, Caroline ha diligentemente eseguito il compito che le è stato assegnato: diventare una campionessa. 

Un fisico atletico, 1.77 per 58 kg, reso ancora più straordinario dal lavoro; un’intelligenza che ha potuto delinearsi dentro a quel crudele labirinto che è il tennis, un talento precoce enfatizzato da un’impostazione tecnica impeccabile. Caroline Wozniacki è stata programmata sin da bambina per vincere. E lei lo ha fatto. A partire da quando aveva quindici anni, conquistando l’Orange Bowl e Wimbledon Juniores. Se il passaggio nel circuito maggiore non ha prodotto acuti dirompenti, a diciotto anni è la numero 13 del mondo eh ha già vinto 3 tornei del calibro di Stoccolma, New Haven e Tokyo. Nel 2009 si riconferma sul cemento di New Haven e dimostra di saper vincere pure sulla terra verde di Ponte Vedra e sull’erba di Eastbourne. È però la finale raggiunta all’US Open, dove cede a Kim Clijsters, a darle la spinta per infrangere il muro delle top 5. Un’iniezione di fiducia per Caroline che, a diciannove anni, non poteva fare a meno di credere che il meglio doveva ancora venire.

Il 2010 è il suo anno. Caroline Wozniacki vince 8 tornei, ma delude nelle prove del Grande Slam: all’Australian Open perde agli ottavi da Na Li, al Roland Garros ai quarti contro Francesca Schiavone, a Wimbledon nuovamente agli ottavi contro Petra Kvitova, all’US Open arriva in semifinale ma viene sconfitta da Vera Zvonareva. Tutte sconfitte rimediate in due set che fanno emergere in tutta la loro sgradevolezza una serie di segnali preoccupanti. 

Diventa numero uno del mondo, la biondine di Odense, ma al Master le busca di nuovo da Kim Clijsters. A gennaio 2011 però si presenta a Melbourne più agguerrita che mai. In semifinale sta regolando Na Li ed ha forse la testa già alla rivincita contro la belga diventata mamma che la vuole scalzare dal trono; alla finale che non giocherà mai. Forse sono gli incessanti infortuni della Clijsters, l’assenza di Justine Henin, i problemi di continuità che affliggono le sorelle Williams, il crollo della Grande Armata russa con in testa Sharapova e Kuznetsova, a permettere alla danese di tornare n.1 del mondo nell’arco della stagione e restarci fino alla fine. 

Forse è la mancanza dei pezzi da 90 a consentire a Caroline di vincere Indian Welles e altri cinque tornei. Il tutto mentre continua a perdere al terzo turno al Roland Garros, agli ottavi a Wimbledon; ottimizzando una semifinale a New York dove però viene spazzata via da Serena.

Più ancora di questo Slam che non riesce ad acciuffare, a ferirla sembrano però essere le parole di Martina Navrativola; «La Wozniacki non è una vera numero uno. Vince se le forti non giocano», subito rafforzate dalle considerazioni di Martina Hingis: «Una numero uno non può giocare sempre in difesa, ormai tutte sono più aggressive di lei». La Wozniacki replica, ma non graffia: «Io non sarò mai una capace di svegliarmi e poter dire che vincerò con certezza un torneo, ma dire che non merito quello che ho ottenuto è una mancanza di rispetto verso di me, verso il mio lavoro. È provocare per il semplice gusto di farlo, è ferire per il semplice gusto di ferire».

Il 30 gennaio 2012 Caroline Wozniacki abdica. Il colpo di grazia glielo infligge Kim Clijsters, battendola ai quarti dell’Australian Open. Sarebbe comunque stata questione di tempo, poco tempo. Il declino della danese prosegue, le sue sconfitte nei primi turni diventano una costante ed insieme ad esse arriva un infortunio al ginocchio, il nervosismo, il senso di impotenza. Così come a inizio 2012 era finita dopo un paio di mesi la collaborazione con Ricardo Sanchez, dopo nemmeno cinque mesi anche Thomas Johansson si vede scalzato dal padre Piotr, che torna alla guida della figlia. 

Sono in molti a presagire che la caduta libera di Caroline Wozniacki non avrà fine, con quella decima posizione su cui atterra nel dicembre 2012 e che sembra celare una botola pronta ad aprirsi non appena rimetterà piede su un campo. La campagna australiana del 2013 le riserva in dono una Kuznetsova pronta a batterla tanto a Sydney quanto all’Australian Open. “Siete sempre pronti a tirar fuori il fatto che io non ho mai vinto uno Slam, ho perso da una giocatrice che ne ha vinti due”; fa notare con un pizzico di acidità la polacca. In molti arricciano il naso e lei agguanta i quarti a Doha – dove si inchina ad Agnieszka Radwanska – e la semifinale a Dubai – dove viene liquidata da Petra Kvitova -. Sembra che le nebbie si siano dissolte e che Caroline possa guardare al 2013 carica di propositi positivi. A Kuala Lampur però inciampa al primo turno, contro la n.186 del ranking, la cinese Qiang Wang. 

E di nuovo tutti a dire che un suo possibile ritorno ai vertici è un’eresia. La smentita avviene il mese dopo ad Indian Wells, dove disputa la finale. Eppure non sboccia nessun nuovo inizio. Tra Miami e i French Open Caroline riesce a far volgere positivamente solo quattro match, rimediando un quarto di finale, due secondi turni e quattro batoste nel match d’esordio. Una semifinale a Eastbourne funge da bombola d’ossigeno ma, tra performance deludenti e qualche buon piazzamento, per riuscire a chiudere l’annata tra le top 10 deve andare a vincere il torneo di Lussemburgo che coincide con il 21esimo assoluto. Nei primi sei mesi del 2014 sembra “vivacchiare”: negli Slam non ingrana, spesso si incespica e deve accontentarsi delle semifinali a Dubai, Monterrey e Eastbourne. Il tutto, mentre il computer la piazza sul 15esimo gradino.

Sembra che nessuno senta la mancanza di Caroline Wozniacki. Come se il panorama attuale proponesse portenti tecnico-tattici. Come se Caroline Wozniacki fosse per davvero una giocatrice dal gioco cosìpovero di idee e contenuti”. Se sottoposto ad un analisi superficiale, la Wozniacki è una regolarista che fa della condizione atletica una colonna portante del suo gioco. Ad osservarla con un minimo di attenzione in più però Caroline non si discosta troppo dagli standard che propone il tennis attuale: dotata di un ottimo timing, ha migliorato il servizio ed ha cercato di rendere il suo gioco più offensivo, meno attendista. E, guarda caso, i problemi per lei sono iniziati proprio quando ha cercato di arricchire il suo tennis. Un passo senza dubbio necessario, ma che l’ha resa più fallosa, meno sicura. E da qui l’ipotesi che forse, a questo punto, non siano stati i limiti tecnici a ‘colpire ed affondare’ Caroline. Così come non sono stati i tanti, troppi, impegni con gli sponsor a distrarla, ne’ il papà autoritario “reo” non aver agevolato la collaborazione, terminata ancor prima di iniziare, con Thomas Hogstedt, o tanto meno l’ex fidanzato golfista, Rory Mcllroy, talmente insolente dall’abbandonarla ad un passo dall’altare. Da qui l’ipotesi che non sia stato piuttosto il suo punto forte a tradirla, a farla cadere in un vortice che a poco a poco rischia di aprirsi in un abisso: la mente. Era una roccia la splendida danese, un muro inespugnabile, una ‘robottina’. Ma anche le rocce si sgretolano, anche i muri possono creparsi, anche i robot possono spegnersi.

Che questa ex numero uno tanto contestata da una schiera di detrattori più infaticabili persino di quanto lo sia mai stata lei in campo, possa tornare ai vertici dipende principalmente da una componente mentale quanto mai acerba, tutto sommato avvilente in termini di “qualità di gioco”: Caroline Wozniacki non dovrebbe compiere un passo avanti, bensì una serie di falcate all’indietro. Dovrebbe ritrovare la solidità, la concretezza, il pragmatismo di alcuni anni fa. Se riuscirà a riportarsi a ridosso del vertice, il circuito avrà comunque ritrovato una campionessa. E chissà che di incompiuto non restino solo le critiche.

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