Wimbledon, un attimo di eternità fuori dal tempo

Wimbledon. Semplice da pronunciare, ma non troppo, a pensarci bene. Wimble-den. La cadenza troppo british ti fa sorgere il dubbio se sia proprio quello il posto dove si disputa il torneo di tennis. Poi c’é dell’altro, molto altro. Perché ecco, a Melbourne Park ci si riflette quasi sul fiume Yarra e l’efficenza aussie si sposa a meraviglia con il distretto finanziario che si estende a pochi passi, in termini di yards s’intende, mentre nel quartiere d’Auteuil si respira Parigi tanto che basta arrampicarsi in cima alla terza categoria del Philippe Chatrier per distinguere la Torre Eiffel, non parliamo poi di Flushing Meadows, il parco di 500 ettari creato sulla valle di ceneri descritta da Francis Scott Fitzgerald in Il Grande Gatsby, dove nonostante tutto ti senti accartocciato nel ventre di New York. A Wimbledon invece… Non sei propriamente a Londra. Soprattutto nei giorni precedenti il torneo di tennis, prima che il delirio si impossessi degli appassionati del nobil gioco, gente pronta a tutto, come accettare la possibilità di essere sorteggiati di anno in anno in occasione della lotteria ufficiale per avere un biglietto tra le mani, colpo di fortuna che difficilmente si avvererà, quindi uomini e donne di ogni età, provvisti dell’indispensabile queue card, disposti a fissare per quattro, cinque ore, la nuca dell’individuo che lo precede pur di avere la meglio sulla mitologica queue, magari dopo aver campeggiato all’addiaccio.

Ad ogni modo, quando si innesca tutto ciò, Wimbledon diventa un’altra cosa ancora. Per questo soffermiamoci sul prima: un ordinato paesino di campagna dove tutto sembra essere sincronizzato affinché ogni meccanismo che lo compone proceda alla stessa velocità. È forse questo ad intingere un che di soporifero all’atmosfera, uggiosa o limpida che sia. Le auto che avanzano senza nessun autista impossessato dalla smania di investire un pedone, i pedoni che si avvicendano come fossero parte di un organismo infallibile, anche se devono semplicemente portare a spasso il cane, ed i cani che, pure loro, sembrano consci del loro posto nel mondo, in quel genere di mondo. Le distesi verdi che hai immaginato leggendo L’amante di lady Chatterley non sono poi così lontane. Da uno degli edifici vittoriani di colore rosso acceso potrebbe uscire una Signora Dalloway intenta ad andare a comprare i fiori, con un sorriso di circostanza stampato sul volto ma intimamente esasperata da quel panorama troppo zelante, quasi fosse il risultato di una sfalsata meticolosità esistenziale. Se poi anziché in hotel prendi alloggio in un appartamento non sarebbe un colpo di scena troppo destabilizzante se un mattino senti il vicino salutare recitando «Buongiorno! E casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio buonasera e buona notte»; ed al che scopri che pure tu eri parti del Truman Show.

Ma siamo qui per parlare del torneo quindi entriamo in questo benedetto All England (Lawn Tennis and CroquetClub. La procedura descritta poche righe più su autorizza un qualsiasi individuo con cui vi può capitare di incrociare lo sguardo di emanare la fierezza classica di chi è consapevole di essersela guadagnata. D’altronde, per l’amor di Dio (o meglio ancora della regina), esiste forse un altro torneo che richiede una prova d’amore così impegnativa? Ed ora spazio alla solita banalità: la tecnologia, le innovazioni, il progresso, insomma tutto quel genere di cose per cui il resto del mondo tennistico fa a gara per arrivare prima, a Wimbledon viene osservato a distanza, persino con una certa dose di sospetto. Non è solo questione degli abitini rigorosamente tutti bianchi, non è il manto verde che deve essere mantenuto all’infallibile altezza di 8 mm, non è quel MrMiss, o Mrs pronunciato dall’arbitro a precedere nome e cognome dei giocatori, è l’ambiente in sé che plasmache manipola. La mancanza di feeling con l’elettronica allunga i propri tentacoli sui presenti che, forse influenzati dal contesto, sono decisamente più restii a scattare imperterriti fotografie o selfie, facilitando non poco gli oneri degli arbitri di sedia, molto meno impegnati che altrove a invitare il pubblico a spegnere un qualsivoglia marchingegno diabolico, in quanto non di rado basta l’occhiata non troppo amichevole di un vicino di posto a convincere un potenziale malintenzionato a riporre la fonte di disturbo in tasca.

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Nel santuario di Church Road anche il cibo vuole la sua parte. Non che sia un grosso sacrificio, ma ti senti obbligato di presentarti all’Aorangi Food per poter assaggiare le proverbiali fragole e panna e scolarti un bicchiere di Pimms. Quando poi scatta l’ora del the’ il The Lawn è un richiamo più irresistibile del match in programma sul Centre Court. Ed intanto che ci sei ordini pure un piattino di scones perché ormai sei lì e così si fa. Certo, incapaci di convincere i falchi veri a confermare le chiamate dei giudici di linea è stato ammesso Hawk-Eye ed in caso di pioggia almeno il centrale viene coperto da uno splendido tetto. Anche questi “perfezionamenti” però non riescono a scuotere Wimbledon, quasi navigasse in una dimensione non solo al di fuori dal tempo, anche al di fuori del mondo.

E poi c’é il silenzio. Niente a che vedere con la reticenza di un tempio, semmai la sensazione è di essere al di là di una vetrata enorme che separa un corridoio illuminato a neon da un abissale acquario marino; perché in verità il silenzio che resta impresso non è tanto quello al di fuori dal campo, quanto quello dentro al campo, al di là del vetro immaginario. Questo perché sull’erba le scarpe non “cigolano” come sul cemento, non “arano” il terreno come sul rosso; lì, su quel verde, vestito di bianco, pure il rappresentante più sgraziato assume una propria dignità, quasi bastasse quel tappeto a rendere chiunque più felino, più conforme all’etichetta di nobiltà che tanto si addice ai Championships. Il comunicare sottovoce, al limite dei gesti, tra i componenti dei team seri, le pratiche di allenamento che sembrano svolgersi come da copione, gli accompagnatori che si illuminano di luce riflessa senza però mai scrollarsi di dosso il timore di essere di troppo, di disturbare chissà quale presenza superiore che ancora permette che tutto ciò si possa compiere.

Se attento, lo spettatore comune percepisce tutto ciò e si adatta più o meno volontariamente al mood, mentre il resto del pubblico, coloro per cui già essere lì è una conquista al pari di aver picchettato una bandiera sul monte Suribachi, per quanto reduci da una «kiù» atroce e condizionati dal clima rarefatto, più si allontanano dal Centre Court più assumono una parvenza umana e quando ad impugnare la racchetta è un britannico tendono a farsi sentire, al punto che Svetlana Kuznetsova può essere citata come esempio di come sul campo 3 battere un gruppo di scalmanati in odore di alcool sia decisamente più complesso che sbarazzarsi di una modesta per quanto volenterosa Tara Moore. Ecco, questo può provocare un leggero senso di inadeguatezza. Perché a Melbourne, a Parigi, a New York, sei preparato, mentre lì, dove tutto sembra ricordarti che il galateo ha ancora un valore, lì no, non te lo aspetti. Forse non se lo aspettava nemmeno la Kuznetsova che ogni tanto non resisteva proprio alla tentazione di lanciare occhiatacce agli hooligans e di far notare a Juan Zhang come sarebbe stato opportuno ricordare un po’ più spesso a quegli scalmanati di non applaudire, di non gridare, di non fischiare, insomma di non dare sfoggio della loro maleducazione durante le fasi di gioco.

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Ad ogni modo, vuoi per predisposizione genetica, vuoi perché a Wimbledon i meteoropatici sono senza dubbio messi a dura prova, se si parla di villani Viktor Troicki e Fabio Fognini si sono definitivamente guadagnati un premio Oscar alla carriera. Il serbo, già di per sé ingrugnito perché Albert Ramos non aveva intenzione di farsi da parte, ha deciso di scaricare le sue frustrazioni contro il giudice di sedia, Damiano Torella, dandogli del «cieco», dell’«idiota», del «peggior arbitro del mondo»; mentre il ligure ed il suo clan sono riusciti nella mastodontica impresa di far perdere le staffe persino a Feliciano Lopez costringendo addirittura il saggio Carlos Bernardes a scendere dal seggiolone affinché la lite non degenerasse in qualcosa di simile alla rissa. «Tu es un sucio, in 20 anos ningun entrenador me molesto asi», ha detto Feliciano a Perlas, il quale ha replicato con un cavallo di battaglia non troppo adeguato se il tuo pupillo è Fognini: «Tu no tienes educacion!»; mentre il reverendo Fabio a corto di argomenti preferiva ripetere come un disco rotto: «Ma cosa vuoi? Hai vinto ed hai pure rotto i co***oni dall’inizio alla fine della partita…». Vai tu a spiegare a Fognini che il punto non era tanto vincere o perdere (oddio, un po’ forse lo era…), così Lopez non ha avuto altra scelta: coinvolgere Flavia Pennetta nella discussione; a compendio di un siparietto surreale equamente diviso tra durante e dopo partita.

Insomma, nemmeno Wimbledon possiede il dono di addomesticare l’indole di chi non nasce signore e così Serena Williams continuerà a sfasciare racchette e a camminare al rallentatore da una metà campo all’altra per poi lasciarsi cadere di peso sulla sedia ai cambi dispari per i prossimi dieci-quindici anni, quando sarà ancora numero uno del mondo nonostante gli azzardi di qualche giornalista che, in seguito ai rari incidenti di percorso, avrà additato questa o quella come «futura numero uno del dopo-Serena» mentre matematicamente su quel trono la beneficiaria del pronostico mai si accomoderà, perché anche nel 2030 Serenona sarà ancora lì, annoiatissima, a guidare la fila, tutta soddisfatta per aver distrutto generazioni su generazioni di avversarie. Insomma, mettiamoci tutti il cuore in pace: le basta perdere quei cinque chiletti in tre settimane e riacquistare quel pochino di fiducia per tornare a far paura.

Certo, che la scivolata coreografica con tanto di caduta in semi-spaccata, ecco quella se la poteva risparmiare. Ma al di là della rete c’era Svetlana Kuznetsova e si sa, Serena non è cattiva, la disegnano così, però ha buona memoria e finché la russa galleggiava nel torpore le riusciva più facile assumere atteggiamenti amichevoli nei suoi confronti, ma da un po’ Svetlana si è risvegliata, l’ha battuta a Miami e queste prevaricazioni a Serenona non piacciono mica tanto, ciò non di meno sa bene che “Sveta” e “capacità di concentrazione” sono termini che messi nella stessa frase fanno volentieri a botte, e allora vai di scivolata alla prima goccia di pioggia caduta per battezzare il 5-4 Kuznetsova con tanto di battuta a disposizione. «In queste condizioni cadrò di nuovo» anticipa l’imbattibile e preveggente Serena a Marija Cicak, per poi fulminare il referee Andrew Jarrett e dire «Se mi faccio male, gli faccio causa». E allora che si fa? Ve lo spiega Serena. Una pausa di una decina di minuti per mandare Svetlana a servire raffreddata e piazzare il contro-break. Poi inizia a piovere sul serio quindi il tetto va chiuso. Mica vorrete beccarvi tutti una denuncia. Tempo al tetto di chiudersi e manca poco che su tutti gli altri campi di Wimbledon il gioco non sia già ripreso, ma questo che importa? Basilare è che ormai Svetlana avesse perso l’attimo, ragione in più che lei ha un senso dell’attimo tutto suo e sull’erba, con quel portento come antagonista, non c’era verso di tornare anche solo in partita. Ci mancherebbe, non sarebbe cambiato niente, ma questa è Serena. Un conto è quando affronta qualche avversaria di cui per ricordarsi il nome deve buttare un occhio al tabellone. Un conto è quando affronta qualcuno che qualche sveglia gliel’ha data. Ecco, nel secondo caso, scatta un rabbioso desiderio di demolizione. Perdonate la ripetizione: questa è Serena e su questo principio si posa il motivo primario che la innalza a più forte di tutte.

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C’è poco da fare, al cospetto di Serenona anche un terminator come Novak Djokovic si è dimostrato un principiante quanto a cattiveria, capacità di controllo e di personalità. Ci mancherebbe, gli organizzatori gliel’hanno combinata grossa al serbo. Da una parte il numero uno del mondo oltre ogni ragionevole dubbio per giunta in corsa per il Grande Slam, dall’altra uno spara mine tutt’altro che docile su quella superficie, dall’alto le previsioni che davano per certa l’impossibilità dello svolgimento regolare degli incontri, e nella stanza dei bottoni che fanno? Piazzano questo uomo che per inclinazione è abituato a controllare anche il volo degli uccelli durante lo svolgimento di un match in un campo senza tetto? Sottoponendolo quindi ad uno stress immane per motivi tanto tecnici – logicamente gli uno-due del bombardiere Querrey si potevano adattare meglio ai frequenti stop rispetto al tennis corrosivo di Nole – quanto emotivi – per quanto se ne dica una volta rasata l’erbetta di Wimbledon quel poker avrebbe iniziato ad assumere contorni piuttosto nitidi.

Ed invece, con la complicità di chi pianifica l’ordine del giorno, Sam lo spilungone con il volto da don pacifico ha infranto il sogno del ventinovenne belgradese che per almeno quest’anno deve mettere da parte la possibilità di diventare il primo uomo dopo Don Budge e Rod Laver di conquistare il Grande Slam. Non solo, Wimbledon ha rianimato il principale, per non dire unico, con l’esclusione dell’incognita Stan Wawrinka, vero avversario di Djokovic: Andy Murray, il Lord locale che quell’erba aveva soggiogato nel 2012 in occasione delle Olimpiadi e nel 2013 quando ha interrotto l’obsoleto digiuno britannico ai Championships londinesi che proseguiva da qualcosa come 77 interminabili anni. Definitivamente raddrizzato dal ritorno ai box di Ivan Lendl, quello che è stato per anni il quarto tra i fab four nel nome di un’ingiustizia decretata più da sé stesso, dalle sue fragilità caratteriali, che non dal volere degli dei del tennis, ha domato e dominato tutti tecnicamente, tatticamente, fisicamente e, in assenza della sua bestiaccia nera che viene dai Balcani anche psicologicamente. La frusta di Lendl fa evidentemente paura e nonostante il difensivismo a volte esagerato e ancor più spesso sprecato per un esemplare completo come lui, Andy si è dimostrato un vincente che ha saputo trarre profitto dalle sconfitte subitedagli errori commessi, un profeta in patria apparentemente deciso a ridurre i sermoni incoerenti e di far valere il proprio sangue blu.

Per quanto sia severamente vietato da una non scritta legge universale anche solo azzardare la minima osservazione che non comprenda una lode nei confronti di Roger Federer, dopo averlo visto nuovamente incapace, con o senza Djokovic, di riprendersi il suo regno, per l’elvetico si assottigliano sempre più le possibilità di distaccare il dinosaurico William Renshaw ed il signore degli anni ’90 Pete Sampras, tutti appostati a quota 7 sigilli, e la constatazione che il 18esimo titolo slam non arriverà mai più, salvo apocalissi dell’ultimo minuto, sembra un fatto quasi accertato. Per evitare maledizioni o fraintendimenti inopportuni, mi associo al gregge dei «Federer non deve dimostrare più niente a nessuno», ma se così è, ed è così, allora rischia di diventare ridicola, per non dire commuovente, il tam tam che si innesca ogni qualvolta si avvicina Wimbledon, quando i suoi fedeli danno il via ad un’orgiastica processione in cui auspicano il trionfo del Re, ragione in più se perde Djokovic, per quindi puntualmente sbattere il muso contro la realtà e travolgere tutto e tutti con il loro fanatismo iniziando ad inveire  contro Djokovic e la sua camera iperbarica, ad insinuare che Nadal è dopato, a rimproverare a Murray di dire parolacce mentre gioca, a sminuire Stan Wawrinka perché è uno sconsiderato, ad arrampicarsi sugli specchi per giustificare la stesa subita da Marin Cilic in semifinale all’US Open 2014 perché pure lui chissà cosa aveva preso, e adesso, dopo l’ennesima semifinale andata a male, prendersela pure con Milos Raonic, canadese obiettivamente un po’ sgraziato, ma che nonostante la prima abbonata ai 230 km/h è molto più che «solo servizio» e prima di tutto è un gran lavoratore, che poco alla volta si è dimostrato capace di colmare i “buchi” forzati dal suo metro e 96 centimetri. Milos ha battuto Federer, meritatamente, mentre due giorni prima Roger era scampato a Cilic, non certo senza meriti, ma facendo principalmente leva sui tremori del croato e sulla fortuna, prima ancora che sulla classe, che spesso soccorre i campioni nel momento del bisogno.

Ed a proposito di bisogni, per chiudere la saracinesca su giornate tante intense come quelle che si vivono all’All England Club non c’é niente di meglio che fare una capatina a Wimbledon Village. Non è da escludere che potreste persino incrociare qualche giocatore (eccetto Roger Federer, Novak Djokovic, le sorelle Williams, Rafael Nadal, polso o infortunio di turno permettendo, e Maria Sharapova, WADA permettendo) deciso ad annegare i propri dolori in una birra o semplicemente desideroso di godersi una passeggiata con il team o la famiglia. Al 55 di High Street Wimbledon trovate il Rose & Crown, ma il consiglio è di fermarvi un po’ prima, al numero 25, dove potete imbattervi nel Dog & Fox. Giusto per immergersi in vivaci discussioni sul meteo, il Brexit, sulle intramontabili sorelle Williams che quando decidono di giocare non lasciano scampo alle altre doppiste, sulla favola di Marcus Willis che tra pre-qualificazioni, qualificazioni e una vittoria nel main draw si è guadagnato la stretta di mano di Roger Federer, o per l’appunto continuare i soliti, interminabili dibattiti sul divino di Basilea, il sultano dei Balcani, il re della terra, il profeta di Dunblane o, come ho fatto io sul fatto che Serena poteva risparmiarci quella scivolata, insomma tutti quei discorsi che con il tennis vero hanno ben poco a che vedere, ma che aiutano a far passare il tempo nei meandri di un contesto fuori dal mondo.

andy-murray

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