Sedici anni dopo Mirjana torna Lucic

Chissà quanti avrebbero potuti essere quei titoli riposti in bacheca. Magari ci sarebbe pure stata una prova del Grande Slam. Chissà. Il regno delle ipotesi, assai più cinico rispetto a quello della fantasia, si frantuma nel momento in cui Mirjana Lucic, diventata signora Baroni, alza sorridente al cielo il trofeo messo in palio dalla Coupe Banque Nationale e sotto agli occhi balzano i dati nudi e crudi impressi negli almanacchi: nel palmares della croata non spicca nessuna doppia cifra, questo è solo il terzo torneo che conquista Mirjana, un tempo ferocissima baby prodigio capace di vincere l’US Open Juniores appena quattordicenne, sul tramonto di quel lontanissimo 1996 che la vede esordire in Fed Cup e azzannare tutti e sette i match disputati. Un imbrunire di cui la croata forse ignora persino l’esistenza perché la sua carriera è all’alba, di più, in quei giorni il sole è sempre alto, puntuale nell’illuminare il suo primo titolo WTA, stretto in pugno a Bol, il 4 maggio del 1997, seguito da lì a venti giorni da un’altra finale, seppure persa a Strasburgo contro sua maestà Steffi Graf.

L’anno dopo, a sedici anni, in coppia con Martina Hingis più vecchia di appena un anno si prende il doppio all’Australian Open e, tempo quattro mesi, concede il bis a Bol. Nel 1999 il sole è ancora caldo ed ecco che cade a pennello la prima semifinale in una Grande Prova, a Wimbledon. Poi all’improvviso qualcosa si incrina. Ma è solo apparenza, perché quelle crepe in verità sono figlie del successo, dei riflettori, delle aspettative. Quelle crepe sono ferite incerottate  alla meno peggio da anni, forse da sempre. E quella rabbia forsennata con cui si scaglia sulle palline è forse il triste specchio di una vita carica di violenza.

Già l’anno prima, era stata aiutata dal connazionale Goran Ivanisevic a scappare in America. Già l’anno prima le erano stati diagnosticati “disturbi da stress post-traumatici“. Fugge dal padre Mirjana e chissà, nel tentativo di dimenticare quell’uomo crudele, si dimentica pure di sé stessa. E così fu che nell’anno in cui Mirjana doveva a tutti i costi esplodere è implosa. Nel 2000 vince cinque partite e a fine anno scivola oltre la 200esima posizione del ranking. Ma non è tutto. Sospinta dal padre, la potentissima azienda di managment yankee, la IMG, con cui Mirjana aveva firmato un contratto di sponsorizzazione quadriennale, le fa causa per assurdi problemi riguardanti i compensi. La causa legale e la mancanza di sponsor completano quello che i mostri del passato non erano ancora riusciti a fare: ridurla sul lastrico, demolirla psicologicamente, costringerla al ritiro.

Se tra il 2004 e il 2006 il fantasma della Lucic si presenta in due tornei, nel nel 2007 gioca quattro eventi grazie a delle generose wild card offerte dagli organizzatori, tra cui gli Internazionali d’Italia. Ciò le permette di rientrare in classifica mondiale. Nel 2008 riparte dai tornei minori e il 25 ottobre 2010, dopo oltre dieci anni, il computer la posiziona sul gradino n.98.

Dopo il matrimonio con Daniele Baroni, avvenuto il 15 novembre 2011, dopo tre stagioni in cui naviga intorno alla 100esima posizione, il 2014 sembra prendere per mano la croata. Prima qualche ben augurante vittoria su giocatrici top 40, come Yvonne Meusburger, Anastasia Pavlyuchenkova e Bojana Jovanovski, poi lo splendido ottavo di finale all’U.S Open dove depenna Garbine Muguruza e Simona Halep. Il trionfo a Quebec City custodisce in sé un sapore dolce, consolatorio e malinconico insieme.

 Tra Mirjana e la sua “resurrezione” si sono delineate Veronica Cepede Royg, battuta 6-3 6-1, Timea Babos, superata 6-1 3-6 6.4, Sesil Karatantcheva, sconfitta 7-5 6-0, Julia Goerges, fermata 6-4 5-7 6-2 e Venus Williams, che ha ceduto alla trentaduenne nativa di Dortmund per 6-4 6-3 in un’ora e 23 minuti. Una finale, quella disputata contro la maggiore delle sorelle Williams, carica di significati. Sedici anni fa la loro aveva tutte le carte in regola per essere una rivalità destinata a segnare il nuovo millennio. Ora, a sedici anni di distanza da quei vaneggiamenti, la loro terza sfida – le prime due sono finite nelle valigie dell’ex n.1 del mondo con un inderogabile 6-0 6-0 risalente al primo round degli U.S Open 2002, ed un netto 6-3 6-3 siglato al primo turno del torneo di Florianopolis – emana colori retrò, seppur dotati di un fascino difficile da tradurre in parole.

È forse importante che Venus si sia avvantaggiata di un break nel game di apertura per poi vedersi strappare la battuta nel sesto e nel decimo gioco? È degno di nota spiegare che nella ripresa la Lucic ha allungato sul 3-1 per quindi restituire il vantaggio al settimo game ma, dopo il cambio campo, aver nuovamente preso le distanze per il 5-3 dove ha tenuto a zero il proprio turno di battuta per il 6-4 6-3 definitivo? Forse sì, forse no.

Probabilmente avrebbe molto più valore mettere questa finale su un piano differente. Quello di una donna di trentaquattro anni che ha conquistato la vetta e 7 Slam per da lì cadere, ammalarsi, non arrendersi e tornare a timbrare il cartellino in quattro finali durante questo 2014, perdendo a Auckland, a Montreal ed a Quebec City, ma vincendo a Dubai. Quello di una ex bambina cresciuta tra le braccia del buio e che forse ha visto per la prima volta il sole sedici anni dopo, ora donna sorridente, talmente intelligente da essere riuscita a impartire un ordine a quel puzzle opprimente che è stata la sua crescita, forse così bisognosa di una pace da farsi una ragione persino laddove una ragione non c’è.

Mirjana Lucic alza al cielo il trofeo di Quebec City. Da lì a poche ore avrebbe vinto anche il doppio, in coppia con Lucie Hradecka. Chissà quanti avrebbero potuti essere i titoli riposti in bacheca. Chissà. Un pensiero vago, vano, inutile. Perché per una volta cosa avrebbe potuto essere poco importa. Perché per una volta il presente ha vinto sul passato.

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