Il tennis in un ciak

«Chi disse preferisco avere fortuna che talento percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita, terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la pallina colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre, o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre, e allora si vince. Oppure no, e allora si perde». Si apre con questo monologo il film Match Point, commedia nera di Woody Allen, nella cui trama si intrecciano le vite di Chris Wilton, un ex tennista assunto come maestro in un esclusivo Club londinese dove stringe amicizia con Tom Hewett, ricco rampollo di una famiglia inserita nell’alta finanza, e sua sorella Chloe, la quale rimane stregata da quel giocatore fallito al punto di sposarlo mentre lui si trascina in una torbida relazione con Nola, un’attrice priva di talento, fidanzata con Tom. Il regista newyorkese contrappone la Upper Class londinese, che protegge e congela le proprie passioni dietro ai tre pilastri che garantiscono ad amanti e praticanti accettazione sociale: il tennis, l’arte e la lirica; a quelli che devono farsi con le proprie mani, che cercano di nascondere le unghie sporche di terra e che istigati dalla loro inadeguatezza interiore sono decisi a compiere la scalata sociale, a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo, mentendo, tradendo, persino uccidendo. Nell’animo di Chris Wilton si celano tutte le emozioni che fanno del tennis lo sport più crudele e cinico del mondo: tutte le ambizioni, tutte le frustrazioni, tutto il sudore, tutta una vita in balia di una pallina che diventa metafora del caos universale ed interiore.

Durante la promozione del film Woody Allen ha spiegato che «il tennis a New York è uno sport molto popolare ma è anche un simbolo di denaro». Il tennis compare sullo sfondo di altre sue opere: da “Zelig a Stardust Memories ad “Io ed Annie“, film del 1977 dove il comico Alvy Singer, che impugna una Dunlop in legno, conosce la sua Annie durante un doppio misto sotto un campo coperto di Manhattan e il loro primo approccio fa leva sui complimenti reciproci che si scambiano sul quanto entrambi giochino bene. Il campo da tennis diventa quindi terreno di seduzione ma, forse non a caso, prima di incrociare le racchette Alvy e l’amico Rob parlano di New York che, a giudizio del comico, si è irrimediabilmente piegata al cospetto di una masnada di stereotipi e sarebbe avviata ad una irrimediabile decadenza. Se non critico, indubbiamente ambiguo, l’approccio di Allen nei confronti del tennis.

Esiste una singolare cartolina, datata 1935, che immortala una palazzina eretta sul lido di Marina di Cecina con a fianco un campo da tennis in terra rossa. Essa riporta la duplice scritta: TENNIS e CINEMA. I locali al suo interno erano infatti suddivisi tra spogliatoi per il tennis e una saletta cinematografica; quasi a voler suggerire come, dopo una partita sotto al sole, un buon film potesse rigenerare gli stremati devoti della racchetta.

Tennis e cinema. Un binomio affascinante, quanto complicato. Il tennis nel cinema compare di frequente, ma spesso si staglia sullo sfondo, assume un valore metaforico. Ciò perché, contrariamente alla boxe, al football americano, al baseball, al pattinaggio sul ghiaccio, giusto per riportare qualche esempio, il tennis è uno sport difficilmente filmabile; arduo da fissare sulla pellicola. A partire dalla tecnica; l’importanza del gesto, la fluidità che deve imperare in ogni colpo, la collaborazione tra la postura del corpo e la naturalezza dei movimenti dalla preparazione alla chiusura. Anche negli altri sport la tecnica è ovviamente indispensabile, ma differente è il rapporto che intercorre tra essa e la macchina da presa. Per prima cosa l’ostacolo di un corpo esterno che diviene il prolungamento del proprio braccio: la racchetta; un elemento difficile da ‘isolare’. In un match di tennis grande importanza ha il punteggio, un sistema tra i più complicati che, in un film necessita del classico ‘spiegone’. Nel tennis ci sono tempi morti e nella prima pagina di qualsiasi manuale cinematografico è possibile leggere una frase: «Il cinema è la vita senza tempi morti». Paradossalmente, per un attore è più facile trasformarsi in un insonne, anoressico, tormentato dal senso di colpa, come fa Christian Bale in “L’uomo senza sonno”; o in un genio della matematica, in bilico tra schizofrenia ed autismo, come dimostra Russel Crowe in “A Beautiful Mind”, piuttosto che in un tennista credibile. Forse per questo spesso i registi offrono in sacrificio i loro personaggi al tennis proprio quando devono enfatizzarne il lato comico, rimarcandone una determinata caratteristica o incapacità, fino a sfociare nel grottesco.

Nel primo capitolo della saga “Fantozzi” l’impiegato Ugo Fantozzi, accetta la sfida del collega ragionier Renzo Filini che, seguendo la voce narrante: «Fissò il campo da tennis per la domenica più rigida dell’anno. Entrando a quell’ora negli spogliatoi del Park Tennis, vi trovarono tre giocatori rimasti lì dalla sera prima. Abbigliamento di Filini: gonnellino pantalone bianco di una sua zia ricca, maglietta Lacoste pure bianca, scarpa da passeggio di cuoio grasso, calza scozzese e giarrettiere; doppia racchettina Liberty da volano. Fantozzi: maglietta della GIL, mutanda ascellare aperta sul davanti e chiusa pietosamente con uno spillo da balia, grosso racchettone 1912, elegante visiera verde con la scritta Casinò Municipale di Saint Vincent“. Per la cronaca, la celebre scena è stata girata ad Anguillara, nella zona ‘Poggio dei Pini’.

Il tributo del cinema americano al tennis visto in chiave grottesca avviene in “Fletch, cronista d’assalto“; dove il reporter-detective Irwin Fletcher, interpretato da Chevy Chase, indaga su un traffico di droga e, per ottenere informazioni, è costretto a cambiare diverse identità tra cui quella del maestro di tennis. Il primo film che vede protagonista Billy Murray è una commedia studentesca intitolata “Polpette“, dal gergo con cui gli studenti chiamano i loro istruttori. In questo caso il Campus North Star è impegnato in una sorta di torneo Olimpico contro gli odiati rivali del Camp Mohawk e tra le varie specialità non può mancare il gioco del tennis.

Se nella commedia francese “Tanguy” il tennis compare in una scena in cui il personaggio che dà il nome al film e suo padre giocano in doppio contro due amici; “Le streghe di Eastwick” usano i loro poteri durante un match in cui la pallina da tennis inizia a fare i capricci. Altro titolo al limite del surreale è “Roxanne” film del 1987 che narra la vicenda di un uomo che ha sviluppato uno spiccato senso dell’ironia per difendersi dagli attacchi di chi rende il suo enorme naso oggetto di facili ironie ma, a differenza di Cyrano, se qualcuno lo aggredisce fisicamente anziché alla spada ricorre alla racchetta da tennis. Wes Anderson è invece il regista di “I Tenenbaum“, dove dipinge il ritratto surreale di una famiglia newyorkese deliziata da tre figli-bambini-prodigio, uno dei quali è una promessa del tennis. Il tennis si staglia sullo sfondo di due commedie che vedono protagonista Katherine Hepburne, ottima sportiva oltre che grande attrice: “Susanna” di Howard Hawks e “Lui e lei” di George Cukor. Invece in “Sabrina” di Billy Wilder, la splendida Audrey Hepburn ha appuntamento in un campo da tennis coperto con William Holden ma, al suo posto, si presenta Humphrey Bogart con tanto di bottiglia di champagne.

Tennis e dramma hanno un loro spazio in “Il calamaro e la balena” dato che Laura Linney s’invaghisce del maestro di tennis del figlio interpretato da William Baldwin. Nel cinema italiano il tennis torna nel lungometraggio di Silvio Soldini, L’aria serena dell’ovest“, dove Tobia, stanco della moglie, trascorre le sue notti sul divano del salotto mentre, in stato quasi catatonico, si riguarda i vhs con registrate vecchie partite di tennis. In “La stanza del figlio” Nanni Moretti rimprovera al figlio di essere privo di agonismo, mentre lui sostiene che “bisogna giocare a tennis per vincere”. Dal romanzo di Giorgio Bassani, “Il Giardino dei Finzi Contini“, Vittorio De Sica ha dato vita alle vicende familiari di una famiglia ebrea di Ferrara. Siccome le leggi razziali vietano agli ebrei l’ingresso nei Circoli Tennis, un gruppo di amici è solito incontrarsi nel campo privato della famiglia Finzi Contini. Ed il film si conclude proprio quando, dopo la deportazione, aleggiano le immagini dei protagonisti che giocano a tennis mentre risuona il Kaddish, un lamento funebre. Vincitore di nove premi Oscar, “L’ultimo imperatore” di Bernardo Bertolucci, ripercorre la vita di Pu Yi e mostra l’irruzione dei soldati che lo arrestano proprio mentre sta giocando a tennis. Michelangelo Antonioni affida ad un campo da tennis di Charlton Park il finale della sua opera più geniale, “Blow up“. Il fotografo interpretato da David Hemmings, assiste ad un match giocato da due mimi senza avere ne racchette e ne’ palline, fino ad entrare nella loro realtà dato che raccoglie una palla invisibile e la lancia in campo. Se i due mimi continuano imperterriti a giocare, improvvisamente, in sottofondo risuonano i colpi della pallina che parte dall’inesistente piatto corde.

Alfred Hitchcock conferisce al tennis una miriade di doppi sensi: Joan Fontaine, la seconda signora Winter, non sa giocare a tennis a differenza di Rebecca, la prima Moglie” e in L’altro uomo” il maestro del thriller fa del protagonista non un architetto come nel libro della Highsmith, bensì un tennista in modo da far ruotare il film intorno al concetto di simmetria interrotta. Nel patinato “A single man“, Colin Firth è un professore gay impiantato negli anni 60’. Gli attraenti studenti che sfilano davanti a lui in divisa da tennis, non riescono però a far dissolvere il fantasma del suo compagno recentemente scomparso.  Omosessualità che grava anche nel film di Anthony Page con Vanessa Redgrave; “Second Serve“. Laureato a Harvard, medico di successo, ufficiale di marina, campione di tennis, e con una fidanzata bellissima; Richard ha un segreto: si sente una donna intrappolata nel corpo di un uomo e, dopo varie tribolazioni, si sottopone a una cura ormonale e diventa Renée.

Specializzato nel ricreare atmosfere ottocentesche, James Ivory nel suo “Camera con vista“, attribuisce al tennis il compito di stemperare la noia in cui è solita cadere una nobile famiglia inglese. Il commediografo  Tom Stoppard trasporta al cinema “Rosencrantz e Guildenstern sono morti” e, i due personaggi minori provenienti dalla tragedia “Amleto” interpretati da Gary Oldman e Tim Roth, si sfidano in una partita di tennis a suon di domande a cui devono rispondere con altre domande, evitando ripetizioni, e chi trasgredisce alle regole perde il punto. Nel film d’avventura “Adèle e l’enigma del faraone“, ambientato nel 1911, Adèle Blanc-Sec e sua sorella Agathe, giocano a tennis ma, lo scenografo commette un’inesattezza: la parte superiore della rete è fatta in plastica, materiale che all’epoca non era ancora utilizzato dato che il net era ricoperto di stoffa. A tennis gioca anche Leonardo Di Caprio, nel piuttosto recente “Wolf of Wall Street”.

È un live action giapponese “Il Principe del tennis“, tratto dal manga ideato da Takeshi Konomi. La storia si svolge a Tokyo e protagonista è Ryoma un dodicenne dotato di un grande talento tennistico, figlio di un ex campione ritiratosi senza motivo mentre era al culmine della carriera. Se nel tredicesimo film della saga di James Bond, “Octopussy, operazione piovrasi registra la presenza di Vijay Amitraij, ex tennista indiano; il grande Pancho Gonzales interpreta se’ stesso inL’ultimo gioco“, il film di Anthony Harvey. Due film per la tv che propongono un personaggio ed un evento storico sono “Little Mo“, la prima tennista capace di realizzare il Grande Slam scomparsa ad appena trentaquattro anni per un tumore; e “When Billie beat Bobby“, sulla sfida dei sessi tra Billie Jean King, interpretata da Holly Hunter premio Oscar per “Lezioni di piano”, e Bobby Riggs.

Come detto sopra, difficile conciliare il tennis giocato con le esigenze cinematografiche. Ci riesce discretamente Richard Loncraine in “Wimbledon“; film che narra le gesta di un tennista inglese un tempo ai vertici della classifica, ora sul viale del tramonto, ma che vede nell’imminente torneo di Wimbledon la sua ultima occasione. Il film è gradevole, simpatico e non disillude le attese degli amanti dell’happy end; seppure la sua riuscita è largamente merito dell’impeccabile costruzione drammaturgica che rispetta tutti i diktat imposti dal mercato Hollywoodiano. Se la scelta del protagonista maschile, Paul Bettany, è in gran parte dipesa dal fatto che gioca a tennis sin da adolescente, la protagonista femminile, Kirsten Dunst, è stata consegnata a Pat Cash molti mesi prima dell’inizio delle riprese. Ammirevole ma poco credibile la meravigliosa attrice di “Melancholia”; più adeguato l’albino Silas di “Il Codice da Vinci”. La pellicola può inoltre vantare i cammei di John McEnroe, Chris Evert e Mary Carillo, nelle vesti di commentatori televisivi. Citazione da segnalare: dopo il penultimo punto, finito sulla riga e assegnato all’avversario, Bettany si rivolge all’arbitro facendogli presente lo sbuffo di gesso. Palese il riferimento al famoso “Chalk flew up!” di John McEnroe.

Concludiamo il nostro viaggio con il frizzante “Un’ottima annata“. Russel Crowe veste i panni di Max Skinner, un cinico uomo d’affari londinese che, alla morte di suo zio eredita una tenuta in Provenza. Parte dunque alla volta della Francia intenzionato a vendere villa e vigneto ma si ricrede quando s’imbatte nel vecchio campo da tennis abbandonato dove era solito giocare con suo zio e si rivede bambino mentre, dopo l’ennesima sconfitta, getta a terra la racchetta. Il ricordo della lezione di vita che gli impartisce lo zio Harry è il moto trainante del film: “Col tempo vedrai che un uomo non impara niente quando vince, perdere invece può condurre a grande saggezza. Il nocciolo della quale è di quanto sia più gradevole vincere. È inevitabile perdere di tanto in tanto, il trucco è che non diventi un abitudine“.

Ma a quando un film “vero” sul tennis? E chi potrebbe essere un degno protagonista? Nel cinema, affinché le storie biografiche funzionino occorrono personaggi conosciuti dal grande pubblico, dotatati di un talento eccelso, dei vincenti a cui però gli spettatori devono potersi affezionare, che devono sentire in un qualche modo vicini; vuoi per la determinazione vuoi per una debolezza caratteriale. Campioni sì, ma alla portata. E poi la vita del tennista da fissare su celluloide deve essere stata attraversata, segnata, da almeno un dramma. Diktat Hollywoodiani. Tanti i e le papabili. Tra le signore partono avvantaggiate Martina Navratilova, Monica Seles, Martina Hinghis, Justine Henin, Kim Clijsters, Maria Sharapova e le sorelle Williams; tra l’altro presenti nel 2012 al Festival del Cinema di Toronto dove è stato presentato un documentario incentrato sulla loro vita. Se tra i maschietti forse Roger Federer è forse troppo pure per Hollywood, in quanto alcuni registi interrogati in proposito lo hanno definito “troppo vincente per essere un protagonista credibile“; Boris Becker, Ivan Lendl, John McEnroe e Novak Djokovic potrebbero essere più alla portata. Un nome però prevale su tutti: è quello di Andre Agassi un po’ perché la sua biografia “Open”, suggerisce i tempi narrativi di un film, un po’ per la somiglianza con un grande di Hollywood, Colin Farrell. Gli ingredienti ci sarebbero tutti; manca un produttore disposto a rischiare un capitale, un regista altrettanto temerario, e un Colin Farrell propenso a faticare ore, giorni, mesi su un campo da tennis per diventare un credibile Kid di Las Vegas.

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