Elena Dementieva, il fiore di loto russo

Il primo esame Elena Dementieva lo sostiene a sette anni quando, nel novembre del 1988, la madre l’accompagna alla polisportiva del CSKA di Mosca per sostenere un provino di ammissione. Mamma Vera, un’insegnante di letteratura russa con il pallino del tennis al punto da far leva su alcuni trascorsi con la racchetta per ottenere un brevetto d’insegnante, non riceve però la risposta sperata: “sua figlia è troppo alta per diventare una campionessa”. Tornate a casa entrambe in silenzio, la figlia per indole, la madre per la delusione, a cena quest’ultima informa il marito, Viatcheslav, che di mestiere fa l’ingegnere, del responso negativo. Lui non se ne fa un cruccio; probabilmente ritiene che quella figlia alta sì, ma anche tanto intelligente e introversa, che a scuola ha il massimo dei voti e quando gira per casa ha sempre un libro in mano, meriti di inseguire sogni più nobili piuttosto che faticare su un campo da tennis.

Ma Vera non demorde e, tempo pochi giorni, madre davanti e figlia un paio di passi indietro, si presentano allo Spartak Tennis Club di Mosca. Anni dopo Rauza Islanova, moglie del presidente del Circolo e madre dei futuri numero uno del mondo Marat e Dinara, spiegherà di essere rimasta colpita «dall’educazione e dalla disciplina di quella bambina che prima di rispondere a qualsiasi domanda attendeva sempre un paio di secondi, quasi dovesse elaborare nella mente il concetto da esprimere più esatto possibile». Dopo la fuga di Anna Kournikova verso l’Accademia di Nick Bollettieri, nello stesso gruppo allenato dalla Islanova, Elena fa conoscenza con la colei che rivestiva i panni della prediletta”: Anstasia Myskina. Sembra avere tutto in più: la pulizia nell’impatto, un fisico asciutto ma allo stesso tempo tonico nonché una certa ruvidezza caratteriale che proprio non appartiene alla giovane Dementieva. Un’amicizia-rivalità rispettosa seppur condita da lanci di racchetta, sguardi di sfida e accuse reciproche di “barare”. I loro match di allenamento prevedevano in palio un kebureki, una sorta di pizza russa. Elena un giorno affermerà che: «Eravamo entrambe determinate. Sapevamo che se avessimo lavorato duro, le nostre sfide sarebbero andate oltre al campo del nostro circolo. Poi, quando iniziammo ad affrontarci negli ITF abbiamo abbiamo iniziato a pensare che i palcoscenici avrebbero potuti essere ancora più prestigiosi».

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Ma torniamo ai tempi dello Spartak.  Nel 1993 però, persuasa che il futuro sia in Spagna Rauza Islanova si trasferisce a Valencia insieme ai suoi figli. E così, mentre la Myskina assume un coach privato, cinque anni dopo il primo rifiuto, fermamente decisa a riscattare la figlia, mamma Vera ed Elena rivarcano il cancello del Central Red Army Tennis Club. Questa volta, Sergei Pashkov la ammette nel corso, seppur forse senza crederci più di tanto. Composta e tenace Elena si divide tra studio e tennis, senza mai trascurare alcun dettaglio finché nel dicembre del 1998 non è la Myskina ad incidere il proprio nome nell’albo d’oro dell’Orange Bowl, bensì lei, Elena Dementieva, vittoriosa in finale su un’altra compagna di allenamenti, Nadia Petrova. Quando le donne di casa tornano dall’America, Elena ha i capelli tinti di blu e il padre, che da alcuni anni ha iniziato a lavorare sedici ore al giorno per poter permetterle di giocare a tennis, sa già che la moglie ha deciso tutto: non sarà la sua adorata e troppo sensibile figlia ad iscriversi all’università, bensì il maschietto Vsevolod. Elena si dedicherà al tennis e chissà se nella mente del padre sarà affiorato un verso di Sylvia Plath: «Anche tra fiamme violente si può piantare il loto d’oro».

Fedele a quella Federazione che non aveva creduto pienamente in lei, nonostante un quasi insopportabile dolore alla spalla, nel novembre del 1999, Elena Dementieva scende in campo nella finale di Fed Cup a Stanford contro le sorelle Williams. Il punto della bandiera, lo ottiene proprio lei, sconfiggendo Venus Williams 6-4 6-2. L’anno dopo Elena difende i colori della Russia alle Olimpiadi di di Sydney e torna a Mosca con un argento appeso al collo. Due settimane prima era diventata la prima russa a raggiungere la semifinale agli U.S Open, piegata in quell’occasione da Lindsay Davenport. Entrata tra le prime 20 giocatrici del mondo, nel 2001 la Dementieva scavalca Anna Kournikova e tiene la Myskina a debita distanza. Diventa lei, con il suo tennis geometrico e meticoloso, il faro della Madre Russia. È lei insieme a Nadia Petrova a trascinare la sua nazionale nella finale di Fed Cup più giovane della storia, persa a Madrid contro il Belgio di Justine Henin e Kim Clijsters. È lei a fare da “nave scuola” a Svetlana Kuznetsova, con cui incrociò la racchetta per alcuni palleggi allo Spartak in occasione di un clinic quando avevano rispettivamente otto e dodici anni, Elena Vesnina, Vera Zvonareva e Dinara Safina.

Per scrollarsi di dosso il fantasma di tre finali WTA perse, Elena deve attendere il 27 aprile 2003 quando all’ultimo atto di Amelia Island supera Lindsay Davenport. Il meglio però è dietro l’angolo e quando il 5 giugno del 2004 calpesta la terra rossa del Philippe Chatrier per disputare la finale del Roland Garros contro l’eterna rivale, Anastasia Myskina, è la Dementieva la grande favorita. Invece tutto va all’incontrario. E mentre la Myskina si presenta in campo forte di un match point annullato a Svetlana Kuznetsova agli ottavi, la Dementieva è paralizzata al punto da «far fatica a respirare». Prima del match, Martina Navratilova va ad incoraggiarla negli spogliatoi ma la regina di Wimbledon si ritrova una ragazzina talmente emozionata da non riuscire nemmeno a parlare. L’epilogo è un impietoso 6-1 6-2 a favore della Myskina in appena un’ora di non gioco. Destino vuole che tre mesi dopo Elena si inchini all’ultimo atto anche all’US Open, sconfitta dalla più giovane e talentuosa compagna d’avventura, Svetlana Kuznetsova. Nei box, a fare da spartiacque tra i due team russi c’è Martina Navratilova, pronta ad applaudire entrambe, persuasa che l’enigmatica 19enne di San Pietroburgo e l’elegante moscovita disputeranno «chissà quante finali Slam negli anni a venire».

A fine 2004 Elena Dementieva trascina la Russia alla conquista della prima delle quattro Fed Cup che spiccano nella bacheca della Federazione; ma dal settembre di quell’anno non disputerà mai più nessuna finale Slam. Si fermerà sei volte in semifinale; una di esse è tuttora considerata uno dei match più entusiasmanti di tutti i tempi. È il 3 luglio del 2009 e Serena Williams la batte 6-7 7-5 8-6 al termine di una battaglia di oltre tre ore e mezza dopo averle annullato un match point. E mentre in Patria iniziano a definirla una “perdente”, una “debole”, una “eterna seconda”, Elena continua a dimostrandosi sempre cortese e disponibile verso tutti, tanto con le avversarie quanto con le schiere arbitrali e il pubblico a cui non rifiuta mai un autografo o lo scatto di una foto. «Ho perso un Roland Garros senza riuscire ad esprimermi e sono stata battuta all’U.S Open da una giocatrice fortissima. Ho ricordi incredibili, soprattutto di New York, un po’ perché è un torneo durissimo, un po’ per l’atmosfera. Era l’anniversario della caduta delle Torri Gemelle e dieci giorni prima ci fu l’attentato a Beslan. Tristezza e felicità erano una cosa sola».

Il viaggio di Elena Dementieva è stato coronato da 16 tornei WTA conquistati, un best ranking che la vede al terzo posto, da 575 vittorie in singolare e da una sentitissima Medaglia d’Oro alle Olimpiadi di Pechino nel 2008: «La medaglia d’oro alle Olimpiadi è sempre stato il mio sogno. Niente si può paragonare all’emozione che ti da giocare per la tua Nazione». Se la professionista Dementieva è stata capace di guadagnare quasi 15 milioni di dollari solo di montepremi, l’icona le ha permesso di triplicare la cifra grazie agli sponsor, dai quali non si è mai lasciata vincolare e che spesso ha respinto senza indugi. «Una nota casa di cosmetici mi propose una cifra altissima se mi fossi tagliata i capelli e li avessi tinti di nero. Ci pensai una notte, il giorno dopo ringraziai per l’offerta e rifiutai. Quando ero una ragazzina mi potevo permettere poche cose, però quando compravo qualcosa la gioia era tanta. Adesso posso permettermi tutto quello che voglio, ma non è più la stessa cosa».

La Dementieva ingarbugliata e insicura che in certi match era capace di superare i venti doppi falli, è un tutt’uno con la donna acuta, misurata nelle parole, il tono di voce sempre basso, con cui raccontava della sua passione per i film francesi, le cui sfumature tanto conciliano con la sua natura riflessiva e al tempo stesso estemporanea. «Non mi piacciono i film in cui si capisce tutto. Un film in cui si capisce tutto non significa niente»; era solita rispondere ai giornalisti yankee che parevano non rassegnarsi alla sua avversione per i kolossal. Coerente eppure a tratti spiazzante, come quando spiegava, con semplicità e padronanza accademica: «Ho letto tutto Tolstoy e Nabokov, ma la mia fissazione è Dostoevskij. Chi non è russo lo può amare per la sua universalità, io mi lascio trasportare nel sottosuolo della nostra terra. È una questione d’identità».

Così come Dostoevskij dava forma ai suoi (anti)eroi scavando dentro alle loro tensioni interiori, immergendoli nel mare profondo del loro io primordiale; forse pure Elena Dementieva ha dovuto profanare parte della sua innocenza, della sua purezza, per salvarsi dagli spettri in grado di generare una disciplina e un Circus tanto crudeli. «Se avete in animo di conoscere una persona, allora non dovete far attenzione al modo in cui sta in silenzio, o parla, o piange, nemmeno se è animato da idee elevate. Guardate piuttosto come ride»; scriveva Dostoevskij. Dall’estate 2010, sul volto di Elena Dementieva pareva esserci spazio solo per sorrisi venati da una costante malinconia e, considerando la sua riservatezza e signorilità, non c’è da stupirsi che il ritiro sia giunto all’improvviso e inaspettato, il 28 ottobre 2010, dopo essere stata eliminata al round robin del Master. Un’annuncio fatto in campo, tra la commozione delle colleghe e le lacrime della madre a cui Elena dedica alcune parole: «senza di te non sarei mai riuscita a compiere questo viaggio, ti voglio bene».

Dopo aver speso anni della sua vita a dover convincere tutto e tutti del suo valore, dopo alcune amarezze, dopo aver accarezzato gioie e vittorie, seppure sempre troppo poche rispetto a quante avrebbe meritato, il tennis giocato ha perso troppo prematuramente il suo fiore di loto. Sarà che la sua assenza è stata percepita con una pesantezza maggiore rispetto alle sue vittorie, ne sono testimoni una fontana in un parco di Mosca che porta il suo nome e onorificenza allOrdine d’Onore conferitale da Dmitrj Medvedev; sarà che da leader e amica leale quale è sempre stata, ha continuato ad affacciarsi come commentatrice, giornalista e supporter delle connazionali in diversi tornei in giro per il mondo; contrariamente a quanto narra la leggenda che attribuisce ai fiori di loto il potere di rendere totalmente immemori, smarriti, al punto da ritrovarsi a vagare senza meta nel limbo per l’eternità; Elena Dementieva, la  campionessa senza slam, ha comunque lasciato un segno, salvandosi dalle tenebre dell’oblio.

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