La Russia a Rio, tra ingiustizie, lacrime e orgoglio

Le Olimpiadi della Russia hanno visto la luce molto prima della cerimonia di apertura avvenuta a Rio il 5 agosto. La freccia scoccata in perfetta sincronia e complicità da WADA e IAAF ha colpito il cuore della Russia nel novembre del 2015 quando il colosso dell’est è stato sospeso a tempo indeterminato con l’accusa di aver impartitodoping di Stato”. Il fazioso Rapporto McLaren avrebbe infatti evidenziato «l’abuso di potere più deliberato e sconvolgente mai visto nella storia dello sport. Il ricorso al doping in trenta sport significa che non può esistere più la presunzione di innocenza». La sentenza IAAF è stata infine ribadita, nel giugno 2016, dal CIO il quale ha confermato l’esclusione della Russia nelle discipline di atletica a Rio 2016, per quindi bisbigliare una sorta di apertura nei confronti degli atleti che si sono sempre dimostrati puliti. Presupposti magnanimi che si sono contraddetti all’istante nel caso più clamoroso e vergognoso, ossia quello di Yelena Isinbayeva, mai trovata positiva ma a cui è stato vietato di prendere parte ai Giochi.  Tra le pieghe di uno scandalo destinato a “sforare” i confini dell’atletica in quanto, in una dimensione parallela che risponde al nome di tennis era stata proclamata la positività dell’atleta russa più conosciuta al mondo, Maria Sharapova, e che stando all’accusa vedrebbe coinvolti persino i servizi segreti sovietici; la dichiarazione del presidente Vladimir Putin riassume il clima ostile nei confronti del paese di cui è al comando affermando che «la comunità internazionale è testimone di una pericolosa ricomparsa della politica che interferisce con lo sport».

La Russia si è quindi presentata a Rio con 27 Federazioni. Il villaggio Olimpico era ubicato a Barra da Tijuca, un quartiere della zona ovest di Rio de Janeiro. Gli atleti russi hanno soggiornato nella palazzina numero 8 delle 31 costruite, comprensive di diciassette piani per edificio con tanto di 3.604 appartamenti. Paradosso vuole che molti palazzi ospitassero più nazioni (l’Italia ad esempio condivideva “casa” con il Montenegro ed alcuni atleti romeni), mentre il numero 8 era tutto per il Team Russia. Inutile specificare che molti appartamenti fossero vuoti. Più che accettabili visti dall’esterno, una volta messi i piedi negli appartamenti la qualità lasciava parecchio a desiderare: letti piccoli e scomodi, armadietti di pezza, lavandini minuscoli, cambio di lenzuola ogni quattro giorni. Si salvano i balconi, davvero molto belli. Se l’Australia si è trasferita in blocco in hotel, seguita a ruota dalla Svezia, la Russia ha resistito in quel complesso costato cinque volte il budget previsto, ma partorito forse cinquanta volte peggio di quanto immaginato. C’era pure la possibilità di affittare appartamenti privati, ma gli organizzatori non hanno garantito una sicurezza sufficiente nel caso alcuni atleti avessero optato per quella scelta. Sicurezza presente, seppure tutt’altro che invadente, rispondente al nome di Forza Nacional principalmente nella piazza che raccoglie il complesso. Tornando al Villaggio in sé la mensa era grande quasi quanto tre campi da calcio e sul cibo è meglio stendere un velo pietoso. Fritti abbondanti, frutta con il contagocce, pietanze spesso fredde quando dovevano essere servite calde o viceversa. Mistero quest’ultimo di difficile comprensione e di impossibile risoluzione. Quanto allo svago, tra i meandri del Villaggio era possibile intravedere piscine, campi da tennis e da calcetto, banche, uffici postali, fiorai, un salone di bellezza, la sala giochi, un’area ricreativa con tavoli da ping pong, un Centro Multiconfessionale e luoghi per la preghiera, il più toccante certamente il “lugar de luto” dove era possibile commemorare le vittime legate ai cinque cerchi, come ad esempio i morti di Monaco 1972. Vietate le visite alle “palazzine rivali”, niente Pokemon go, wi-fi a tratti oscurato, ma ben 41 preservativi a testa.

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A Giochi Olimpici conclusi questo è il bottino stretto in pugno dalla Russia: 19 medaglie d’oro, 18 medaglie d’argento e 19 medaglie di bronzo. Concentrandoci su una disciplina per volta tre sport hanno ottenuto altrettante medaglie di bronzo: la canoa in velocità con Roman Anoshkin, la vela RS con la diciannovenne Stefania Elfutina e la pallanuoto femminile, con le sette ragazze costrette ad arrendersi all’Italia in semifinale, ma pronte a riscattarsi annientando per 19-18 l’Ungheria ed eguagliando così il piazzamento di Sydney 2000. Altrettanti allori d’argento sono arrivati tramite il taekwondo con Alexey Denisenko, il tiro con l’arco con la squadra formata da Tuyana Dashidorzhieva, Ksenia Perova e Inna Stepanova ed il ciclismo su strada con la cronometrista, ormai trentaseienne, Olga Zabelinskaya. Ha invece raggranellato un argento ed un bronzo il ciclismo su pista: seconda piazza ottenuta dalla squadra femminile di velocità con Anastasija Vojnova e Daria Shmeleva, terzo posto conseguito, sempre nella sezione velocità, da parte di Denis Dmitriev. Migliora la situazione nel tiro dove nel suggestivo Sambodromo si sono fatti valere Vitalina Batsarashkina e Sergey Kamenskiy, medaglie d’argento rispettivamente nella pistola ad aria 10 metri femminile e nella carabina 50 metri a tre posizioni maschile, mentre sono due uomini ad aggiudicarsi i bronzi: Vladimir Maslennikov nella carabina in aria 10 metri e Kiril Grigoryan nella Carabina a terra 50 metri. Due medaglie d’argento e due di bronzo anche nel nuoto. Sono due giovanotti ad arrivare terzi, ossia Evgeny Rylov nei 200 metri dorso ed Anton Chupkov nei 200 metri rana, ventenne l’uno e diciannovenne l’altro, tra l’altro presentatisi a Rio con tre e due gold conseguiti alle Olimpiadi giovanili di Nanjing. Molto coinvolgenti si sono rivelate le due medaglie d’argento azzannate dalla quattro volte oro ai Mondiali Yulia Efimova, distintasi nei 100 e nei 200 metri rana. Risultata positiva ad una dose infinitesimale di Meldonium a febbraio, sospesa e poi riammessa in extremis, la ventiquattrenne nativa di Groznj non ha dovuto combattere solo contro le sue avversarie,  impersonificate nella statunitense Lilly King e nella nipponica  Rie Kaneto, bensì contro l’intero Olympic Aquatics Stadium. Accolta da vergognosi insulti e fischi da parte del pubblico a partire dalle batterie per arrivare alla consegna delle medaglie, Yulia Efimova ha dimostrato al mondo la sua superiorità umana lasciandosi andare ad un pianto a dirotto. Usurpatrice per il resto del mondo, eroina per il team Russia.

Restiamo nella vasca, seppure del Centro Acquatico Maria Lenk, con le due medaglie d’oro afferrate nel nuoto sincronizzato nel duo e nella competizione a squadre. Natalia Ishchenko (19 ori mondiali e 12 europei ma soprattutto alla sua quarta medaglia d’oro dopo la gara a squadre di Pechino 2008 e Londra 2012 e il duo sempre in Gran Bretagna) e Svetlana Romashina (pure lei 19 volte campionessa mondiale tra duo, squadre e libero combinato, 10 volte campionessa europea e quattro volte olimpionica dopo il gold a squadre a Pechino e l’uno-due tra duo e squadre tanto a Londra quanto a Rio). Sin dai preliminari le due atlete, bellissime e dal portamento statuario, sono state protagoniste di una prestazione carica di drammaticità e di rara bellezza totalizzando un punteggio finale di 98.5333, distanziando di ben un punto e mezzo le dirette avversarie provenienti dalla Cina. Natalia e Svetlana, la prima nata a Smolensk nell’aprile del 1986 mentre la seconda è una moscovita di ventisei anni, hanno spiegato che «la cosa più difficile è stata portare avanti il lavoro come se nulla stesse accadendo perché non era per nulla scontato che ci avrebbero permesso di partecipare ai Giochi». Spettacolo impressionante il loro, con costumi scintillanti, trucco waterproof e posa con palese richiamo a Rose di Titanic, ma soprattutto, a detta degli esperti di settore, le due hanno rasentato la perfezione. Una pienezza ridimensionata dalle parole delle due ultra- intransigenti sirene: «Ci alleniamo dieci ore al giorno. Passiamo più ore al giorno in acqua o comunque sia a prepararci per entrare in acqua. Forse abbiamo talento, ma più ancora il nuoto sincronizzato è nella nostra anima». Natalia Ishchenko e Svetlana Romashina hanno poi concesso il bis a squadre, assaporando un secondo successo insieme a Maria Shurochkina, Alla Shishkina, Alexandra Patskevich, Vlada Chigireva, Elena Prokofyeva, Svetlana Kolesnicenko, Elena Prokofyeva e Galena Topilina. Una vittoria tesa a rimarcare la supremazia russa nel momento in cui danza, musica ed acqua interagiscono tra loro.

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Tre le medaglie garantite dallo judo. La pulce Beslan Mudranov si è imposto nello Judo 60 kg. Nato nel 1986 a Baksan è figlio di un camionista ed una casalinga ed ha iniziato a praticare le arti marziali all’età di tredici anni. Il passaggio dal wrestling al judo si è rivelata una mossa chiave. Più volte campione nazionale vanta due ori ai Campionati Europei ed uno ai Giochi Europei, mentre ai Campionati Mondiali del 2014 si era fermato all’argento. Di una ventina di centimetri e di chili in più rispetto a Beslan, il ventiduenne nativo di Nazran Khasan Khalmurzaev ha invece vinto la medaglia d’oro per gli atleti di peso inferiore ad 81 kg. Un bronzo è invece giunto in campo femminile con Natalia Kuziutina, la quale ha concorso per i 52 kg. Si elevano a cinque le medaglie poste in saccoccia dalla Russia per quanto concerne il pugilato. Tra le polemiche generali l’oro dei pesi massimi (91 kg) è andato a Evgenij Tiščenko, mentre si è dovuto accontentare dell’argento della categoria pesi mosca (52 kg) il favorito della vigilia, il ventinovenne di Karmiravan Michail Alojan. Di bronzo i combattimenti portati a termine da Vitaly Dunaytsev nei superleggeri (64 kg), da Vladimir Nikitin nei pesi gallo (56 kg) e dalla ventiduenne Anastasia Belyakova nei pesi leggeri (60 kg). Addirittura nove le medaglie totali per quanto riguarda le discipline inerenti alla lotta. Se ne va dal Brasile con un bronzo al collo per la lotta greco-romana 130 kg il colosso Sergey Semenov. Stessa sorte è toccata a Ekaterina Bukina nella lotta libera 75 kg. Il due volte campione europeo della lotta 74 kg Aniuar Geduev si è invece dovuto accontentare dell’argento, così come seconde sono arrivate Valeria Koblova (58 kg) e Natalia Voroboeva (69 kg). Quest’ultima merita indubbiamente qualche parola in più. Campionessa Olimpica a Londra 2012 nei 72 kg, sempre su quel peso aveva spadroneggiato a livello juniores, mentre nel 2015 ha reso più pittoresco il suo palmares grazie alla vittoria ai mondiali Westling 69 kg. Il modo in cui è stata “chiusa” nella finale di Rio dalla dieci volte campionessa del mondo e quattro volte oro olimpico nipponica Kaori Icho rientra nell’ordine delle cose, ma il tempo gioca indubbiamente a favore di Natalia. La lotta libera ha visto la Russia fare la voce grossa nei 65 kg con il campione del mondo in carica Soslan Romanov e negli 86 kg con il duplice campione mondiale di origine àvara Abdulsrashid Sadulaev. Tante soddisfazioni anche nella lotta greco-romana. Si è incoronato Re degli 85 kg la semi-sorpresa David Chakvetadze, mentre dopo due titoli Europei ed altrettanti Mondiali, sempre tra i 75 kg, il venticinquenne siberiano Roman Vlasov ha raddoppiato l’oro londinese stravincendo la sfida finale con il danese Mark Overgaard Madsen. E dire che durante la semifinale il russo è crollato a terra, svenuto, a pancia in su, in seguito ad una presa del suo avversario, il croato Bozo Starcevic. Il giudice ha interrotto immediatamente il gioco reclamando l’intervento di un medico che altro non ha potuto fare che constatare l’immediato risveglio di Vlasov, poi involatosi tra le note dell’inno russo.

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Alexander Lesun ha invece fatto valere la grande tradizione russa nel pentathlon moderno; una disciplina olimpica tra le più affascinanti ed antiche, avendo fatto il suo ingresso ai giochi sin da Stoccolma nel 1912. La prima delle cinque prove previste è andata di scena alla Youth Arena dove i trentasei partecipanti si sono sfidati in un Round Robin di scherma. Il titolo di “re della stoccata” è andato proprio ad Alexander Lesun, il quale è stato imbattibile in ben 28 assalti secchi ed ha stabilito pure il nuovo record olimpico totalizzato la bellezza di 268 punti. Alle sue spalle si sono classificati il tedesco Patrick Dogue e l’egiziano Omar El Geziry. È poi arrivato sesto quello che si rivelerà essere il più temibile avversario di Lesun, l’ucraino Pavlo Tymoschenko, mentre solo 19esimo il messicano Ismael Hernandez Uscanga, futuro bronzo. Per la seconda prova i 36 concorrenti sono stati dirottati al Deodoro Aquatics Centre. Divisi in sei batterie, lo scopo era realizzare il miglior tempo individuale sui 200 metri stile libero. In questo caso agli onori della cronaca è balzato il britannico James Cook il quale ha seminato tutti, compreso Amro Elgeziry, fratello di Omar e additato come uomo da battere per quanto riguarda il nuoto. Nel caso specifico Lesun si è piazzato 22esimo guadagnandosi così 324 punti, un posto avanti all’ucraino; mentre il messicano li ha preceduti di parecchio, essendo arrivato 11esimo. La prova d’equitazione ed il combined, che unisce la prova di tiro con una pistola laser rivolta a cinque bersagli dalla distanza di 10 metri ad una corsa campestre, hanno infine premiato Aleksander Lesun il quale ha battuto il nuovo record olimpico con un totale di 1479 punti. Nato ventotto anni fa nella suggestiva Barysaw, in Bielorussia, Aleksander Lesun è alto 1,82 cm per un peso forma di 75 kg ed è allenato da un eminenza del settore, Alexei Khaplanov. Nella sua bacheca luccicavano già otto ori, equamente divisi tra Campionati del Mondo e Campionati Europei. Dopo la beffa ai Giochi Olimpici di Londra 2012, dove si era classificato quarto, in Brasile Lesun ha scritto una splendida pagina di sport e si guadagnato, con infinito merito, l’onore di tornare in patria con la medaglia più ambita sul cuore.

Александр Лесун завоевал золотую медаль в соревнованиях пятиборцев

I sette ori conquistati dalla Russia nella scherma vedono le donne ritagliarsi un posto in primo piano rispetto ai colleghi uomini con cinque medaglie a due. Campione del mondo juniores nel fioretto individuale nell’ormai lontano 2012, Timur Safin non è riuscito a trattenere un po’ di rammarico per non essere riuscito ad andare oltre al bronzo nella sua specialità. Fatale al non ancora ventiquattrenne di Tashkent, in termini di “vista oro” o per lo meno di sfida contro lo yankee Alexander Massialas, è stata la semifinale persa per 15 a 8 contro l’italiano Daniele Garozzo. Il russo è comunque riuscito a salire sul terzo gradino in seguito alla vittoria per 15 a 13 sull’ostico britannico Richard Kruse, mentre ha trascinato i suoi compagni, ovvero il mai interamente sbocciato Aleksei Ceremisinov, il redivivo Artur Akhmatkhuzin e la riserva Dmitry Zherebchneko verso l’oro a squadre. Nei quarti di finale la Russia ha ottimizzato una vittoria su misura sulla Gran Bretagna per 45 a 43, seguita da un penultimo atto soffiato agli Stati Uniti per 45 e 41, preambolo della marcia trionfale scandita dal 45 a 41 impartito alla Francia.

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Il fioretto ha strizzato l’occhio alla Russia anche in ambito femminile con la splendida Inna Deriglazova. Implacabile sin dal primo incontro vinto per 15 a 6 sulla di casa Ana Beatriz Bulcao, la ventiseienne di Kurcatov ha ripetuto lo stesso punteggio contro l’ungherese Aida Mohamed, per quindi sbarazzarsi della francese Ysora Thibus al termine di un tiratissimo 15 a 13. Il derby in semifinale con Aida Sanaeva non ha avuto storia: Inna ha spadroneggiato per 15 a 3, provocando nella connazionale uno scossone che forse si è portata dietro anche nella finale di consolazione, per il bronzo, poi persa contro la tunisina Ines Boubakri. La russa si è presentata in finale, opposta ad Elisa Di Francisca,  da due volte campionessa europea a squadre, tre volte campionessa mondiale, una delle quali nell’individuale a Mosca 2015 ed un argento a squadre strappato ai Giochi Olimpici di Londra. Oltre al “salto di qualità”, Inna sarà ricordata anche come colei che ha tirato una riga sopra al ciclo azzurro per quanto riguarda il fioretto alle Olimpiadi. Sospinta da Stefano Cerioni, ossia proprio colui che aveva un tempo armato la sua rivale sulla pedana di Jesi prima di finire alla corte delle zarine, Inna ha recuperato uno svantaggio iniziale di 0-3 stoccando per sette volte consecutive. Nonostante la russa avesse preso il volo sul 12 a 7, un finale al cardiopalmo ha rischiato di trasfigurarsi in un incubo vero e proprio incubo fino al provvidenziale suono della campanella, sul 12-11.

Nessun rammarico nella Spada a squadre per Violetta Kolobova, Tatiana Logunova, Ljobov Sutova e Olga Kochneva. Spazzate via senza tanti complimenti dalla Romania in semifinale, le russe si sono impossessate del bronzo battendo 37 a 31 le “cugine” estoni. Il titolo di zarina della scherma deve essere consegnato con lode a Jana Egorjan. Nata il 20 dicembre 1del 993 ad Erevan, in Armenia, a soli sei anni si è trasferita con la famiglia a Chimki, nell’Oblast’ di Mosca dove ha iniziato a praticare la scherma sotto la guida di Sergei Semin. Presa “in custodia” dalla duplice campionessa del mondo di sciabola Yelena Jemayeva è sotto alla sua guida che decide di cimentarsi nella specialità che ha reso famosa la sua maestra. Quattro ori nella sciabola a squadre da Zababria 2013 a Torun 2016 passando per Strasburgo e Montreal, ed un Campionato Mondiale in quel di Kazan nel 2014, erano i biglietti da visita con cui Jana si è presentata a Rio. Il 15 a 7 inflitto alla messicana Tania Arrayales ai sedicesimi di finale è stato rafforzato da 15-12 tramite il quale la Egorjan si è scrollata di dosso la greca Vasiliki Vougiouka per quindi passare indenne il derby contro Ekaterina Diatchenko, superata per 15-10. Dopo la semifinale en passant per la russa, svettata per 15-9 sull’ucraina Olha Charlan, all’ultimo atto è stata battaglia con la connazionale Sofia Velikaja, una leggenda capace di vincere nove ori agli Europei, quattro di essi individuali, e sette ai Mondiali, due da single, ma anche di scivolare sul più bello nella finale dei Giochi Olimpici di Londra 2012, quando la coreana Kim-Ji-Jeun le “rubò” quell’oro diventato per lei una sorta di ossessione e, a quanto pare, di maledizione. Il 15-14 che ha consegnato l’oro a Jana Egorjan e l’argento a Sofia Velikaja ha probabilmente ingigantito i fantasmi della trentunenne nativa di Almaty che; insieme alla diretta rivale si è dimostrata decisiva nella competizione a squadre. Affiancate da Julija Gavrilova ed Ekaterina Diatchenko, Jana e Sofia hanno “graffiato” il Messico per 45-31 ai quarti di finale, per quindi prendere la ricorsa verso l’oro frantumando i sogni di gloria degli Stati Uniti per 45-41 ed infine divorarsi l’Ucraina per 45 a 30. Un ciclo il loro, che pare al momento impossibile da interrompere.

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Le Olimpiadi di Rio consegnano alla Russia anche la medaglia d’oro della pallamano femminile. Passate brillantemente le eliminatorie, ai quarti di finale le russe hanno piegato l’Angola per 31 a 27. I presenti alla Future Arena hanno quindi assistito ad una semifinale da batticuore tra la formazione dell’est e la Norvegia, tra l’altro detentrice del titolo olimpico, mondiale ed europeo. Dopo un avvio claudicante, la Russia ha iniziato a farsi valere gettandosi a capofitto in una disputa ritmata da costanti sorpassi da entrambe le compagini. Il 31-31 ha reso necessari i tempi supplementari dove nuovamente l’equilibrio l’ha fatta da padrone finché, a 30 secondi dalla fine Ekaterina Ilina ha messo in rete il 39-38 che ha chiuso la questione. Non sono quindi bastate le 14 reti segnate dalla fenomenale Nora Mork; ad avere ragione è stato il gioco globale delle russe. Qualche brivido lo ha riservato anche la finale. Dopo un avvio “di studio” da parte della Russia e difensivista per quanto riguarda la Francia, che ha avuto nel portiere Laura Glauser una vera e propria roccia capace di negare alle russe cinque conclusioni su sette nei primi dieci minuti, verso il 17esimo minuto le pupille di Yevgeni Trefilov hanno premuto sull’acceleratore generando un liberatorio tentativo di fuga sul 6 a 3 grazie al goal di Daria Dimitrieva. Un vantaggio mantenuto dalle future campionesse che al termine del primo tempo potevano guardare dall’alto le avversarie sul 10 a 7. Nella ripresa una Russia più meticolosa che propositiva, ha conservato per quindi bloccarsi improvvisamente nel momento in cui Anna Vyakhireva ha innalzato le la squadra sul 14-11. Agganciate sul 14-14 la Russia è uscita dal torpore grazie all’esuberanza di Dimitrieva, Kuznetsova e Bobrovnikova. Un nuovo allungo di Vladena, autrice del 19-15 al 55esimo minuto, ha imposto alla Francia un finale all’arrembaggio, comunque gestito in sicurezza dalla Russia che al gong ha potuto festeggiare quel 22-19 che è sinonimo di oro. Questi i nomi delle trionfatrici: Tatiana Erokhina, Olga Akopian, Ekaterina Marennikova, Victoria Kalinina, Daria Dimitrieva, Vladena Bobrovinkova, Maria Sudakova, Irina Bliznova, Anna Sem, Ekaterina Ilina, le campionessa del mondo del 2009 Anna Sedoykina, Victoria Zhilinskayte e Maya Petrova, la veterana due volte campionessa mondiale (nel 2005 e nel 2007) Polina Kuznetsova e sua sorella, più giovane di otto anni in quanto classe 1995, Anna Vyakhireva.

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Gli otto ori incamerati dalla Russia nella ginnastica artistica si dividono equamente tra uomini e donne chiudendo il bilancio a quota 3 bronzi, quattro argenti ed un oro. Le quattro medaglie maschili non comprendono la più preziosa ed in tutte è possibile ammirare la firma di Denis Abljazin e David Belyavskiy. Nato a Votkinsk, città in cui vide la luce anche il compositore Pyotr Tchaikovsky, l’ora ventiquattrenne David Belyavskiy è rimasto orfano quando era poco più che un bambino ed è stato cresciuto dai nonni. Formatosi al Lokomotiv Ekaterinburg, David si è distino agli Europei di Mosca 2013 vincendo un oro nel “All around”, per quindi contribuire, sempre a livello europeo, negli ori per i Team sia a Sofia 2014 che Berna 2016, rincarando il tutto con un oro alle parallele. Specialità, quelle delle parallele, che a Rio ha visto Belyavskiy spingersi fino alla medaglia di bronzo, dietro all’ucraino Vernjajev e allo statunitense Leyva. Eccellente anche l’argento per Team, con la Russia finita dietro al Giappone ma davanti alla Cina, grazie all’abilità, oltre che di David Belyavskiy, di Nikita Nagornyy, Ivan Stretovich e di colui che di medaglie complessive, se ne è cucite addosso tre, ovvero Denis Abliyazin. Già vincitore di un oro nel corpo libero ai Mondiali di Nanning 2014 e di ben sei ori agli Europei – a Mosca 2013 nel volteggio, a Sofia 2014 a squadre, nel corpo libero, agli anelli e al volteggio, mentre a Berna 2016 si è accontentato del primo posto a squadre – ai Giochi Olimpici ha confermato la medaglia d’argento vinta a Londra nel volteggio e si è intascato un bronzo agli anelli.

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Il plotone USA, i cui tratti si riassumono nelle sembianze di Simone Biles senza dimenticare l’altrettanto formidabile Alexandra Raisman, ha limitato l’incasso russo nella ginnastica femminile. La ventunenne moscovita Marija Paseka, già medaglia d’oro nel volteggio ai Mondiali di Glasgow e agli Europei di Montpellier, sempre nel 2015, ha migliorato di una posizione il bronzo che si era presa alle Olimpiadi di Londra 2012, ma non è riuscita a sorpassare la minuscola, solo di statura, Biles. Un argento replicato anche nella competizione a squadre, dove Marija è stata supportata da Seda Tuchaljan, Daria Spiridonova e principalmente da Alya Mustafina. Proveniente da una famiglia di origini tartare, già il padre regalò alla Russia un bronzo nella lotta greco romana alle Olimpiadi di Montreal ed è forse da lui che Alyna ha ereditato forza muscolare ed elasticità. Quanto alla sublime eleganza e raffinatezza, il CSKA di Mosca si è assunto l’onere di affinare quanto il cielo aveva offerto in dono a questo gioiello di 1,62 cm. Classe 1994, sono ormai sei anni che Alya Mustafina domina la maggior parte delle gare nazionali ed incanta il mondo con la sua grazia, principalmente quando l’esercizio prevede le parallele. Tre ori alle Universiadi di Kazan 2013 ed ai Giochi Europei di Baku 2015, sempre a squadra, nell’individuale e nelle parallele, ha finora totalizzato sei ori agli Europei e due ai mondiali e seppure il contraccolpo psicologico rappresentato dall’avvento della Biles sembra averle causato una flessione a livello assoluto, quell’oro alle parallele asimmetriche conquistato alle Olimpiadi di Londra 2012, Alya l’ha ribadito anche a Rio deliziando i presenti con la sua classe. Qualcosa di eccelso Alya Mustafina l’ha compiuto anche nel concorso individuale dove non è riuscita a scalfire Biles e Raisman, ma ha colpito al cuore il pubblico, accettando di scivolare nell’eterno compromesso che mai la russa potrà scrollarsi di dosso, ossia quell’emotività che dona pathos ai suoi esercizi andando però a sottrarre qualcosa alla fredda perfezione. Un aspetto capace di mandare in visibilio gli appassionati, ma che viene sottolineato senza pietà da parte dei giudici.

Come da prassi, la Russia ha continuato ad imporre la propria legge nella ginnastica ritmica. Infallibili nella competizione a squadre con  Anastasija Bliznyuk, Anastasija Tatareva, Maria Tolkacheva, Anastasia Maksimova e Vera Birikova, la gara individuale ha potuto assistere ad un entusiasmante duello in famiglia tra la figlia di un Dio minore Margarita Mamun e la divina Yana Kudryavtseva. A vincere l’oro con il punteggio 76.483 non è stata la grande favorita Jana, personaggio ai limiti della mitologia in quanto è stata capace di eclissare persino la  stella di Alina Kobaeva, bensì l’umanissima al cospetto Margarita Mamum. Classe 1995, di padre bengalese, Margarita ha iniziato a cimentarsi nella ginnastica ritmica a sette anni. Vincente lo è sempre stata, basti pensare che al debutto nella categoria senior ai campionati europei di Vienna nel 2013 vinse la medaglia d’oro nella gara a squadre e nel nastro. Bis di ori confermato ai Mondiali di Kiev, questa volta nella palla e nelle clavette, seppure quest’ultimo a pari merito con Yana Kudryavtseva. Da quel giorno Margarita Mamun ha ricoperto il ruolo di unica ginnasta in grado di competere con la nota connazionale. Ai Mondiali di Smirne 2014 gli ori sono saliti a tre: gara a squadre, nel nastro, e nella palla a pari merito con la Kudryavtseva. Ori ed argenti sono continuati a piovere nel cilindro di Margarita, ed è inutile specificare come tutti i secondi posti siano giunti alla spalle dell’eminenza nata sotto alla stessa bandiera e con cui ha comprato un volpino di Pomerania di nome LeBron James. Deve invece essere ricordato che ai Mondiali di Stoccarda 2015, la Mamun ha insidiato come non mai Jana l’eletta in quanto solo un errore nel finale di gara all-around, le è costato il titolo  con conseguente rimonta della connazionale che, si saprà mesi dopo, si era presentata in Svezia con una frattura a un piede. L’angelo con le ali di ferro, così viene chiamata Yana Kudriavtseva, un prodigio capace di riscrivere tutti i record e sconvolgere qualsiasi statistica. Figlia di Aleksey, medaglia d’oro nel nuoto a Barcellona,  a quindici anni Yana è già oro nella gara all-round al Mondiali di Kiev. A diciotto anni di prime medaglie ne ha già vinte 11 agli Europei e 13 ai Mondiali. Qualcosa di simile era avvenuto nel tennis con Martina Hingis, guarda caso pure lei nata il 30 settembre, seppure diciassette anni prima. Le mancava solo l’oro olimpico, ma come tutti i semidei anche Yana ha mostrato al mondo il proprio punto debole: il piede destro. Operatasi il giorno del suo diciottesimo compleanno, ha fatto in tempo a presentarsi a Rio da grande favorita, ma la riabilitazione e forse alcune piccole crepe risalenti a Stoccarda, hanno trattenuto, sfregiato, le ali della meravigliosa moscovita. Lei, Yana Kudryavtseva, un personaggio al limite del surreale, alla terza rotazione dell’esercizio alle clavette ha commesso un banalissimo quanto clamoroso errore. Il punteggio è crollato e quella sorta di dea ha abbandonato il tappeto tra le lacrime per andare ad abbracciare la sua amica del cuore e rivale per dimostrare di essere, forse, un pochino più umana di quanto il mondo sia disposto a credere.

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Sui polverosi campi dell’Olympic Tennis Center si è infine svolto il torneo di tennis. Insoddisfacente quanto avvenuto in campo maschile. Assenti nella specialità doppio, gli out all’esordio di Andrey Kuznetsov e Teymuraz Gabashvili, l’uno contro il solido Roberto Bautista Agut e l’altro il tutt’altro che irresistibile Radu Albut, sono stati lievemente alleggeriti dal ventisei moscovita Evgeny Donskoy il quale ha sconfitto il tedesco Jan-Lennard Struff e la testa di serie n.7 David Ferrer, tra l’altro rimontando un set ed un break di vantaggio, prima di crollare contro lo yankee Steve Johnson. In campo femminile deve forse essere rinconsiderata l’opaca prestazione offerta al secondo turno da Anastasia Pavlyuchenkova contro Monica Puig. Dopo aver concesso tre games a Magda Linette, la venticinquenne di Samara ha infatti patito un 3-6 2-6 patito contro la portoricana, futura campionessa dell’evento. Disco rosso al terzo giro per Ekaterina Makarova. In sofferenza sia contro la turca Cagla Buyukakcay (3-6 0-6 7-6(6), che contro la slovacca Anna Karolina Schmiedlova (3-6 6-4 6-2), la mancina di Mosca ha infine sbattuto contro Petra Kvitova (4-6 6-4 6-4). Si è invece spinta fino ai quarti di finale la diciannovenne Daria Kasatkina. Dopo un avvio complicato, sancito da un 3-6 7-5(4) 6-1 sulla tunisina Ons Jabeur, la russa ha battuto 6-1 6-4 la tignosissima cinese Saisai Zheng e 7-5 6-2 l’italiana Sara Errani ma, con Madison Keys dall’altra parte della rete non è riuscita ad andare oltre ai quattro giochi. Tante aspettative pesavano sulle spalle di Svetlana Kuznetsova. Accreditata come ottava testa di serie la due volte campionessa slam ha fatto il bello ed il cattivo tempo con la cinese Qiang Wang, per poi beneficiare del forfait di Monica Niculescu ma, messi i piedi nel terzo turno, non è riuscita a portarsi a casa un match che stava dominando contro la britannica Konta. La russa s’é fatta riprendere dal 6-3 2-0 per quindi non riuscire a concretizzare due palle break sul 4-4 ed altrettante sul 5-5. Nel set decisivo Svetlana si è trovata sotto 3-5 per lì risalire in cattedra e spingersi fino al 5-5 0-40. Nuovamente però non è riuscita a convertire almeno uno dei tre break point consecutivi. 6-3 5-7 5-7 il deludente score. La maggior soddisfazione per la Madre Russia si è così palesata con il trionfo di Elena Vesnina ed Ekaterina Makarova nel torneo di doppio. Partite come testa di serie n.7 Elena ed Ekaterina hanno travolto le sorelle con passaporto aussie Anastasia ed Arina Rodionova, le romene Andreea Mitu e Raluca Olaru, le iberiche Carla Suarez Navarro e Garbine Muguruza, le  ceche, esecutrici al primo turno delle favoritissime sorelle Williams, Barbora Strycova e Lucie Safarova ed in finale la coppia elvetica formata da Hingis Bacsinszky. Fino ad un certo punto si è pure sperato nella possibilità di una finale tutta russa dato che ai quarti, Svetlana Kuznetsova e Daria Kasatkina hanno avuto tre match point consecutivi contro Hlavackova e Hradecka, quando conducevano 5-4 nel set decisivo. «Si è avverato il sogno di una vita»; le parole pronunciate all’unisono da Vesnina e Makarova.

Ricapitolando, nonostante la vergognosa sentenza della IAAF, la Russia ha salutato il Brasile forte di 56 medaglie e seppure l’atmosfera che si è respirata a Rio non ha completamente riconciliato la Russia con lo spirito che dovrebbe pervadere i Giochi Olimpici, le vittorie, ma soprattutto l’orgoglio, dimostrato dagli atleti  hanno fatto capire al mondo la levatura umana di questi protagonisti, spesso ingiustamente fischiati o costretti a subire un tifo avverso. Non paghi del male perpetuato dalla IAAF, il Comitato Paralitico Internazionale si è reso protagonista dell’ennesimo gesto di viltà squalificando la Russia dai Giochi riservati ai disabili. L’ennesima decisione politica, dettata dall’odio, dal cinismo e dalla codardia. «Tutto il mondo è contro di noi ma non non ci arrenderemo e il nostro spirito non si spezzerà, noi siamo russi», ha scritto Svetlana Kuznetsova nei social network. Ancora più dura e vaticinante la reazione della grande esclusa Yelena Ishinbayeva: «Dio vi giudicherà per quello che avete fatto a me e al mio Paese». Eppure la sensazione è che nessun giudizio potrà mai compensare le cattiverie che hanno dovuto subire gli atleti russi.

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