Vera Zvonareva, rebus irrisolvibile

Vera Zvonareva ”l’eterna seconda”. Vera Zvonareva “lacrima facile“. Vera Zvonareva ”quella delle scenate isteriche”. Bollata come una perdente di successo incapace di contenere le proprie dirompenti emotività, Vera Zvonareva è tra le rappresentanti della terribile armata russa senza ombra di dubbio quella più sminuita. A differenza di Maria Sharapova, Svetlana Kuznesova e Anastasia Myskina, Vera Zvonareva non ha vinto prove del Grande Slam. Come Elena Dementieva ha disputato due finali slam, perdendole entrambe, ma se la sua connazionale se n’é andata dalle Olimpiadi di Pechino 2008 con un oro appeso al collo, Vera ha dovuto accontentarsi di una medaglia di bronzo; così come contrariamente a Dinara Safina, pure lei vittima di due finali slam dissoltesi in niente, Vera non è mai riuscita a issarsi sul gradino più alto del ranking spingendosi “solofino alla seconda posizione assoluta.

Critiche, giudizi che per quanto in parte supportati dai fatti, allo stesso tempo altro non sono che valutazioni sommarie, spicciative, ingiuste. Esecutrice di un tennis pulito e lineare, Vera Zvonareva ha nella velocità di palla e nella versatilità dei valori aggiunti capaci di innalzarla al di sopra della media ma, al tempo stesso, di renderla più vulnerabile al cospetto di eventuali complicazioni che possono presentarsi durante un incontro.

Semplicemente, nel momento in cui nelle corde interiori della russa affiorano i risaputi handicap emotivi, i pianti e le sceneggiate preannunciano e al tempo stesso sono la conseguenza di un violento caos tecnico-tattico che trasfigurano i suoi match in rebus irrisolvibili. Una duplicità che unita alla spesso precaria integrità fisica ha indubbiamente contribuito a rendere Vera Zvonareva una giocatrice incapace di “tirar fuori il meglio di sé”, nei momenti caldi o di massima tensione. Non una perdente quindi, in quanto su diciotto finali perse in quindici circostanze ha ceduto a giocatrici che hanno toccato almeno la seconda posizione del ranking, non una nevrotica sconsiderata, bensì una campionessa costantemente soffocata dalle sue istintività, smarrita tra i meandri di un bisogno maniacale di ordine che ha finito con il generare un’incomprensibile torre di Babele.

Vera Zvonareva nasce a Mosca il 7 settembre del 1984. La madre, Natalya Bykova, ha vinto una medaglia di bronzo con la nazionale russa di hockey su prato alle Olimpiadi di Mosca del 1980, mentre il padre Igor era un giocatore di bandy che militava nella Dinamo Mosca. Vera ha sei anni quando la madre la accompagna al Tennis Club Chaka. L’allenatrice del circolo, Ekaterina Ivanovna Kryuchkova, rimane conquistata sin dal primo giorno da quella bambina in cui scorge tutte le doti necessarie per aspirare a fare del tennis la sua professione.

È ciò che accade. Sulla scia di Anastasia Myskina, Elena Dementieva, Nadia Petrova ed Elena Lichovceva, si affaccia sul circuito anche Vera Zvonareva. Diventata professionista a sedici anni la moscovita vince il suo primo $10.000 sul cemento di casa e, sempre nel 2000, si impone all’Orange Bowl. Più ostico si rivela il 2001, che termina con nessun titolo in saccoccia e una sola semifinale nel $25.000 di Civitanova. La svolta si delinea nel 2002 quando si separa dalla sua storica coach per affidarsi a Julia Kashverova. A inizio aprile Vera vince il $50.000 di Naples ma i quarti a Bol e la semifinale di Varsavia testimoniano come sia pronta per il circuito maggiore. Le conferme non tardano ad arrivare: al Roland Garros supera le qualificazioni e, battuta Francesca Schiavone, al terzo turno si porta in vantaggio di un set contro la n.33 del mondo Serena Williams. La furiosa rimonta della statunitense non demoralizza la russa che a luglio disputa, seppur perdendola, la sua prima finale WTA a Palermo e prosegue a poco a poco la sua scalata al ranking fino a chiudere l’anno al 45esimo posto, bel 326 posizioni più avanti rispetto a gennaio.

Il 2003 è l’anno del primo titolo riposto in bacheca, in quel di Bol, apice di una serie di ottimi piazzamenti: dai quarti di Indian Wells, Berlino, Strasburgo, Roland Garros e Toronto alle semifinali di Vienna e Linz. A dicembre Vera Zvonareva è la n.13 del mondo e seppure nel 2004 non sarà una delle tre russe ad aggiudicarsi altrettante prove slam – Myskina, Sharapova e Kuznetsova – Vera continua a macinare terreno e ottimi piazzamenti in cui spiccano la vittoria a Memphis, le finali di Cincinnati e Philadelphia, nonché le semifinali di Roma, Eastbourne, San Diego e Montreal. In Tennessee Vera si impone anche nel febbraio 2005 da n.11 del mondo, quand’ecco che qualcosa si inceppa e se si esclude una sola semifinale raggiunta a Roma, il restante spicchio di stagione è un vero e proprio disastro confermato da ranking di fine anno che la piazza sul 45esimo gradino.

Come se non bastasse, se si esclude la finale persa ad Auckland i primi mesi del 2006 si rivelano una sorta di appendice dell’annata precedente, basti pensare che, Nuova Zelanda esclusa, Vera vince appena sei match e rimedia sei batoste al primo turno. Il cambio di racchetta e allenatore, sembrano però giovare alla russa. Con Samuel Sumyk al proprio fianco, Vera Zvonareva mette tutte in riga sull’erba di Birmingham e sul cemento di Cincinnati, dove tra l’altro sconfigge Jelena Jankovic e Serena Williams. Mentre la classifica riprende ossigeno e riassapora la top 25, Vera azzanna due titoli slam in doppio: insieme all’israeliano Andy Ram, Vera compie due miracoli a Wimbledon prima battendo i leggendari fratelli Black, Wayne e Cara, poi Bob Bryan e Venus Williams, mentre allo US Open, insieme alla francese Nathalie Dechy piegano Dinara Safina e Katarina Srebotnik.

Se un noiosissimo infortunio al tunnel carpale del polso sinistro le compromette buona parte della stagione 2007, quando Vera scende in campo impressiona per la qualità del gioco che le consente di piegare qua e là, colleghe del calibro di Sharapova, Mauresmo e Ivanovic. La seconda finale persa ad Auckland, dove si piega alla Jankovic, coincide con il quinto stop in un ultimo atto. A fine 2008 le finali perse saranno addirittura undici: da Hobart dove cede a Eleni Danillidou a Doha dove perde contro Maria Sharapova, da Charleston dove viene fermata da Serena Williams alla Kremlin Cup dove si arrende a Jelena Jankovic, da Linz dove nulla può contro Ana Ivanovic al Master dove s’inchina a Venus Williams. Eccetto le pessime performance nelle prove dello slam e lo smacco di tutte quelle finali andate in fumo, il 2008 resta comunque strepitoso per la russa che riesce ad alzare le braccia al cielo di domenica sia a Praga che a Guangzhou, per infine andarsene dalle Olimpiadi di Pechino con un bronzo.

L’aver sfondato il muro della top 10 autorizza Vera Zvonareva a pensare in grande. Ne ha ben donde, la russa afferra la semifinale all’Australian Open e trionfa prima a Pattaya poi a Indian Wells dove regola nell’ordine Chan, Kvitova, Li, Wozniacki, Azarenka e Ivanovic. Un brutto infortunio a una caviglia subito durante il secondo turno di Charleston però, la costringe a saltare tutta la stagione su terra rossa e ad apparire incerta per la seconda parte del 2009. Tremori che toccano il loro culmine agli ottavi dell’US Open quando Flavia Pennetta la batte dopo averle annullato sei match point. Toccato il quinto gradino del ranking, a dicembre Vera Zvonareva deve accontentarsi della nona piazza.

Gli ottavi all’Australian Open, la conferma a Pattaya, la dodicesima finale persa, questa volta a Charleston dove racimola appena tre game contro Samantha Stosur, precedono l’ennesima inversione di rotta: a maggio Vera inizia a lavorare con Sergey Demeknin. Se la campagna su terra battuta si rivela pessima, non meno ben augurante è l’esordio sul manto verde di Eastbourne dove al primo turno si vede esporre il cartellino rosso da Maria José Martinez Sanchez.

La resurrezione avviene a Wimbledon. Vera schiaccia Llagostera Vives, Hlavackova e Wickmayer per poi liquidare Jelena Jankovic e Kim Clijsters e approfittare del corridoio rivoluzionato dall’irruzione di Tsvetana Pironkova che a Vera resiste giusto un set. La prima finale slam combacia con un’altra sconfitta, seppure forse prevedibile, contro Serena Williams. Il Centre Court è stregato anche in doppio dove, insieme a Elena Vesnina, non riesce a mettere le mani sul trofeo che finisce invece tra le grinfie di Shvedova e King. L’incubo delle finali perse prosegue incessante: a Montreal la moscovita annienta Azarenka e Clijsters ma in finale cede nettamente a Caroline Wozniacki; mentre all’U.S Open Vera regola senza patemi la danese ma in finale è Kim Clijsters a gioire, così come a Pechino è nuovamente la biondina di Odense a fermarla.

Salita sul secondo gradino del ranking, gli echi positivi della stagione 2010 si protraggono a Melbourne, dove afferra la sua seconda semifinale in carriera, e a Doha dove riesce a contenere le ansie e impartisce un doppio 6-4 a una Wozniacki impotente. La russa tocca quota 12 titoli in carriera a Baku, dove ha ragione sulla connazionale Ksenja Pervak. La giostra delle finali sfumate ha una sua prosecuzione a Carlsbad e Tokyo ma, se si esclude lo sconforto del momento, rimangono piazzamenti che, uniti alle semifinali disputate a Miami, a Cincinnati e al Master, le permettono di restare una top 10. La sensazione che a Vera Zvonareva “basti sempre poco per involarsi o scivolare” viene rafforzata all’imbrunire del 2012. Battuta da Kuznetsova al primo turno di Sydney e da Ekaterina Makarova al terzo round dello slam aussie, è proprio insieme a Svetlana che si impone all’Australian Open. Serena e rilassata quando si appresta a calcare le scene in coppia, in preda allo sgomento quando si ritrova sola in mezzo al campo. Perché insieme all’influenza che la costringe ad alzare la bandiera bianca a Indian Wells e dei problemi respiratori che la stritolano a Wimbledon e della spalla destra che la induce a dare un taglio alla stagione dopo i Giochi Olimpici di Londra, l’impressione è che Vera si stia letteralmente deteriorando.

Inevitabile si rivela l’intervento chirurgico seguito da una lunga riabilitazione. Nel frattempo si laurea a pieni voti presso l’Accademia del Ministero degli Esteri russo in Relazioni Economici Internazionali. Tornata in campo a Shenzhen sbatte all’esordio contro la testa di serie n.1 Li Na. Dati alla mano, la russa si presenta a Wimbledon con appena quattro tornei all’attivo dove ha rimediato una sola vittoria, a Pattaya, contro la n.357 del ranking. Sull’erba dell’All England Club Vera sembra aver lucidato le armi, si aggiudica una lotta al cardiopalmo contro Tara Moore per 6-5 6-7(3) 7-6, e impartisce un doppio 6-4 a Donna Vekic. Al terzo round, opposta a Zarina Diyas, butta alle ortiche il primo set e, nonostante riesca a trascinare la disputa al terzo, cede infine 6-3. La stagione di Vera Zvonareva finisce lì.

Le difficoltà nell’imporsi su giocatrici che nei giorni migliori avrebbe spazzato via senza pietà, le poche vittorie e soprattutto il riacutizzarsi del dolore alla spalla, hanno indotto la russa a optare per l’ennesima pausa. La speranza di rivedere la Zvonareva di un tempo, si è mescolata con l’illusione di immaginarla ancora più vincente, più equilibrata, più realizzata, rispetto a un tempo.

Sarà che nella mente di tanti appassionati risuonavano ancora le parole pronunciate da Kim Clijsters durante la premiazione dell’US Open 2010 quando, al cospetto del dolore dell’avversaria sconfitta, la belga profetizzò: «Un giorno, mia cara, un giorno sono certa che vincerai anche tu uno slam». In realtà quel giorno non sarebbe mai arrivato, così come speranze e illusioni si sarebbero definitivamente sgretolate a fine agosto 2016 quando Vera Zvonareva ha annunciato il proprio ritiro, facendo sì che il nastro si riavvolgesse al toccante momento di sei anni prima, quando lo sguardo perso della russa sembrava semmai suggerire come avesse preso coscienza del proprio destino. Il rebus sarebbe rimasto irrisolto.

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