Sampras, Kuznetsova e la caduta del tempo

Stoccarda. Non ho mai simpatizzato per Pete Sampras. Se riavvolgo il nastro dei ricordi, riaffiorano vaghe e nebulosi spezzoni di un match di secondo turno del Roland Garros 1989 ai limiti dell’imbarazzante, in quanto rimediò circa tre games con Micheal Chang, ma avrei scoperto in seguito che ancor più della superficie favorevole al connazionale pesò la “fresca installazione” del rovescio eseguito ad una mano e non più a due. Tanto meno entrai in sintonia con Sampras l’anno dopo, quando sconfisse “il mio” Ivan Lendl ai quarti di finale dell’US Open, per poi involarsi alla conquista dello slam newyorkese. Non si contano le volte che avuto modo di ammirare Pistol Pete negli anni, ma mai una volta ho avvertito quel leggero strappo al cuore, quel lieve brivido lungo la spina dorsale, quel sottile stato d’ansia che indipendentemente dalla nostra volontà prende in mano i fili del nostro sistema nervoso, oltre che cardiocircolatorio, quando nasce un amore. Nonostante la straordinaria bellezza del gesto, nonostante la plasticità con cui avanzava  verso la rete, simile a un  felino che dopo aver puntato la preda stava per produrre il balzo decisivo per azzannarla; non appena il frangente di gioco terminava, aveva fine anche la magia in precedenza emanata e in Pete Sampras non riuscivo a vedere altro che un ragazzo dall’andatura leggermente primitiva, lo sguardo opaco, nonché una personalissima arroganza che non si esprimeva attraverso racchette spaccate o scatti d’ira bensì nella consapevolezza della propria solitaria grandezza, quasi lo lasciasse indifferente la presenza del pubblico intorno al campo.

Poi passano gli anni, ben venticinque dalla prima volta che lo vidi, e ovviamente passa pure l’era Sampras. A calpestare la terra rossa della Porsche Arena per disputare un’esibizione con Carlos Moya è un un uomo di quarantacinque anni, appesantito, forse persino un po’ fuori luogo. Nell’arco di questi venticinque anni non è cambiato solo il tennis, è cambiato pure lui. Per compiacere lo spirito comunitario che implica un’esibizione, ora “ci prova”, tenta di comunicare con il pubblico, seppure il modo un pochino goffo tradisce tutto lo sforzo che gli implica, come se quelle rare espressioni fossero il surrogato di un doloroso ammaestramento, di una costrizione tesa a violentarne la sua indole a cui non ha potuto ribellarsi fino in fondo. Venticinque anni. Per quanto sia ridicolo abbozzare anche solo un paragone con il Pete Sampras capace di stringere in pugno 14 titoli del Grande Slam tra cui 7 Wimbledon, a momenti in campo si staglia ancora il campione prodigioso che lascia partire diritti in corsa al fulmicotone capaci di lasciare letteralmente fermo Carlos Moya. Lo spagnolo è più giovane di cinque anni, ma pare esserlo di quindici : si muove meglio e, nel complesso, ora gioca persino meglio. La scintilla divina però, è ancora nel braccio di Pete e da lì si dirama per generare i colpi che provocano gli applausi più fragorosi, i mormorii di meraviglia più spontanei.  Venticinque anni. Il potere del tempo, che consente di metabolizzare impressioni, sensazioni. Venticinque anni per far pace con i propri “sensi di colpa”: come è possibile non amare Pete Sampras? Pure i bambini presenti sembrano conoscerlo da sempre. Il potere dei ricordi tramutati in racconti dei loro genitori, in alcuni casi si direbbe, persino dai nonni. Venticinque anni.

Ad assistere alla sfida, come uno spettatore qualsiasi, c’è pure Svetlana Kuznetsova. Ho visto per la prima volta Svetlana nell’aprile del 2001 in uno strampalato 10.000$ in cui capitai per caso, come a confermare la regola che è sempre per caso che succedono le cose destinate a lasciare un segno. Sono trascorsi tredici anni. In mezzo è accaduto di tutto e di più. In mezzo c’è una vita. Potrei scrivere che a conquistarmi sia stato il diritto simile a una vigorosa frustata, il busto che si presta a una rotazione che coinvolge le anche, la gamba sinistra che spesso si solleva come ad imprimere l’ultima spinta; oppure il rovescio, accompagnato con le braccia tese, ma che lascia spazio a un impercettibile movimento di aggiustamento con il sinistro, una sorta di fremito velato; o l’armonia con cui esegue il servizio, la frazione di secondo in cui il suo corpo assume una posa neoclassica, potrei tessere le lodi delle sue incontenibili doti atletiche, un mix di forza, rapidità di piedi e resistenza. E perché no, per quanto media e addetti ai lavori l’abbiano sempre accusata di aver vinto meno di quanto avrebbe dovuto, potrei farmi scudo dietro al suo palmares. Ma sarebbero bugie. Non so perché stravedo per Svetlana Kuznetsova. Confesso di apprezzare il modo con cui si pone rispetto a chi la circonda: l’educazione limpida, lo sguardo attento che riserva al suo interlocutore. Anche queste però, sarebbero mezze verità. Non so perché, ma sento che parte del mio affetto ha qualcosa a che vedere con un brano dell’Apoteosi di Sestov «Non abbiamo bisogno di molte parole per prendere atto che il mistero esiste e che siamo circondati in ogni lato da un mistero». Purezza e mistero. Sensazioni, percezioni che vanno oltre alle parole, ma che allo stesso tempo necessitano di parole impossibili da trovare. È rassicurante appurare che nell’arco di tredici anni alcune certezze non ti hanno tradito. Che in una timida quindicenne c’era già qualcosa della campionessa, ma ancor più della donna ventinovenne che sarebbe diventata. E viceversa.

«Non siamo realmente noi se non quando, mettendoci di fronte a noi stessi, non coincidiamo con niente, nemmeno con la nostra singolarità»; scrive Emile Cioran in La caduta del tempo. Ed io, il 20 aprile 2014 ho provato un forte senso di gratitudine. Non saprei nemmeno spiegare verso chi, o verso cosa. Ma a Stoccarda, per un giorno, il tempo si è fermato, non è mai esistito. Pete Sampras. Svetlana Kuznetsova. Venticinque anni. Tredici anni. Una prima emozione. Una catena di conferme.

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