La sottile linea rossa, tra incubo e poesia

Guadalcanal è il paradiso perduto, l’Eden stuprato dal veleno della guerra. È da questo punto fermo che prende vita La sottile linea rossa; poema filmico il cui scopo va oltre a fissare lo sguardo sull’orrore, bensì intraprende un percorso contrario, accarezza spiragli di indicibile bellezza per andare a scavare nell’abominio della natura umana, troppo cieca e impotente al cospetto della propria indole che pare condannare le creature a sterminarsi le une con le altre. Un’opera, quella orchestrata da Terrence Malick, che è contrapposizione perenne, una lezione di vita e di morte all’insegna di un cammino tortuoso, allucinato, privo di ragione eppure intriso di pensiero, specchio e riflesso dell’essere uomini, spesso mossi dalla violenza più esasperata e inconcepibile, ma capaci di slanci lirici soavi.

«Chi ci sta uccidendo, derubandoci della vita e della luce, beffandoci con la visione di quello che avremmo potuto conoscere? La nostra rovina è di beneficio alla terra, aiuta l’erba a crescere, il sole a splendere?», è la domanda, incredula, che si pone uno dei soldati della compagnia di fucilieri Charlie, appartenente a un reparto dell’esercito statunitense. Incaricati di sostituire i marines massacrati dai giapponesi nell’isola di Guadalcanal, la loro missione è conquistare un campo d’aviazione giapponese posto in cima a una collina dell’isola. Resta il fatto che persino la missione, portata a termine con successo, sembra fare da sfondo a tutto il resto. Per meglio dire, lo sfondo è indistinguibile. Lo sfondo è l’assoluto, l’impalpabile.

La natura incontaminata in cui vivono gli aborigeni delle isole Salomone, il loro essere così paradossalmente estranei alla guerra, rappresenta l’antitesi del male. In un mondo indifferente al dolore, lavato dal blu dell’Oceano, rinfrescato dalla brezza che muove le fronde di alberi giganteschi, dove i colori delle farfalle si mescolano in una tavolozza idilliaca, dove pare esserci posto solo per la gioia; allo stesso tempo si consuma una guerra densa di atrocità, così brutale da estinguere dignità alla morte stessa. Perché Guadalcanal è un inferno di corpi smembrati dai colpi di mortaio, di carcasse trucidate dai corpo a corpo con le baionette, dove risuonano le grida di dolore dei feriti, dove l’agonia dei moribondi non è meno lacerante delle paure, dei pianti di coloro che sono consapevoli di essersi trasformati in assassini.

Il contrasto è struggente, assurdo, inconcepibile. Il coro dei monologhi, così decontestualizzato, tenta di spiegare l’inspiegabile. «Cos’è questa guerra stipata nel cuore della natura? Perché la natura lotta contro sé stessa? Perché la terra combatte contro il mare? C’è una forza indicativa della natura? Forse più di una? Chi sei tu, per vivere sotto tutte queste forme? Tua è la morte che cattura tutto? Tua è anche la fonte di tutto ciò che nascerà? Tua la gloria? Tua la pietà? La pace? La verità? Tu dai riposo allo spirito? Comprensione? Coraggio? Questo grande male da dove viene? Come ha fatto a contaminare il mondo? Da quale seme, da quale radice si è sviluppato? Chi è l’artefice di tutto questo? Chi ci sta uccidendo? Chi ci sta derubando della vita e della luce? La nostra rovina è di sollievo alla terra? Aiuta l’erba a crescere? Il sole a splendere? Questa ombra oscura anche te? Tu hai mai attraversato questo buio? Come abbiamo fatto a perdere il bene che ci era stato donato? A disperderlo sconsideratamente?».

Tra le entità di un esercito di uomini mandati al macello emergono in primis le vicende del soldato Witt che da disertore si trasforma in agnello sacrificale per salvare i propri compagni e questo per amore del giusto, della bellezza, perché lui ha visto la scintilla, dentro sé stesso sa che un solo uomo può fare la differenza; e del sergente Welsh, conscio di doversi barcamenare all’interno di una apocalittica pazzia, eppure ligio al dovere, responsabilizzato nel profondo, e proprio per questo destinato a diventare l’unità più colpita a livello interiore. Witt e Welsh altro non sono che le due facce di una stessa medaglia e memorabili sono i loro “incontri”; dal primo quando il sergente gli rimprovera «Non sarai mai un vero soldato, non in un mondo creato da Dio» ed ha in risposta «Posso sopportare qualsiasi cosa mi infligga, sono due volte l’uomo che è lei»; al momento in cui cerca di aprirgli gli occhi: «In questo mondo, un uomo, da solo, non è niente. E non esiste un altro mondo, al di fuori di questo» per quindi sentirsi replicare «È qui che sbaglia, io l’ho visto un altro mondo». Il cambiamento di Welsh, inizialmente persuaso che nessuno dovrebbe lasciarsi toccare da nulla, si insinua quando invece di una sentenza porge a Witt una domanda: «Credi ancora in quella bellissima luce, vero? Come fai a crederci? Sei un mago per me». Witt bisbiglia «Vedo ancora una scintilla in me» per quindi tradurre il pensiero, il bene universale, in azione, che in guerra spesso si riduce nel finire in una tomba.

Altrettanto potente a livello emotivo è lo scontro tra il cinico colonnello Tall e il più coscienzioso capitano Soros, che rifiuta di mandare i suoi uomini in una missione suicida e che per questo verrà sollevato dall’incarico. «È troppo tenero di cuore, la sua non è una fibra robusta»; fa notare il superiore, a cui Soros ribatte: «Le è mai morto qualcuno tra le braccia?». Non avrà mai una risposta diretta, ma una metafora: «Guardi questa giungla, guardi quelle piante rampicanti come si attorcigliano intorno agli alberi inguaiando tutto. La natura è crudele».

Devastante è il travaglio del soldato Bell, che dopo aver rinunciato al grado di ufficiale a causa di un congedo per amore della moglie si ritrova sbattuto in quella follia da soldato semplice per infine essere lasciato tramite una lettera che gli annuncia il divorzio, mentre al limite dello spiazzante è lo sguardo intenso, definitivo del soldato Doll [Dash Mihok], una sorta di fantasma per 170 minuti ma sul cui volto si consuma l’ultima riflessione: «Anima mia, fa che io sia in te adesso… Guarda attraverso i miei occhi… Guarda le cose che hai creato… Tutto risplende…».

Con La sottile linea rossa Terrence Malick è ritornato al cinema dopo quasi venti anni di esilio (negli anni ’70 aveva diretto La rabbia giovane e I giorni del cielo, mentre nei successivi diciannove ne avrebbe sfornati addirittura sei; The New World, The three of life, To the wonder, Knight of Cups, Voyage of time, Song to song). Tratto dall’omonimo romanzo datato 1962 di James Jones, tutto ha avuto inizio all’alba del 1990 quando Malick ha espresso l’intenzione di scrivere un copione ai produttori Bobby Gleiser e John Robedeau, i quali si sono assicurati i diritti del libro. Ne sarebbe scaturito un percorso faticoso, articolatosi nell’arco di otto lunghi anni, con tanto di rottura con i due produttori originari  a favore di Mike Medavoy.

La leggenda che accompagna il regista nato in Illinois nel 1943 era notevole al punto da spingere moltissimi attori hollywoodiani a proporsi nel cast definendosi disposti a tutto pur di avere una particina. I primi ad aderire, a paga sindacale, sono state due star d’eccellenza: Sean Penn e Nick Nolte. Si offrirono volontari anche Johnny Depp, Gary Oldman, Viggo Mortensen, Martin Sheen, Mickey Rourke e Kevin Costner ma i loro ruoli furono cancellati all’ultimo momento. Bill Pullman fu della compagnia, ma venne tagliato in sala di montaggio. John Travolta e George Clooney hanno avuto il respiro di una scena. Il di lì a poco poco premio Oscar Adrien Brody si è ritrovato ad attraversare la pellicola come potrebbe fare una comparsa. È andata meglio a John Cusack ed apprezzabile è pure l’uscita di scena concessa a Woody Harrelson.

Grande protagonista si è ritrovato il quasi esordiente Jim Caviziel (in realtà il ruolo era caduto sulle spalle di Edward Norton ma la morte della madre gli impose di staccarsi dal progetto) rivelatosi perfetto nell’interpretare l’etereo soldato Witt, seguito a ruota dall’altra metà di Witt, alias Welsh, interpretato da Sean Penn, dall’innamorato Ben Chaplin, dal capitano con un cuore Elias Koteas e dal colonnello tutto d’un pezzo Nick Nolte.

La sottile linea rossa è un capolavoro destinato a rimanere unico nel suo genere. Ragione in più che, a distanza di quasi vent’anni, impossibile risulta ancora incollargli sull’uniforme un genere. 40 minuti senza udire un colpo di arma da fuoco sono l’anticamera di un viaggio destinato a rivelarsi da una parte soavemente onirico e dall’altro crudelmente concreto. Un viaggio in cui lo smarrimento dell’uomo davanti alla morte è tutto nell’immagine più emblematica dell’opera, quando i soldati avanzano tra l’elba alta, dove tra migliaia di fili verdi ce ne sono alcuni rossi, macchiati di sangue. Come scrisse Rudyard Kipling: «Tra la lucidità e la follia c’è solo una sottile linea rossa»

Titolo: The thin red line – La sottile linea rossa

Paese: USA

Anno: 1998

Regia: Terrence Malick

Soggetto: dall’omonimo romanzo di James Jones

Sceneggiatura: Terrence Malick

Casa di produzione: Phoenix Pictures

Fotografia: John Toll

Montaggio: Billy Weber, Leslie Jones

Effetti speciali: Brian Cox

Musiche: Hans Zimmer

Cast: Jim Caviziel, Sean Penn, Nick Nolte, Elias Koteas, Ben Chaplin, Adrien Brody, Woody Harrelson, John Cusack, Jared Leto, George Clooney, John Travolta, John C. Reilly, John Savage, Dash Mihok, Nick Stahl, Paul Gleeson.

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