Svetlana Kuznetsova, indecifrabile sciarada

11 settembre 2004. Questa la data in cui si chiuse il cerchio, in cui si compì quel qualcosa di indefinibile iniziato tre anni prima in uno strampalato ITF, in uno di quei posti aridi dove si capita per caso, così come per caso capitano tutte le cose destinate a lasciare un segno nella vita; quando in un pomeriggio graffiato da una luce abbagliante la canicola si intrise di quelle parole «presto vincerai uno slam»; e lei ci credette, o forse no, perché non aveva ancora compiuto sedici anni e solo da poco aveva imparato qualche parole d’inglese; aveva già le gambe muscolose e il diritto letale. Svetlana Kuznetsova, così si chiamava.

Quando l’11 settembre del 2004 Svetlana Kuznetsova trionfò all’US Open non inventò nulla di nuovo. Non mostrò nessuna nuova strada. Non promise niente a nessuno. In una notte, a soli diciannove anni, mise ai suoi piedi il circuito WTA senza rendersene conto e quando capì di cosa era stata capace non le rimase che scusarsi. Lei non aspirava al GOAT, non voleva essereil tennis”; sapeva di non possedere gli equilibri di Steffi Graf o delle sorelle Williams, di non essere una cannibale come Monica Seles o Justine Henin, di non poter contare sulla concretezza di Chris Evert, di non poter riprodurre la glaciale perfezione di Martina Hingis. In lei non c’é mai stata traccia di presunzione. Non ha mai sfoggiato il talento smisurato che aveva avuto in dono. Non ha mai conosciuto la cattiveria. Alla ferocia agonistica ha sempre preferito far valere la sua indole da fighter.  Non è mai ricorsa a scorrettezze, a sotterfugi. Per intravedere il suo primo nemico le bastava guardarsi allo specchio.

A Svetlana Kuznetsova non interessava essere una macchina da guerra. Le era bastata una notte per sedurre gli dei del tennis, ma sapeva, sentiva, che la sua sarebbe stata una sinfonia troppo difficile da suonare troppo a lungo. Non le rimase che chiedere alla massa di accettarla, così, com’era. L’invenzione era lei, nel suo profondo, ma quella notte aveva proposto qualcosa di inaccettabile: i contorni di un orizzonte perennemente in bilico tra il giorno e la notte. Suggerì che l’eternità non era la ripetizione, ma l’acuto perfetto. Consapevole dei propri tremori si propose come una figura caravaggesca, sospesa tra luce e oscurità, talmente determinate nelle vittorie quanto nelle sconfitte da abolire il contorno delle proprie gesta.

Le bastò una notte per anticipare il futuro. I suoi trionfi non avrebbero coinciso con l’apoteosi della forza, della solidità, della continuità, no, sarebbero state apparizioni emerse dal buio, lampi di luce tese ad infrangere le tenebre di un tennis non più violentato, bensì preso per mano, indirizzato verso a un qualcosa di virile e fragile insieme, un tennis deliziato dal suo talento ma allo stesso tempo sfregiato dall’incapacità di governarlo, di domarlo; di convivere in armonia con quella scintilla capace di illuminarne il gioco, ma anche di ottenebrarlo, di farlo ardere, di spegnerlo. Ancora, e ancora.

Aveva il mondo in tasca, Svetlana. Ma le sue tasche erano troppo grandi. Eppure non fu lei a perdersi. Lei non aveva una meta. Fu il mondo a disorientarsi. Fu la massa a non riconoscersi nelle sue fragilità, nelle sue passioni, nelle sue contraddizioni, nel suo essere così esasperatamente russa. Lei non ingannò nessuno. Semplicemente, nessuno riuscì a comprenderla, a interpretarla. Un elenco infinito di titoli, di record battuti, questo chiede, comprende la massa. E lei questo non lo poteva fare. Sarebbe stato sufficiente correre il pericolo di accettarla per quella che era. Ma la massa vuole certezze, concretezza, coerenza. E lei questo non lo poteva garantire. L’universo di Svetlana Kuznetsova non è mai stato un teatro dove cullarsi in assenza di gravità, il suo scopo non era conquistare pianeti, no, lei desiderava solamente accendere le stelle.

Svetlana Kuznetsova: la prima russa che ha divorato la Grande Mela, l’ultima teenager ad alzare al cielo un trofeo del Grande Slam quando lasciò senza parole la chiassosa New York, la metropoli ferita da quel diritto che Bud Collins definì «micidiale», il cemento calpestato da quella ragazzina con l’apparecchio ai denti a fare da contrasto con il  suo sorriso timido. Un tennis vigoroso, che custodisce in sé la consistenza del marchio spagnolo e la mistica follia della terra che le ha dato i natali, la sconfinata e indefinibile Madre Russia.

Eppure non ci misero tanto a definirla nel dopo-Us Open 2004, quando una parte di incrollabili detrattori erano pronti a giurare che non ne avrebbe vinti altri di slam, che quella notte newyorkese era stata un caso – ed invece cinque anni dopo si sarebbe incoronata regina di Parigi – mentre gli adulatori – molti dei quali rapidissimi a saltare su e giù dal carro – ipotizzarono che avrebbe toccato la doppia cifra quanto a grandi prove. Tutti pronti ad accusarla di qualcosa, a ridimensionare i suoi titoli in proporzione alle sue cadute, a revisionare ciò che faceva rivendicando «ciò che avrebbe potuto, dovuto fare, e non ha fatto».

Il suo errore, la sua colpa, sono sempre stati i suoi black-out, i cali di concentrazione, forse l’incapacità di isolare il campo da tennis dal quotidiano, da sé stessa, dalla sua crescita umana, il non essere riuscita ad arginare quella corrente di detriti che nel 2010 l’avrebbe spinta fuori dalla top ten e poi sempre più distante, le folgorazioni sempre più sporadiche, mentre cresceva la sensazione di una sofferenza nell’approccio al match, nella personalità, al pari del ginocchio scricchiolante, in sincronia con il tabellino dei titoli bloccato a 13 per quasi quattro anni.

Tuttavia, l’unicità di Svetlana Kuznetsova non ha prezzo. Impossibile restarle indifferenti, catalogarla con parole spicciative. Quando la si nomina si aprono parentesi, inevitabili digressioni, si finisce immancabilmente per perdere di obiettività, nel bene quanto nel male, e questo perché Svetlana Kuznetsova riesce sempre ad emozionare, agitare, irritare, conquistare.

Quel puzzle che sembrava ormai irrimediabilmente stracciato ha iniziato a ricomporsi nella primavera del 2014. E così, se sulle ali della giovinezza erano le intermittenze a suscitare scalpore, rabbia, fatui punti interrogativi, a distanza di cinque anni sono stati alcuni picchi, alcune giornate impossibili da arginare per le avversarie, ad ingigantire la già di per sé indecifrabile Sciarada Kuznetsova; la giovane purosangue diventata donna, sospinta da motivazioni che custodiscono le tracce di un passato comprensibile a lei sola, scritto sul corpo, spronata da un altro Roland Garros sfuggitole per molto meno di quanto si sia portati a credere, la bandiera russa issata su Washington, la magia con cui ha battezzato Madrid, il trionfo nella sua Mosca, affermazioni che le hanno restituito l’abitudine a vincere match di peso, per quindi abbracciare il 16esimo sigillo in carriera in quel di Sydney, l’ultimo atto disputato a Miami con tanto vittoria su Serena Williams; nel nome di una corsa che dipende in larga misura da lei sola, un simposio tra natura e grazia, due rette che proseguono fianco a fianco, all’infinito, senza mai vedersi, senza mai sfiorarsi. Eppure l’una consapevole dell’esistenza dell’altra, l’una disperatamente innamorata dell’altra.

In perfetta simbiosi con l’indole dei geni, i capolavori di Svetlana Kuznetsova sono densi di chiaro-scuri, a tinte forti ed è impossibile comprendere se sia la luce a combattere, a contorcersi, a ribellarsi fosse pure per autolesionismo, nel tentativo di squarciare l’oscurità, o viceversa. Se fosse vero quel che sosteneva Plutarco, ossia che ogni essere umano destinato a grandi cose ha a sé legata unasciarada” e partendo dal presupposto che la prima è associata ad Alessandro il Grande – il quale durante l’assedio di Tiro aveva sognato di inseguire e catturare un satiro e da qui: σάτυρος (satyros) e σα Τύρος (sa Tyros), ovvero “Tiro è tua” – quella cucita addosso a Svetlana Kuznetsova appare assai più machiavellica, avvolta nella nebbia o più semplicemente custodita in una visione onirica destinata a dissolversi al risveglio, seppur solo in parte, perennemente sospesa tra sogno e realtà, che ti lascia negli occhi un’insaziabile senso di aspettativa, un pericolo respinto, una pace precaria, una preghiera esaudita ma di cui non ricordi i versi.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: