Roger Federer e lo slam che non arriverà mai più

Dopo la semifinale spettacolare, ma soprattutto spettacolarmente vinta ai danni di un impotente quanto valoroso Andy Murray, in molti erano convinti che da lì a due giorni i fotografi che sono soliti accorrere sul Centre Court dopo la stretta di mano tra i finalisti avrebbero potuto immortalare per l’ottava volta il, a furor di popolo, immortale Roger Federer con il trofeo del vincitore tra le mani. Un pensiero zuccheroso, un sogno celeste, un’illusione quanto mai ingannevole. La 137esima finale assoluta disputata da Roger Federer, la 25esima in una prova del Grande Slam, la decima a Wimbledon; è finita come è ormai noto: non è stato registrato il titolo n.87, il conto degli slam non è salito a 18 e l’elvetico non si è lasciato alle spalle Pete Sampras e William Renshaw, i Championships sono rimasti sette. Il pubblico ha applaudito, certo, senza però propriamente gioire, perché il paladino mondiale del tennis, colui che mette d’accordo praticamente tutti, dai dinosauri svezzati da Nicola Pietrangeli e Rod Laver ai “teppisti” arruolati da John McEnroe, da coloro che cercavano ossigeno e si sono “accontentati” di Pistol Pete Sampras ai palati fini delle new generation, per arrivare a coloro per cui il tennis è un argomento da sfogliare giusto la domenica delle grandi finali, lui, quell’uomo, per molti un essere divino, era uscito sconfitto dal campo, nuovamente, contro un serbo capace di piacere giusto a una fascia tutto sommato ristretta e similissima a quella dei seguaci di Rafael Nadal. “Gli altri”, “il resto del mondo”, destinati ad essere perennemente incazzati perché così come è accaduto per anni quando al posto del belgradese c’era il maiorchino, per il “mondo “fighetto” del tennis domenica 12 luglio 2015 prima ancora di aver vinto Novak Djokovic, ha perso Roger Federer. E per quegli sconfitti che mai ammettono o ammetterebbero di esserlo, per la fascia eletta ci sarà sempre un’altra possibilità, un altro Wimbledon, una prossima volta in cui tutto andrà come deve andare. “In fondo ne è convinto pure Stefan Edberg”, si aggrappano come naufraghi inconsci e inconsapevoli. Quasi che il tempo potesse restituire, anziché sottrarre, giovinezza, quasi che Roger Federer per quanto ancora “affamato e motivato”, non percepisse lui stesso che quella luce, che quella fiamma, si fa di volta in volta sempre più flebile.

Roger Federer ha iniziato a partecipare ai tornei del Grande Slam nel 1999 vincendo il suo primo match all’Australian Open 2000, dove ha raggiunto il terzo turno. I primi quarti di finale sono arrivati nel 2001, al Roland Garros redarguito da Alex Corretja, ed a Wimbledon dove dopo aver interrotto il regno di Pete Sampras è stato fermato da Tim Henman. Dopo uno smorto 2002, a Wimbledon 2003 lo svizzero ha stretto in pugno contro Mark Philippoussis il primo Wimbledon. Nel 2004 ha avuto inizio l’era Federer, un dominio proseguito inesorabile fino all’alba del 2008. Imbattibile all’Australian Open: nel 2004 per Marat Safin, nel 2006 per Marcos Baghdatis e nel 2007 per Fernando González. Incontenibile a Wimbledon: nel 2004-2005-2006 per Andy Roddick e nel 2007 per Rafael Nadal. Re dell’U.S Open: nel 2004 per Lleyton Hewitt, nel 2005 per Andre Agassi, nel nel 2006 per Andy Roddick e nel 2007 per Novak Djokovic. Solo il Roland Garros sembrava essere una sorta di oscura ossessione destinata a rimanere incompiuta, finché nel 2009 Roger Federer ha potuto contare sull’avvento “dell’angelo vendicatore” Robin Soderling che, buttatogli fuori Nadal agli ottavi, ha ceduto in finale al suo cospetto. Stagione 2009 resa più florida dal sesto successo a Wimbledon, ma pur sempre incastrata tra le prime due annate da “allarme rosso” per lo svizzero in quanto sia nel 2008 che nel 2010 Roger avrebbe afferrato solo uno slam per annata: all’U.S Open nel 2008 ed all’Australian Open 2010 sempre su Andy Murray. Dalla finale vinta a Melbourne nel 2010 Federer ha dovuto disputare dieci slam prima di tornare a vincerne uno, il 17esimo, a Wimbledon 2012, l’ultimo. Nell’arco di quel tempo si sarebbe conteso un solo ultimo atto, a Parigi nel 2011 in quanto a Wimbledon avrebbe rimediato due quarti ed all’U.S Open due semifinali, stesso risultato conseguito in Australia. Da Wimbledon 2012 a quello appena concluso sono passati 12 slam: le finali disputate sono state due, entrambe perse nello slam londinese per mano di Novak Djokovic.

Qualcuno ha iniziato a dare Roger Federer “per morto” quando perse l’epica finale di Wimbledon 2008 contro Rafael Nadal. Una profezia spicciativa ed un po’ vana nonostante il solo slam stagionale incamerato dall’elvetico se si considera che Roger andava semplicemente per i ventisette anni. Eppure i segnali che qualcosa avesse iniziato a sgretolarsi c’erano tutti perché nel 2009, va ricordato, fu sì moschettiere a Parigi, ma non sarebbe troppo fazioso attribuire una parte del merito a Soderling, ed anche a Wimbledon la scampò per un pelo contro un Roddick che sempre aveva schiacciato sull’erba. Dal gennaio 2010, non ancora trentenne, al luglio 2015, rimarchiamolo, Roger Federer ha vinto due slam: Australian Open 2010 e Wimbledon 2012 battendo in entrambe le circostanze Andy Murray, colui che nelle sue ultime cinque vittorie slam, da New York 2008, ha battuto tre volte.

Le resurrezioni di Roger Federer così come le sue tante morti, la più macabra indubbiamente quella affibbiatagli nel 2013, sono “cose da giornalisti”. Si sorvola l’assurdo nel dare per morto un imperatore incontrastabile quando aveva appena ventisette anni, eppure quel 6 luglio 2008 probabilmente è accaduto qualcosa nella mente di Roger Federer, così come avvenne in quella di Bjorn Borg quando John McEnroe si frappose tra lui ed il sesto trionfo a Wimbledon, così come per ironia della sorte accadde per il mancino yankee quando Ivan Lendl lo rimontò al Roland Garros. Piccole incrinature, dettagli che possono insinuare un tarlo persino nella mente di un imperatore e che non dovrebbero essere presi alla leggera dagli strilloni che già vedono Novak Djokovic vicino ai venti slam.

Difficilmente Roger Federer conquisterà un altro slam. Per quanto in stato di grazia è bastato Marin Cilic versione U.S Open 2014 per impedirglielo. Anzi, forse è proprio quello il caso in cui andrebbe applicata la teoria che spesso viene usata a mo’ di alibi solo con Djokovic e Nadal: è bastato quel Marin Cilic affinché Roger Federer non ci credesse, non lottasse, vagasse per il campo come uno sconfitto qualsiasi, come un eletto a cui il destino aveva voltato le spalle. E qui la triste, sconsolante, sensazione che Roger Federer sia affamato perché mai propriamente morto, anzi vivo, vivissimo se si considera come sia tuttora il solo capace di impensierire il n.1 del mondo, eppure questa fame, queste motivazioni, siano la conseguenza di un “diritto divino”, del suo essere per antonomasia un supereroe ed è questo quello che tutti si aspettano dai supereroi, loro per primi nel momento in cui si scoprono, loro malgrado, intrappolati nel personaggio.

Eppure quell’atteggiamento rassegnato che sembra assalirlo quando inizia la lotta, quella postura lievemente ripiegata, lo sguardo esasperatamente serio, sembrano denotare come Roger Federer fatichi a rassegnarsi di essere stato vittima di un inganno: non è un semidio, non lo è mai stato, negli anni del dominio era semplicemente un giocatore di una spanna, forse due, o pesino tre, sopra ai suoi diretti avversari e se di qualche super-potere era provvisto, era quello che accomuna tutti i grandi, i grandissimi, ossia un talento multiforme che accarezza ogni componente necessaria per essere un campione. L’inganno per Roger Federer è stato ancora maggiore perché tutti hanno voluto vedere nella sua classe quella marcia in più sempre pronta a fare la differenza. E invece no, nell’avvilente Waterloo londinese del 2008 Roger Federer ha sbattuto contro “la cruda verità” e si è forse sentito solo come non mai: nel tennis la differenza la fa per prima la mente. Da quell’incidente di percorso Roger Federer non si è forse mai propriamente ripreso, non quella parte di se’ abituata a vincere per manifesta superiorità, non quel lato del suo carattere che non ha mai dovuto sporcarsi le mani per quindi essere improvvisamente chiamato a prestare soccorso nel momento in cui le differenze si stavano sempre più assottigliando, laddove gli avversari avevano iniziato a fiutare il sangue da una ferita mai rimarginatasi.

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