A Valencia Andy presenta il nuovo Murray

Lo hanno accusato per una vita di non possedere mordente, di essere un rinunciatario, di aver mischiato la tigna da piccolo lord cresciuto sotto alla gonna di mamma Judy con la dottrina spagnola, finendo con il diventare un giocatore né carne, né pesce, l’eterno quarto tra i Fab Four. Lui, Andy Murray, un predestinato, bollato come ultimo dei primi. Lui che non ancora diciannovenne aveva già riposto in bacheca un titolo ATP, a San José, lui che a ventuno aveva messo i piedi dentro alla prima finale slam in carriera, all’US Open, dove perse malamente, così come negativo sarebbe stato l’esito delle finali sul cemento australiano nel 2010 e nel 2011, per non parlare delle lacrime sul centrale dell’All England Club nel 2012.

Un perdente. Un eterno secondo, se non terzo o quarto. Perché va ribadito, per tutti era e sarebbe destinato a restare il quarto tra i  Fab Four. Senza Slam. Poi ha preso forma il Murray del cambiamento, quello addomesticato da Ivan Lendl e capace di appendersi al collo l’oro ai Giochi Olimpici di Londra nel 2012, di conquistare l’U.S Open sempre nel 2012 e di spezzare il maleficio che voleva un britannico incapace di imporsi a Wimbledon da 77 anni.

Quando il campione che probabilmente Ivan Lendl riteneva andato perduto insieme alla sua schiena operata, ha dovuto fermarsi e rigenerarsi affidandosi con ostinazione alle cure di una donna, Amelie Mauresmo; passo dopo passo, ha preso forma il nuovo Murray, di certo non ancora consistente come il Murray del cambiamento eppure con qualcosa in più rispetto a quella versione finalmente vincente: un uomo maturo, dotato di un cuore, della tenacia necessaria per far valere il proprio peso, in attesa che anche i suoi colpi tornino a girare bene, sempre meglio, chissà, persino meglio di prima.

La vittoria agguantata in nella finale del Valencia Open 500 ai danni di Tommy Robredo dopo 3 ore e 20 minuti di battaglia è l’ennesima conferma di come questo Nuovo Murray vada oltre al campione ritrovato. Se lo spagnolo si è garantito la prima manche grazie a due break ottimizzati al settimo e al nono gioco, nella ripresa lo scozzese ha ingranato una marcia superiore strappando la battuto al suo avversario nel game di apertura, per quindi gestire il vantaggio fino all’ottavo gioco quando si è trovato affiancato sul 4-4. I due hanno proseguito a braccetto fino al tie-break; frangente in cui Robredo ha visto sfumare due match point, il primo sul 6 a 5, il secondo sul 7 a 6. Al che, punti consecutivi messi a segno da Andy hanno trascinato la disputa al terzo set. Un parziale, quello decisivo, che ha visto il trentaduenne di Hostalrik sfilare la battuta a Murray al settimo gioco, per quindi trovarsi nuovamente ripreso sul 4-4. Se un turno di battuta tenuto a 30 dal britannico gli hanno permesso di issarsi sul 5-4, il troppo attendismo ha impedito al britannico di concretizzare un match point al decimo gioco. Degna conclusione del duello è stato un altro tie-break. Con cuore e coraggio Andy ha detto no ad altri tre match point finché, alla seconda chance utile, un micidiale rovescio lungolinea ha fermato il tabellone segnapunti sul 10 a 8 e il nuovo Murray ha potuto lasciarsi cadere sul cemento di Valencia.

Se il 28 settembre Andy aveva trionfato a Shenzhen – spezzando un digiuno lungo 1 anno, 2 mesi e 21 giorni – sempre ai danni di Robredo, il 19 ottobre si era imposto a Vienna su David Ferrer. La terza vittoria del 2014 coincide con il 31esimo sigillo assoluto. Ma soprattutto, coincide con il nuovo Murray.

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