Tennis, il tormento e l’estasi

Che a tennis si utilizzi una racchetta e che lo scopo del gioco sia mandare la pallina nella metà campo opposta ormai lo sanno tutti, appassionati e non. Così come è di pubblico dominio che il campo è delimitato da righe in base al tipo di incontro, singolo o doppio, e che il punto viene conquistato quando l’avversario o non rimanda la pallina prima del secondo rimbalzo, o non riesce a farla passare sopra alla rete. Più ostico è semmai il frasario. Tante espressioni britanniche sono entrate nel linguaggio comune, ma una serie di termini quali ‘tie-break’, ‘top spin’, ‘demi volée’, ‘smash’, ‘ace’, ‘net’; può mandare nel panico un neofita. Per non parlare dei numeri utilizzati per stabilire il punteggio e i conseguenti, ‘game’, ‘set’, ‘match’.

Non è tutto, anzi, siamo solo all’inizio. Perché il tennis è probabilmente lo sport più complesso del mondo. A partire dalla tecnica da applicare a un notevole numero di colpi, che prevedono a loro volta una tattica. E che essa sia la più intelligente possibile. Colpi che interagiscono costantemente con la componente atletica, la quale comprende in sé forza, resistenza alla fatica, agilità, coordinazione, prontezza di riflessi. Dote, quest’ultima, che si trova al confine con il fattore mentale. E qui siamo al dulcis in fundo: la testa, la determinazione, la capacità di concentrazione, lo spirito di abnegazione. Il tennis è tutto questo. E altro ancora.

Le origini del tennis sono incerte. Di sicuro c’è che sulle rive del Nilo sorgeva una città, Tinnis che i Greci chiamavano Tanis. Un’assonanza, con il nome tennis, che a molti ha suggerito una discendenza saracena. Resta il fatto che nell’antica Grecia erano soliti praticare lo sphairistike; che significa letteralmente “saper giocare con la palla” e, stando alle descrizioni riportante in diversi testi Medioevali, lo si può considerare la prima pietra su cui è stata eretta la cattedrale del nobil gioco. Uno svago signorile per l’appunto; visto che Gawain Gwalltafwyn, il cavaliere più coraggioso della Tavola Rotonda, nel racconto The Turke and Gowin gioca a sphairistike con un gruppetto di giganti.

Il giuramento della pallacorda

Quel gioco arcano consisteva nel colpire la palla prima con una mano nuda, poi con un guanto, finché verso il 1520 venne introdotta una racchetta di piccole dimensioni; pare riscuotesse grande successo tra i monaci di clausura. In Italia era chiamato pallacorda, in Francia divenne ‘jeu de paume’ e successivamente real tennis, dall’inglese royal, ossia regale. Se un ritratto datato 1552 raffigura Re Carlo IX di Francia, neonato, con in mano una racchetta; Francesco I divulgò il gioco sia tra i membri della corte sia tra il popolo ed Enrico II continuò la tradizione. Continuò pure la monarchia seppure la discendenza rischiò grosso: ben due Re francesi morirono in incidenti legati al gioco: Luigi X per un attacco apoplettico al termine di una partita e Carlo VIII per aver sbattuto la testa in seguito a una caduta, causata da una pallata.

Nel 1555 un prete italiano, Antonio Scaino da Salo, descrisse il gioco nel saggio intitolato “Trattato del Giuoco della Palla” e nel 1571 venne organizzato il primo torneo, diviso in tre categorie: apprendisti, amatori, professionisti. Competizione resa possibile da Re Carlo IX che aveva stabilito la prima corporazione dei professionisti di pallacorda, la quale precedette di 18 anni il primo codice che stabiliva il regolamento ufficiale.

Nell’opera “Enrico V”, William Shakespeare fa consegnare al Re un cesto piene di tennis balles; come simbolo della sua giovinezza. Fu proprio con Enrico V d’Inghilterra che la pallacorda divenne popolare anche fra i reali inglesi, ma a rendere celebre il gioco ci pensò Enrico VIII. Narra la leggenda che Anna Bolena stesse assistendo a un incontro di real tennis quando venne arrestata e che il Re fosse nel campo che fece costruire nella sua dimora di Hampton Court Palace, quando gli giunse la notizia della sua esecuzione. Non era una simpatia Enrico VIII, ma pare che il gioco del tennis lo rilassasse e, alla sua morte, lasciò in dono agli inglesi 14 campi nella sola Londra.

Il nome tennis nacque dall’errore di pronuncia dei primi amatori inglesi: nel XV secolo prima di lanciare la palla era obbligatorio gridare l’avvertimento ‘tenez’, ossia ‘tenete’, e l’assonanza portò gli inglesi a chiamare il gioco tennis. Il 23 febbraio del 1874 il maggiore Walter Clopton Wingfield brevettò alla Camera dei Mestieri di Londra l’invenzione di un gioco, fondato sulle regole del real tennis, consistente in un campo diviso al centro da una rete sospesa; definito lawn tennis. Esso venne pure confezionato in una scatola contenente alcune palle, quattro racchette, la rete e le indicazioni per segnare il campo. Wingfield prese in prestito termini ed espressioni francesi per la nomenclatura del gioco: ‘deuce’, usato per indicare il 40 pari, deriva da à deux le jeu’, che significa a entrambi il gioco; mentre ‘love’, usato per chiamare lo zero, deriva da ‘l’oeuf’, ossia uovo e che simboleggia la forma dello zero. Quanto all’aver affibbiato al punteggio i numeri 15, 30 e 40; vige la perplessità totale ma, una corrente sostiene che la traduzione francese “quinze, trente et quarante“ fosse orecchiabile e, in tal modo, il punteggio venisse annunciato come una sorta di ritornello.

Il tennis si diffuse rapidamente in tutto il mondo. Negli Stati Uniti fu giocato la prima volta nel 1874 a Staten Island, nella residenza di Mary Ewing Outerbridge e nel 1881 vennero fondati i primi club. Contemporanea è l’istituzione dei quattro tornei del Grande Slam. Nel 1877, si tenne la prima edizione del torneo di Wimbledon; Il United States National Men’s Singles Championship, oggi noto come US Open, venne invece indetto nel 1881; la Francia istituì nel 1891 l’Open di Francia noto come Roland Garros; mentre il primo Australian Open si tenne nel 1905.

Nelle prime righe abbiamo accennato ad una serie di fattori che nel tennis interagiscano tra loro: tecnica, tattica, preparazione fisica, mente. Non abbiamo però detto che, il tennis, per imparare a giocarlo bene, richiede una dedizione costante; fino a farne, parafrasando David Foster Wallace, un’esperienza religiosa. Lo scrittore americano, che da ragazzino giocava a tennis a livello agonistico, provava per il tennis una passione viscerale. Per Wallace il tennis era un culto, ma in esso ne ha intravisto il lato oscuro: uno sport che non si limita a tendere la mano agli appassionati, bensì una dottrina che arruola i suoi crociati, promettendo loro di raggiungere la Terra Promessa pretendendo in cambio sacrifici, rinunce, penitenze.

Tra le pagine di Wallace è possibile assorbire parte dello spirito, dell’essenza del tennis. «Dicono spesso che il tennis si gioca sui centimetri, un cliché riferito soprattutto a dove cade la palla. Se si tratta invece di rispondere a una palla, il tennis si gioca sui micrometri: minuscoli cambiamenti evanescenti intorno al momento dell’impatto, avranno grosse ripercussioni su come e dove viaggia la palla. Il medesimo principio spiega come mai la benché minima imprecisione nel puntare il fucile non manderà il colpo a segno se il bersaglio è a una certa distanza».

Uno sport, per Wallace, che non si limita a misurarsi in metronomi, ma è pure una battaglia emotiva: «I nervi sono importantissimi in uno sport basato sulla precisione e il tempismo. ‘Perdere la testa’ spazza via tennisti più di qualunque altro tipo di mancanza di talento o di motivazione”. Per il romanziere scomparso prematuramente, il tennis restava comunque «lo sport più bello e impegnativo che esista. Richiede controllo del proprio corpo, coordinazione, prontezza, velocità, resistenza e uno strano miscuglio di prudenza e abbandono che chiamano coraggio. Un singolo colpo in un dato scambio di un punto di un incontro professionistico è un incubo di variabili meccaniche».

Sport crudele il tennis, cinico, impietoso, ingrato. Dal concretizzare o salvare una palla break piazzando un colpo sulla riga, dall’intuizione di rischiare un contropiede o dal colpo d’occhio che ti consente di intuirlo un contropiede, dal sentirti capace di fronteggiare qualsiasi situazione; basta un niente ed ecco che tutto inizia a girare all’incontrario. I colpi che sembrano sgonfiarsi, la riga che si trasforma in un out di un millimetro, la fiducia che inizia a tremare; e poi ci si mette la stanchezza, i riflessi che si spengono appena, ma è sufficiente ‘quell’appena’ perché l’occhio rapace dell’avversario capisca che non sei più tu; che sei debole. E se le cose non cambiano alla svelta, in un baleno s’innesca la fase successiva: non ti riesce più niente. La metà campo avversaria che diventa improvvisamente piccola al cospetto della tua che ti appare spropositatamente grande, le palline non escono di un millimetro ma di metri, non si fermano sul nastro ma a metà rete, le gambe si fanno rigide, fiacche, non rispondono; e al cervello non arriva più ossigeno. Ed è la fine. Del match, nella migliore dell’ipotesi, perché, se non riesci ad emergere da quel vortice implacabile, potrebbe essere persino la fine della carriera.

E per i tennisti, il tennis cos’è? Quanto sembrano lontani i tempi in cui Don Budge sosteneva che «la bellezza del tennis è l’inesauribile varietà di modi di giocare a cui si può ricorrere»; e Billie Jean King definiva il nostro amato gioco «la combinazione perfetta di gesti violenti inseriti in un contesto di totale tranquillità». Più guardinga era invece Althea Gibson: «Il tennis è lo sport più simile agli scacchi: devi manovrare, conoscere i punti di forza e debolezza del tuo avversario».

Andre Agassi nel suo romanzo biografico ”Open“ ha parlato a profusione delle implicazioni che fanno seguito alla decisione di diventare un professionista in questo sport che lui ha ripetuto all’infinito di «odiare» in quanto gli ha comportato  una pressione al limite dell’ingestibile in quanto «La cosa migliore del tennis è che non puoi giocare con l’orologio. Non puoi andare in vantaggio e rallentare il gioco. Devi trovare un modo per concludere». Uno sport solitario, che fa crescere in fretta, come sentenzia Brad Gilbert, ex tennista nonché coach del Kid di Las Vegas: «Se non ottieni risultati, non c’è nessuno che ti dice ‘Sono dispiaciuto per te’. Se vinci non hai amici. Se perdi non hai amici e nemmeno sponsor». L’amicizia è quindi impossibile nel tennis? Gabriela Sabatini ritiene che nell’ambiente: è difficile farsi amici: «Il tennis è uno sport individuale, giochi la tua partita e te ne vai». Tesi rafforzata da Martina Hingis che punta principalmente il dito contro il tennis femminile definendolo «un mondo molto solo, specialmente quando sei al vertice».

Parole che potrebbero scoraggiare i genitori propensi ad iscrivere il figlio ad un corso di tennis le pronuncia Jim Courier: «Il tennis non aiuta nessun bambino nello sviluppo intellettuale. Più muto sei in campo, e meglio giocherai a tennis». Nel tennis le responsabilità pesano come macigni e le parole di Michael Chang ne sono testimoni: «Vincere nel tennis non porta gioia, porta pressione». Fortunatamente fra tanti pessimisti c’è un Juan Carlos Ferrero che, fresco di ritiro ha detto: «Non sono sicuro che in futuro starò bene come quando giocavo». Pensiero condiviso da Radek Stepanek: «Sono malato di tennis e voglio rimanere in salute e in forma il più a lungo possibile. Vivo per il tennis 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, altrimenti sarebbe impossibile rimanere ad alti livelli». Più complesso l’approccio di Jennifer Capriati: «Ho passato la vita giocando a tennis o sentendo la mancanza del tennis».

E il talento, quanto è importante nel tennis? Ivan Lendl, che in campo era piuttosto pragmatico, a proposito del talento e di quanto esso sia importante mantiene un atteggiamento analitico: «Avere un buon braccio è un ottimo punto di partenza ma per diventare un campione non basta. Il tennis è per il 45% forza mentale, per il 30% preparazione fisica; il talento è rappresentato solo da un 20%; ed il restante 5% è fortuna, quel qualcosa che non dipende da te, che non controlli». Un esempio? Ivan ha la risposta pronta: «Fortuna è non incorrere in infortuni gravi oppure incontrare in una finale di Wimbledon; Kevin Curren o Chris Lewis».

5 Jun 1999: Martina Hingis is dejected during the 1999 French Open Final match against Steffi Graf played at Roland Garros in Paris, France. Mandatory Credit: Al Bello /Allsport

Più che all’intervento di una Dea Bendata Andriano Panatta teme piuttosto che a metterci lo zampino sia ben altro; per lui: «il tennis l’ha inventato il diavolo» Non può ovviamente mancare l’autorevole opinione di Roger Federer: «il tennis è uno sport crudele, è capace di trascinarti per cinque set in una finale e poi di lasciarti sconfitto. Non sai mai quando sarà il tuo ultimo torneo, basta un infortunio grave e la carriera è finita. Perciò vivo con gioia ogni vittoria”.

In conclusione cos’è il tennis? È davvero lo sport più bello del mondo? Oppure altro non è che una disciplina cinica? Spietata? Perché un bambino dovrebbe iniziare a giocare a tennis? Perché scegliere questo sport individuale, solitario, piuttosto che uno di squadra? Praticare uno sport in cui il valore del tuo punto debole stabilisce quanto sei forte; non presuppone forse il doversi mettere troppo in gioco? Il tennis agonistico è logorante? Il fatto che il n. 400 del mondo faccia gli stessi sacrifici di un top ten può in minima parte rendere l’idea di quanto crudele possa essere il tennis e di come esso finirà con lo spezzare il cuore a tanti ragazzi che sognano di diventare come Roger Federer. Sarebbe bello, sarebbe dolce, affermare il contrario, ma sarebbe una bugia.

Però, c’è un però. Il tennis cela in sé due anime, due nature: un lato divino ed un lato diabolico. Gioia e sofferenza  nel tennis, sono intersecate tra loro. Ma nei momenti di gioia, il tennis è in grado di far vivere sensazioni, emozioni così profonde e terribilmente sublimi da coprire qualsiasi dolore. E quell’attimo, quell’emozione, si irradia al di fuori di chi, in quel momento la prova, diventa come una cometa visibile anche agli altri, al pubblico che assiste al match; sia esso l’Arthur Ashe Stadium o un piccolo circolo di provincia. E quel momento di felicità diventa qualcosa di eterno.

Verso la fine del 1400 visse un tredicenne che non era mai soddisfatto dei lineamenti che disegnava: scorgeva sproporzioni nella testa, la fronte sopravanzava la bocca e il mento, i visi ritratti gli sembravano inespressivi, insulsi. Quel ragazzino crebbe e dedicò la sua vita alla sua passione: il marmo; un blocco che celava in sé due anime, due nature e che provocarono in quell’uomo due emozioni contrastanti; il tormento di fronte al blocco informe, l’estasi per la vita infusagli. Quell’uomo era Michelangelo. Le stesse emozioni che ha provato quell’uomo le ha sentite qualsiasi essere umano che è entrato in un campo da tennis e, anche solo per una volta, ha vissuto uno dei quei momenti tennistici che celano in loro stessi il tormento e l’estasi.

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