George Michael, l’uomo che voleva afferrare la ‘luce verde’

«Last Christmas I gave you my heart, but the very next day you gave it away». La profezia di un ultimo Natale, un cuore carico di passione gettato via. Sono tante le metafore, i simbolismi che sembrano aver innalzato, accompagnato, fino a deturpare la parabola artistica e umana di George Michael. Dall’eco assordante che ha generato l’esplosione planetaria degli Wham! alla trionfale, seppur meno delirante in termini di isteria  di massa, consacrazione come solista, un salto nel buio, o meglio fra le stelle, fortemente desiderato, voluto, proiettato verso una ricerca che ne ha fatto un qualcosa di diverso senza però mai riuscire a tranciare definitivamente con il suo passato, senza riuscire a stracciare l’icona da sex symbol cucitagli addosso, non sugli abiti ma sulla pelle, nonostante il coming out, nonostante gli scandali, nonostante le ombre sinistre che si rispecchiavano su quello che pareva trasfigurarsi in un precoce viale del tramonto, un silenzio, una crisi esistenziale o chissà, forse persino produttiva, che ne ha avvolto gli ultimi anni di vita. Perché no, «so I’m never gonna dance again», come cantava in Careless Whisper, non ballerà mai più George Michael, morto a cinquantatré anni proprio la notte di Natale, un ultimo ballo carico di amarezza, di domande senza risposte, mentre in tutti cresce l’esigenza di riavvolgere il nastro.

Georgios Kyriacos Panayiotou nasce a East Finchley, un distretto di Londra, il 25 giugno del 1963 da madre britannica e padre greco-cipriota. Con quest’ultimo il rapporto è conflittuale, così come carico di ostilità è il clima nell’Inghilterra dei primi anni ’80, stritolata com’era tra le tradizioni della monarchia e le privatizzazioni di Margaret Thatcher. Ma sono anche gli anni in cui si giunge a un compromesso tra l’essere un ribelle e merce patinata, anni in cui si può indossare il chiodo e avere i capelli accarezzati dalle méches, anni in cui si poteva accompagnare le proprie performance con movenze effeminate comunicando tutto e il contrario di tutto. È questo humus che forgia l’adolescente George Michael, leader a soli diciassette anni di un gruppetto nato sui banchi della Bushey Meads, scuola a poche miglia da Londra, e formato insieme agli amici David Austin e Andrew Ridgeley ai quali si aggiungono Paul, fratello di Ridgeley e Andrew Leaver. Più che un tentativo, gli Executive sono però una bozza, perché George capisce ben presto che non gli serve una band di sopporto, gli basta una spalla, e così è insieme a Andy che nel 1981 forma gli Wham! 

Tempo di mettere il demo di un brano, Bad Boys, nelle mani giuste e l’etichetta Innervision si assicura il lancio di quella band, palesemente sorretta da un non ancora ventenne George Michael il quale si dimostra sin dagli esordi un vero e proprio animale da palcoscenico, impeccabile tanto nel sorseggiare drink ai bordi di una piscina in Club Tropicana quanto nel recitare il ruolo da lucignolo nei video Young Guns  e Wham Rap!. Negli anni della grande leggerezza, quelli in cui la rivalità tra le squadre di football inglesi è una bazzecola rispetto a quella che portano in sala d’incisione Wham!, Duran Duran e Spandau Ballet, è il duo Micheal-Ridgley ad averla vinta. È la freschezza, è la capacità di proporre nell’arco di due anni due album diversissimi tra loro, Fantastic e Make It Big (firmato Columbia Records), èl’accentrismo“, di George Michael a fare la differenza. Già nel 1984 dal cilindro Wham! balzano fuori conigli come Make Me Up Before You Go-Go, come Everything She Whants, come Freedom e Careless Wisper. Eppure in molti ancora  non si rendono bene conto di cosa siano questi Wham!sufficientemente innocui da diventare la prima pop band occidentale ad essere accolta a suonare nella rigidissima Cina, ma capaci di destreggiarsi egregiamente sul palco del Live Aid quando Elton John accompagna al pianoforte un George Michael per la prima volta con la barba di qualche giorno che canta Don’t Let The Sun Go Down On Me.

Il disegno di George Michael appare, con il senno di poi, piuttosto chiaro: evolvere, cambiare, liberarsi il prima possibile della prima impressione. Il terzo album degli Wham!, Music from the Edge esce nel 1986 e, tempo sei mesi, il 28 giugno George e Andy fanno piangere non solo lo stadio di Wembley, ma un orda di fans sparsi per il mondo, perché The Final Concert sancisce la chiusura di un luminosissimo cerchio, pallottoliere alla mano, lungo nemmeno un lustro.

E fu così che, vuoi per talento o intuizione, George Michael fece, volle, ciò che non riuscirono o non vollero fare Simon Le Bon e Tony Hadley: percorrere una propria strada. O meglio, cambiare strada. Dal duetto con Aretha Franklyn a Faith George Michael continua a far sognare eterosessuali e omosessuali, forse ancora più concentrati sulla sponda in cui sarebbe salpato al termine delle sue esibizioni che non sulla sua musica, sempre più alta qualitativamente, sempre più nera, sempre più al servizio delle sue doti.

La vera svolta avviene nel 1990 con Listen Without Prejudice, opera che anche i palati più fini riescono veramente ad ascoltare senza pregiudizi ma che provoca una flessione di pubblicità in George Michael che, deciso a non prestare la propria immagine al lancio del disco, viene boicottato dalla stessa casa discografica. Sono però anni in cui il sole splende ancora alto nella vita di George Michael grazie a una serie di meravigliose esecuzioni live, dal medley Killer – Papa Was A Rolling Stone al duetto con Elton John di Don’t Let the Sun Go Down On Me per arrivare all’apoteosi toccata durante il tributo a Freddy Mercury quando scuote Wembley sulle note di Somebody To Love.

L’anima soul di George Michael continua a ritagliarsi spazio nelle sue corde vocali e, soprattutto, nel suo cuore con quello che è forse il suo album più sofisticato: Older. Ad  aprire l’album è Jesus To a Child, un brano scritto in memoria di Anselmo Faleppa, il compagno morto di AIDS due anni prima. Sono stato benedetto, il paradiso dà, il paradiso toglie, tu mi sorridi come Gesù a un bambino. Versi toccanti, dal primo all’ultimo, carichi di dolore,  di rimpianto, di amore. Quasi 7 minuti di poesia che si riveleranno essere una sorta di abisso in cui immergere lo sguardo, per l’uomo che, dopo aver mescolato carte su carte, dopo aver fatto innamorare mezzo mondo, dopo essersi riscoperto, riproposto, sospinto dalla ferrea ambizione di fare innamorare di sé anche l’altra metà del mondo, affinché riconoscesse la sua grandezza, ha forse perso sé stesso.

Il 7 aprile del 1998 George Michael ha scarabocchiato la leggenda che vuole le star sull’orlo del baratro in gioventù per quindi rinsavire nell’età adulta grazie a aiuti terapeutici o spirituali, gettando la lucidità che aveva contraddistinto oltre quindici anni di carriera, nel tubo di scarico del cesso di un bagno pubblico di Los Angeles quando viene accusato di aver fatto esplicite proposte sessuali a un poliziotto. Dal coming out, ai ripetuti problemi di alcolismo e di droga, più o meno leggere, alla palese tendenza a ingrassare, George Michael riesce a mettere una pezza grazie alla classe che dimostra in coppia con i vari Luciano Pavarotti, Whitney Houston e Stevie Wonder, oltre a naturalmente alcune chicche contenute nella raccolta Ladies & Gentleman – The Best of George Michael e l’album di cover Songs From The Last Century.

È però una corrente piena di detriti quella in cui si ritrova trascinato George che, incapace di trovare un punto fermo nella vita privata, sembra smarrirsi anche nella musica. Per quanto il tema principale di Patience sia la morte, l’album è semmai un incerto passo, se non indietro, certamente interlocutore, una nostalgica strizzata d’occhio al pop con tanto di alcuni brani volutamente provocatori, come Freek! e Shoot The Dog, i quali però non sembrano possedere la verve capace di graffiare, di lasciare un segno nel profondo.

Un profondo a cui George Michael cerca di aggrapparsi prima con il 25 Live Tour tra il 2006 e il 2007, poi con il Symphonica Tour, una sorta di estrema unzione artistica che lo accompagna nel suo ultimo viaggio live il quale conosce un primo stop il 21 novembre 2011 quando viene ricoverato a Vienna a causa di una grave forma di polmonite, per essere dimesso la vigilia di Natale, e che riprende nel settembre del 2012, per infine terminare anzitempo appena un mese dopo, perché incapace di reggere lo stress che implica un tour mondiale.

Da quei giorni al 25 dicembre del 2016 la vita di George Michael non si consuma sotto ai riflettori, bensì nel proprio intimo. Cosa sia accaduto all’uomo George Michael è impossibile da isolare, così come allo stesso tempo è facilmente intuibile. Era l’uomo dei contrasti George Michael: un ellenico figlio di quell’Inghilterra tradizionalista ma allo stesso tempo promotrice dell’avanguardia più selvaggia, un serbatoio pieno di gioia e spensieratezza con gli Wham! eppure un giovanotto incapace di accettare la propria omosessualità, che nonostante tutta la dedizione, tutti i sacrifici per dimostrare di essere molto di più, nel suo profondo forse non è mai riuscito a ottenere ciò che voleva veramente, pur tendendo le braccia, come il Grande Gatsby nel tentativo  di afferrare quella luce verde all’estremità del molo, laddove nel romanzo viveva l’amata del protagonista, mentre per George Michael era forse la sua musica. Così come Gatsby, anche George Michael aveva fatto molta strada, si era inventato una nuova vita, una nuova identità. Così come per Gatsby, anche per George Michael il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non potergli sfuggire più. Non poteva sapere che il sogno era già alle sue spalle. Non poteva sapere che il suo destino era quello “di continuare a remare, controcorrente, sospinto senza posa nel passato“.

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