Novak Djokovic, l’uomo che ha infranto un sogno

In un recente intervento Rino Tommasi sostiene che Novak Djokovic è «il giocatore che negli ultimi trent’anni ha più possibilità di realizzare il Grande Slam». I numeri espressi dal ventottenne serbo nell’arco dei primi cinque mesi del 2015 sono effettivamente stratosferici: Djokovic si è imposto in cinque dei sette tornei a cui ha preso parte; uno di essi essi è uno slam, l’Australian Open, gli altri quattro titoli stretti in pugno coincidono con altrettanti Master 1000, ossia Indian Wells, Miami, Montecarlo e Roma. Due le sconfitte in cui è incorso fino ad ora: nella finale dell’ATP250 di Dubai contro Roger Federer ed ai quarti di finale dell’ATP 250 di Doha contro Ivo Karlovic. Basandosi sui singoli match, le vittorie sono quindi 36 su 38 incontri disputati, 23 i match afferrati consecutivamente a partire dalla sfida di Davis tra Serbia e Croazia di inizio marzo.

Una dimostrazione di forza ingigantita dal livello di gioco espresso dal serbo che, al di là della gradevolezza percepita dai “palati fini” è mastodontica. Paradosso vuole che Novak abbia riposto in bacheca il suo ottavo titolo del Grande Slam, il quinto nella sola Melbourne, proprio nelle due settimane nelle quali ha prodotto un tennis qualitativamente “più basso” rispetto agli altri eventi in cui l’ha fatta da padrone. Uno slam conquistato dal serbo facendo leva sulla forza mentale e su una condizione atletica che, seppure in alcuni fasi di match contro Stan Wawrinka e Andy Murray sembrava averlo un po’ abbandonato, è senza ombra di dubbio non solo superiore rispetto a quella dei rivali, ma più portata al recupero, come se le energie del serbo potessero ripristinassi, riprendere vita in un connubio tra tempra, volontà e determinazione.

A poco, a poco è cresciuto anche la qualità del gioco. Difensivista forse, eppure incapace di subire anche quando a dirigere l’orchestra sono avversari più offensivi quali Federer o Wawrinka, mai propriamente in difficoltà, non tanto sul singolo scambio, quanto nell’umore dell’incontro stesso, quasi che le sorti delle dispute che vedono coinvolte il serbo siano già scritte, che non esistano mai veri e propri momenti di difficoltà, bensì centellinate illusioni distribuite ai suoi avversari. Un andamento che, per quanto Novak Djokovic abbia avuto la premura di mettere le mani avanti sostenendo che “il suo momento d’oro potrebbe finire all’improvviso” ed i suoi più diretti antagonisti farfugliano come “Novak non è come Nadal sulla terra” e di conseguenza “non è imbattibile”, lancia comunque segnali piuttosto evidenti e difficili da smentire su chi sia il principale favorito dell’imminente Roland Garros.

Eppure, per quanto i dati certamente confermino come nella globalità Djokovic non sia Rafael Nadal sulla terra, nell’imminenza dello slam parigino, i risultati incisi fino a questo momento non si differenziano più di tanto dalla continuità fornita dal maiorchino nelle sue annate migliori. È forse fazioso sostenere che a Djokovic manca il filotto Montecarlo-Barcellona-Madrid-Roma per un semplice motivo che non si è presentato agli appuntamenti nella penisola iberica? Non solo, per quanto nessuno possa ricorrere alla famigerata sfera di cristallo, preso atto del Djokovic attuale e dello stato dei suoi più diretti avversari, è probabilmente più utopistico non considerare il serbo favorito a Wimbledon e ancor più sul cemento newyorkese. Ed ecco che l’opinione di Rino Tommasi vale un “circoletto rosso”.

I detrattori di Novak Djokovic gli rimproverano di essere il fautore di un tennis “povero di idee e contenuti”, di essere troppo attendista, troppo difensivista, di essere un contro-attaccante che finisce irrimediabilmente per addormentare gli incontri.  Lo accusano di aver esasperato, al pari o forse ancor di più di Nadal (in quanto lo spagnolo salvo alcuni mirabolanti raid in altre superfici ha comunque posato la sua programmazione sulla stagione su terra), l’importanza della fisicità. È curioso come questi giudizi sommari siano in parte simili alle feroci critiche che negli anni ’80 vennero riversate su Ivan Lendl, l’uomo che aveva osato porre fine al regno di John McEnroe. È particolare come sia Lendl che Djokovic abbiano dovuto fare i conti e probabilmente, seppure per vie differenti, imprimere il colpo di grazia ai due semidei della storia del tennis: McEnroe e Federer.

Il tennis degli anni ’80 e quello di questa prima porzione del 2000 è ovviamente cambiato, si è evoluto, eppure questo perfezionamento è stato avvertito solamente quando il regno era saldamente nelle mani di Federer, all’incirca così come il passaggio di testimone tra Bjorn Borg e John McEnroe (senza dimenticare Jimmy Connors) era stato vissuto a furor di popolo come la fine della tirannia a favore di un tennis finalmente fantasioso e liberato dalla morsa svedese. Per quanto diversi, non potrebbe essere altrimenti dato che sono separati da ventisette anni, in molteplici aspetti tecnico-tattici, fisici, mentali e di gestione (non dimentichiamo che il ceco è stato il primo tennista a credere nell’importanza dell’alimentazione applicata allo sport non meno di quanto Novak sia fermo sostenitore della dieta no-glutine) un filo sembra unire Ivan Lendl e Novak Djokovic, quasi che il secondo fosse la continuazione del primo.

L’avvento di Lendl negli anni ’80 e di Djokovic ai giorni nostri, ha di fatto decretato le fini di due epoche cariche di fascino. La differenza è che mentre Ivan ha dovuto combattere prima contro “pezzi da novanta” quali Borg, Vilas, McEnroe e Connors, per poi essere osteggiato dalla generazione di Wilander, Edberg e Becker, e quindi doversi vedere da Sampras, Agassi, Courier e qui fermiamoci; il belgradese ha sì in parte contribuito, in consapevole concomitanza con l’età di Federer e il logorio di Nadal, ad abbattere a colpi di piccole le fortezze erette dall’elvetico e dallo spagnolo, per quindi sedersi su un trono confortevole e da lì osservare placido un orizzonte privo di nemici degni.

Anche questa pare essere una colpa. Quasi che su quel trono ci fosse capitato “per caso”, mentre tante (per alcuni) cose a Djokovic si possono rimproverare, ma non certo di essere diventato il dominatore attuale per un mero scherzo del destino, dato che “per caso” a Djokovic non è accaduto nulla; e quel primo slam vinto in Australia nel 2008, quando ancora non aveva compiuto ventuno anni, sottolinea che le stigmate del campione, del predestinato ci fossero ma di come il tempo avesse preso le parti della beltà elvetica costringendo il ragazzo venuto dai balcani a violentare fino in fondo sé stesso, il proprio smisurato talento, per diventare una “macchina”.

La colpa di Djokovic è stata quella di essersi presentato ai cancelli dell’Olimpo come terzo incomodo, di aver sempre saputo che quella dei fab four era una favola da quattro soldi, che l’obiettivo era intromettersi tra il semidio Federer e il superuomo Nadal. Ha dovuto strapparsi le vesti di dosso per farsi sentire, quasi dovesse far rumore per essere creduto in pieno, per essere apprezzato, accettato. La colpa di Djokovic è quella di aver scritto la parola fine al sogno di un’epoca che ha trovato linfa vitale nel dualismo sbilanciato tra un essere soprannaturale e un iberico dai bicipiti scolpiti, un’epoca assuefatta dal luogo comune che l’assolutismo del talento opposto alla generosità della forza potesse compensare ogni cosa, persino la noia. Tedio di cui è accusato essere portatore Novak Djokovic, l’uomo che sta dominando il circuito, colui che sembra destinato ad diventare il n.1 più n.1 di sempre, ora concentrato nel venire a capo di un’ossessione che risponde al nome di Roland Garros per mettere ancora di più i piedi nella storia. A meno che la storia non decida di respingerlo.

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