I tormenti della professoressa Radwanska

Quando il 4 luglio 2013 Agnieszka Radwanska si arrese a Sabine Lisicki dopo essere stata in vantaggio 3-0 nel terzo set, la maga polacca non vide semplicemente sfumare l’opportunità di disputare la sua seconda finale consecutiva a Wimbledon, bensì anche la chance di afferrare un pass per entrare nel “Club dei vincitori di uno Slam”. Non è scontato che in finale  Aga Radwanska avrebbe battuto Marion Bartoli ma, consapevole del fatto che l’anno prima aveva trascinato alla manche cruciale Serena Williams, si sarebbe indubbiamente presentata all’appuntamento decisivo da favorita. Difficile stabilire il genere di contraccolpo psicologico subito da Agnieszka Radwanska. Ancora più arduo è capire se quel trascorso abbia avuto una sua rilevanza quando nei tornei a venire la venticinquenne di Cracovia è scivolata, in alcune dispute addirittura crollata, nel momento in cui giungeva a un passo dal tagliare un traguardo di prestigio.

Una ventina di giorni dopo la sconfitta subita a Wimbledon 2013 Aga è stata sorprendentemente rimontata da Dominika Cibulkova nella finale di Stanford e, nonostante il successo a Seul, dove ha rischiato non poco contro Anastasia Pavlyuchenkova, e una serie di onorevoli piazzamenti a Toronto, Cincinnati, Tokyo e Pechino; ha chiuso la stagione slam con un deludente ottavo di finale all’US Open, figlio di un doppio 6-4 inflittole da Ekaterina Makarova.

L’ex n.2 del mondo non può non aver avvertito “profumo di Slam” anche nel gennaio 2014 quando all’Australian Open, dopo aver battuto 6-1 5-7 6-0 la campionessa in carica Victoria Azarenka, anziché l’esperta Maria Sharapova o la lanciatissima Simona Halep, in semifinale si è trovata dall’altra parte della rete Dominika Cibulkova, con tanto di un ipotetico ultimo atto opposta a Li Na. Proiezioni che si sono spente il giovedì contro la slovacca, al termine di un’oretta di (non) gioco indefinibile in cui Agnieszka è riuscita a racimolare la miseria di tre game.

I “patemi Slam” per la Radwanska si sono protratti al Roland Garros, semifinalista nel 2013, mentre in questa stagione fermata dalla tutt’altro che irresistibile Ajla Tomljanovc al terzo turno, per arrivare al 6-3 6-0 che la Makarova le ha impartito agli ottavi di Wimbledon. Il 14esimo titolo in carriera conquistato a Montreal sembrava aver donato alla polacca la fiducia necessaria per riscattare una serie di performance non all’altezza. La porta sbattutale in faccia da Shuai Peng all’US Open, al secondo turno, ha però spinto i malati di statistiche a tornare a Wimbledon 2011 per individuare un eliminazione slam altrettanto precoce.

La batosta newyorkese è stata rincalzata da una serie di debacle più o meno sconvolgenti: dal disco rosso sfoderato da Varvara Lepchenko ai quarti di finale di Seul, dove dopo aver vinto il primo set al tie-break ha incassato un duplice 6-2, alla sconfitta subita per mano di Caroline Garcia per 3-6 7-6 7-6 al secondo round di Wuhan, al doppio 6-4 che le ha inflitto Roberta Vinci al secondo giro di Pechino. Essersi qualificata alle semifinali del Master di Singapore, potendo contare sui demeriti di una Maria Sharapova in vantaggio 7-5 5-1 eppure rea di aver fatto di tutto per perdere un set che ha di fatto garantito il passaggio alla polacca la quale in precedenza aveva acciuffato una vittoria su una disastrosa Kvitova, non riscattano certo una stagione perennemente borderline.

Complesso da Slam? Timori e incertezze che bussano alla porta del cuore e della mente di Aga non appena si ritrova al cospetto di appuntamenti di prim’ordine? Passi falsi che hanno cadenzato il 2014 di Agnieszka, dal torneo di casa a Katowice, alla finale di Indian Wells, passando per i primi turni di Stanford e Eastbourne, per arrivare appunto all’appendice asiatica? O più semplicemente, Agnieszka Radwanska è incapace di fronteggiare più avversarie di spessore nell’arco dello stesso torneo? O anche solo di arginare alcune picchiatrici che mai la eguaglieranno nei risultati espressi, ma se in giornata tanto basta per sovrastarla?

Per i più intransigenti, per quelli che scorgono in un match di tennis dinamiche simili a una partita a scacchi, Agnieszka Radwanska è la “tessitrice”; per coloro che invece attribuiscono al tennis la valenza di una disciplina, quelli per cui classe e concretezza procedono a braccetto, la polacca è la “professoressa”; per chi invece il nobil gioco è arte, un miscuglio di emozioni da cui lasciarsi trasportare, Aga altro non è che la “maga”. Ebbene, la sua tela è forse troppo poco spessa, il suo acume è forse insufficiente, le sue magie sono forse troppo dozzinali per vincere uno Slam? Anche il più incrollabile sostenitore non può essere sfiorato dal dubbio che, ad essere nel giusto, siano coloro che vedono nella polacca nulla più che una “pallettara” dotata di un buon braccio, ma destinata a rimanere “sgradita al Club”.

Che Agnieszka Radwanska sia una giocatrice atipica è fuori discussione. Dotata di una mobilità eccezionale, ogni suo colpo custodisce personalismi. La pulizia nei movimenti, l’armonia dei gesti suggerisce avvenenza, gracilità. Lei stessa appare esile, spesso simile a un fuscello in balia del vento. In parte si tratta di una strana “illusione ottica”. Nella realtà dei fatti la polacca tanto minuta non è e spesso la sua palla, ammettiamo pure per forza riflessa, cammina eccome. Uniamo a tutto ciò la profondità che imprime ai suoi colpi, una dose spropositata di acume che le consente di mettere in atto improvvisi capovolgimenti di fronte, e una “manina” in grado di ammansire qualsiasi contesto e, et voilà, Aga diviene una tennista anomala, velenosa, unapiccola predatrice” che con pazienza e maestria dirige nell’ombra gli “umori” di un match.

Il quadro di Agnieszka Radwanska ricamatrice, capace di disegnare un reticolato di raffinate geometrie, una sorta di metaforica tela che finisce con il soffocare le sue avversarie, è forse poesia eccessiva, così come può apparire lezioso volerle vedere in mano “una bacchetta magica al posto della racchetta”. Allo stesso tempo, Agnieszka Radwanska è illusione costante. Uno scrigno segreto, inafferrabile tanto per i detrattori, quanto per gli adulatori. In fondo, come scrisse Voltaire: “Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle”. Una frase che potrebbe celare in sé un inquietante doppio senso. Ma per quanto gli adulatori possano aborrire una qualsiasi tesi propensa a minare l’indiscusso valore del gioiello polacco, per quanto i detrattori sogghignino compiaciuti al cospetto di ogni suo buco nell’acqua, il “problema” che respinge Agnieszka Radwanska dall’Olimpo anziché affievolirsi, pare destinato a ingigantirsi e il quesito rischia di assumere le dimensioni di un fastidiosissimo tarlo, tristemente destinato a logorare l’anima di Aga.

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