Carnage, il Dio del massacro

Un banale litigio tra adolescenti a Brooklin Bridge Park che sfocia in una bastonata. Due incisivi rotti costringono così i genitori “dell’attentatore”, il signore e la signora Cowan, a recarsi nell’ordinato appartamento Penelope e Michael Longstreet, rispettivamente mamma e papà “della vittima”. Mettersi d’accordo pare essere un gioco da ragazzi, ma basta qualche parola fuori posto, qualche insistenza di troppo, o fosse pure la sensazione di impartirsi reciprocamente qualche frecciatina obiettivamente evitabilissima su quella che dovrebbe essere un’ideale di convivenza civile ed ecco che Roman Polanski conduce lo spettatore in uno di quei tunnel dai quali è impossibile fare ritorno senza aver perso qualche pezzo per strada; perché va specificato come Carnage, ossia Massacro, non sia una sofisticata commedia degli equivoci, bensì un quasi dramma socio-esistenziale che, non a caso, proviene da una piéce teatrale il cui titolo non lascia spazio all’interpretazione: Le Dieu du Carnage, Il Dio del Massacro.

Ad accordo praticamente raggiunto, a “costringere” i signori Cowan a non uscire da quell’appartamento è, più che la lusinghiera offerta da parte di Michael di un caffè e una fetta di torta da assaggiare assolutamente, probabilmente la puntigliosità di Penelope, insopportabile come solo gli individui troppo impegnati in campo sociale sanno essere. Seduti intorno a un tavolo, le difficoltà sullo stendere un velo sul problema che li ha riuniti, ma ancor più le differenze emergono tutte, e non solo per quanto riguarda la complessità dei due nuclei familiari, no, i quattro protagonisti di Polanski sono quattro persone inconciliabili tra loro.

Penelope (Jodie Foster) è altezzosa oltre misura, assorbita com’é tra l’Africa, i suoi cataloghi d’arte, un libro scritto e un altro in serbo sulla tragedia del Darfur. Michael (John C. Really) è un rivenditore di pentole, padelle, maniglie e dispositivi per sciacquoni, un bonaccione che però non si vergogna di raccontare con un certo compiacimento di aver abbandonato il loro criceto nel parco nonostante la bestiolina fosse paralizzata e impaurita in quel contesto estraneo. Di tutt’altra risma sono i Cowan. Alan (Christoph Waltz) è un avvocato cinico e analitico che non si trattiene nel rispondere a telefonate incessanti da un cliente allarmato in quanto la sua ditta farmaceutica avrebbe consapevolmente messo sul mercato un farmaco che potrebbe provocare sui pazienti effetti tutt’altro che desiderabili. Infine Nancy (Kate Winslet), è un operatore finanziario, ma prima ancora una donna concreta, senza dubbio la più educata e abituata ad accettare come la vita sociale sia un teatro in cui ognuno deve interpretare volente o nolente la propria parte.

Nonostante sia abituata nel trattenere delusioni e rabbia, le ipocrisie dei Longstreet e la spavalderia del marito, sommate così tra le mure dello stesso salotto, sono troppo pure per Nancy: e così vomita. Non riesce nemmeno a raggiungere il bagno, rigetta la torta su un tavolino, centrando in pieno un catalogo raffigurante le opere di Oskar Kokoschka, tanto amato da Penelope. Un episodio che provoca un ulteriore giro di vite perché se Penelope non è disposta a indietreggiare di un passo da quel suo sentirsi speciale in quanto sentitamente coinvolta nelle problematiche globali e quindi autorizzata a far sentire gli altri moralmente inadeguati al suo cospetto, Michael, che dall’alto o forse dal basso della sua semplicità si era sforzato suo malgrado di districarsi tra lo spalleggiare e il tentare di contenere la moglie, a poco, a poco fa uscire tutta la parte orgogliosa che è in lui e la confidenza, elargita con un pizzico di orgoglio di essere stato da adolescente il capo di una banda, è niente rispetto al fatto di sentirsi nel profondo un miserabile  estenuato dalle cazzate buoniste della consorte. Pure l’altra coppia finisce con lo scoppiare. Succede nel momento in cui Nancy lascia cadere il cellulare di Alan in un vaso di tulipani rigorosamente provenienti dall’Olanda; palese dettaglio di come tutto suoni falso e artefatto, in quell’appartamento middle-class newyorkese. Un gesto, forse il solo, capace di colpire e affondare il noto avvocato in quanto quel cellulare lo aveva appena configurato e lì dentro «c’era tutta la mia vita».

Dietro e dentro Carnage c’è un mondo e le infinite tematiche sociali per quanto sfiorate offrono uno spaccato perfetto di quella che forse è la famiglia universalmente parlando: un covo di incomprensioni, di emozioni represse, di finzioni malcelate, di non conoscenza reciproca, più o meno consapevole, più o meno voluta. Il giorno più infelice della loro vita consiste proprio nel giorno in cui, messi sotto pressione da un evento che non è dipeso da loro ma da un’appendice delle loro vite (più o meno sbagliate), i figli, si ritrovano a fare i conti con loro stessi e sbottano, litigano, si sbronzano, per poi essere pronti a riprendere le proprie strade, unite seppure eternamente separate. Emblematico è come, si scoprirà, i figli abbiano fatto pace senza la loro supervisione e di come il criceto sia sopravvissuto senza bisogno di una falsa famiglia, senza bisogno del loro falso amore.

Titolo: Carnage  Carnage

Paese: Francia, Germania, Polonia, Francia

Anno: 2011

Regia: Roman Polanski

Soggetto: Yasmina Reza 

Sceneggiatura: Roman Polanski & Jasmina Reza

Casa di produzione: SBS Productions, Costantin Production

Fotografia: Pawel Edelman

Montaggio: Hervé de Luze

Costumi: Milena Canonero

Musiche: Alexandre Desplant

Cast: Jodie Foster, Kate Winslet, John C.Really, Cristoph Waltz

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