I viaggiatori senza nome di Amélie Nothomb

L’entrata di Cristo a Bruxelles” e “Senza nome” sono due racconti brevi usciti dalla costantemente illuminata penna di Amélie Nothomb. Entrambi leggibili in poco più di un’ora, necessitano di tempi tutt’altro che brevi affinché si dispieghino quei processi di “metabolizzazione” che, quasi fosse un’esigenza non scritta da parte della belga, conducono il lettore tra i meandri di trame che all’apparenza sinuose non sono, ma celano in loro stesse chiavi di lettura multiformi, a loro volta suddivise in spunti e trabocchetti, tutti equamente distribuiti affinché curiosità, noia, incomprensione o sensazione di aver isolato l’elemento risolutore delle vicende si mescolino tra loro allo scopo di rimescolare le carte per l’ennesima volta.

Protagonista indiscusso di “L’entrata di Cristo a Bruxelles” è Salvator, un ventenne concentrato sulle proprie esigenze e ambizioni al punto tale da risultare intollerabile agli altri quanto a sé stesso. Fermamente deciso a carpire l’eredità di un vecchio zio, gli offre i propri servigi come segretario ma, e qui ha inizio la via destinata a condurlo alla salvezza, commette l’errore di innamorarsi di una coetanea che scoprirà essere in attesa di un figlio da parte  di quell’unico parente che potrebbe renderlo ricco vita natural durante. Accecato dalla gelosia e dalla rabbia in quanto quel neonato rappresenta un evidente ostacolo tra lui e l’eredità, una notte Salvator conficca un chiodo nel cranio del piccolo. Compreso l’orrore del suo gesto, parte per Hong Kong dove, approfittando di un ventennio colpito da piogge, da semplice venditore di ombrelli ne diviene un produttore. L’inestimabile ricchezza che ne consegue non gli evita la delusione di un matrimonio fallito, ma soprattutto l’intima necessità d tornare a Parigi, «la sola città al mondo in cui non si ha bisogno di essere felici». A colmare il vuoto che alberga nel cuore di Salvator sarà Zoe, più giovane di venti anni, bellissima, ricchissima, orfana e regolarmente afflitta da feroci mal di testa. La prima tappa del loro viaggio di nozze sarà Ostenda, in quanto città natale di James Ensor, la seconda Bruxelles, ossia il luogo in cui il pittore ha rappresentato il suo controverso quanto sinistro L’entrata di Cristo a Bruxelles. Se «un amore che resiste una notte a Bruxelles è un amore credibile», ancor più vero si dimostrerà la frase «non c’è amore più grande di quello edificato sulle macerie di un crimine inconfessato». Una lettera scritta dai genitori suicidi di Zoe, ma da lei mai aperta, rivelerà a Salvator la verità e tra le tutte le risposte, potrà finalmente comprendere il motivo per cui sua moglie lo ama tanto: «Ti amo perché sei tu ed io ti riconosco da molto lontano».

Il protagonista senza nome, per l’appunto, del secondo racconto è un sognatore che cede all’impulso scioccamente romantico, ma ancor più pericoloso, di avventurarsi in un viaggio in solitaria nella Lapponia finlandese alla ricerca della dama dei suoi sogni. Quasi morto di freddo ma non di fame – in quanto sera dopo sera ha ucciso uno dei propri cani che trainavano la slitta – una volta rimasto faccia a faccia con l’ultimo esemplare ha pensato bene di scappare a gambe levate per quindi raggiungere una casa sperduta che non si rivelerà essere semplicemente il luogo capace di salvarlo dall’ex compagno di cammino ormai alle calcagna, ma un vero e proprio labirinto della mente.

Quel non luogo, è abitato da quattro uomini taciturni la cui unica occupazione sembra essere di rimanere seduti su un divano a guardare soap opera demenziali. Il quinto incomodo non si capacita di come il suo arrivo non possa aver suscitato domande ma ne accetta di buon grado l’accoglienza che include la possibilità di un bagno caldo e di un comodo letto.

Buona parte delle risposte gliele offrirà in dono la notte. Dopo essersi addormentato e aver sperimentato un’esperienza paragonabile a quella di Ulisse quando la sua nave si era imbattuta nelle ammalianti sirene, il quinto arrivato ha finalmente acquisito il diritto di fare domande e ricevere risposte. Il primo a insidiarsi in quella casa avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di guardiano di un rifugio istituito da un’operazione governativa che si è rivelata vana come la guerra tanto attesa a fortezza Bastiani in Il deserto dei tartari. Ogni anno però ha raccattato un nuovo inquilino: bene o mali tutti escursionisti smarriti o ormai senza destinazione, a cui è bastata una notte lì, in compagnia di una donna-essenza impossibile da descrivere, per decidere di non andarsene più, per accettare di rincretinirsi davanti alla tv in modo da dare il meglio di loro stessi in sogno. Il contraltare è perdere gradualmente le capacità legate al linguaggio fino a dimenticare addirittura il proprio nome, fino a mettere una pietra sopra a tutto ciò che era stato fino a quel momento.

Il fulcro di tutte le domande si avvita intorno a una semplice affermazione: «Siamo meno prigionieri dell’immensa maggioranza delle persone. Nel mondo la prima prigione è quella di guadagnarsi da vivere. Le altre prigioni sono materiali o affettive. La gente è prigioniera dell’alloggio per cui paga l’affitto e dagli esseri umani dai quali ha ottenuto l’affetto. Queste catene garantiscono loro soltanto esistenze miserabili in luoghi anonimi e con amori mediocri».

Il destino del quinto uomo senza nome è segnato forse perché – giusto per rafforzare luoghi comuni triti e ritriti – chi cede al fascino di una distesa di ghiaccio non è semplicemente un uomo che ha accettato di sbarazzarsi del proprio passato, della propria personalità, della propria identità, ma diviene un’essenza inconciliabile con il mondo reale, con la società, e prende atto della solitudine destinata altrimenti a rimanere incagliata tra la sensazione di fame e di freddo insita negli esseri umani.

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