Zdzisław Beksiński, l’uomo che vide l’inferno

Seduto su una sorta di pilastro si distingue una figura umana macilenta, ripiegata su sé stessa, il capo chinato, come ad impedire di distinguerne il volto. Ad avvolgerlo non è la nebbia, è un silenzio assordante, metafora del nulla che lo attende, o meglio lo ospita in un’eternità dove tutto è nostalgia, rimpianto, forse rimorso. L’impotenza dell’uomo al cospetto della morte, unica certezza che eppure conduce verso un luogo sconosciuto, dove il sole e la luna sono perennemente oscurati da una caligine appiccicosa. Zdzisław Beksiński attraversa questi non luoghi in modo ossessivo, tal volta proponendo un fantasma che si sorregge su un bastone per essere guidato da un lupo, altre volte ciò che resta di un uomo sovrastato da creature mostruose, potrebbero essere demoni, come semplici defunti, incastrate nella roccia. Scheletri che sembrano in procinto di lasciarsi cadere in un pozzo senza fine, cimiteri diroccati le cui lapidi sono cadute o prive di nomi, sostituiti da volti alieni, esseri dolenti che presentano vistose cicatrici laddove un tempo avrebbe dovuto esserci il cuore. È l’ansia dell’immobilità. È la paura di non sapere più chi siamo, da dove veniamo.

La biografia dei primi ventinove anni di vita di Zdzisław Beksiński presenta note scarne quanto banali.  Nato il 24 febbraio del 1929 a Sanok, un piccolo paese nei pressi della catena dei Carpazi, l’indole introversa ne fa un adolescente taciturno e incline ad assecondare qualsiasi desiderio mosso dal padre, un piccolo imprenditore, che gli impone prima di studiare economia in un liceo clandestino a causa dell’occupazione tedesca, poi di iscriversi alla Facoltà di Architettura a Cracovia. Incastrato in una Polonia schiava dell’ennesimo padrone, l’Unione Sovietica, e soffocato dalla ristretta ideologia comunista, a ventidue anni il destino di Zdzisław pare essere segnato: un ruolo da supervisore nei cantieri edili a Sanok e una moglie; Zofia Stankiewicz. Sette anni dopo, il 1958, il quadro si arricchisce dell’ennesima nota scontata, la nascita del primo figlio – e sarà il solo – Tomasz.

Ciò che nessuno sospetta è che quell’uomo posato stia vivendo una vita che non sente sua e detesta con tutto sé stesso. Ciò che nessuno sarebbe mai disposto ad ammettere è che dietro alla facciata di uomo ordinario si nasconde uno spirito tormentato, sofferente. Pochi mesi dopo alla nascita del figlio, Zdzisław Beksiński inizia a scattare fotografie: paesaggi desolati, bambole mutilate, persone col volto bendato, visi deturpati o cancellati con le tecniche del fotomontaggio. Sin da subito si rivela un artista scomodo, difficile da comprendere in quanto l’angoscia che emana appare troppo privata, troppo dolorosamente interiore.

Se nell’arco di pochi anni alla fotografa affianca la scultura – dove predilige l’utilizzo di plastica e metallo trapassando blocchi di pietra con cavi di acciaio – verso il tramonto degli anni ’60 abbandona entrambe per dedicarsi esclusivamente alla pittura ad olio su masonite. Le visioni che partorisce sono sempre più suggestive, sempre più destabilizzanti, sempre più oniriche.

Finché nell’autunno del 1971 Zdzisław Beksiński vide l’inferno. Mentre attraversava un passaggio a livello non custodito nel cuore della fredda campagna polacca, l’auto si spegne sui binari e Beksiński non fa in tempo a rendersi conto del sopraggiungere del treno, che lo travolge. Tre settimane di coma, mesi di notti squarciate da incubi coscienti, resero il polacco un uomo segnato dalla fobia di aver attraversato l’ambiguo e inafferrabile territorio che separa la vita dalla morte.

La sola difesa per non impazzire, per scacciare dalla mente quelle allucinazioni surreali, quei paesaggi spettrali, era dipingerli. La leggenda vuole che nel cuore della notte fosse solito andare nel suo studio a dipingere in piedi, chinato su un tavolo posto orizzontalmente, mentre ascoltava musica classica.

Assente alla prima grande mostra allestita in suo onore in Polonia, nel 1972, Beksiński fa comunque in modo che durante la cerimonia di presentazione al curatore sia recapitato un biglietto scritto di suo pugno affinché sia letto ai presenti: «Ciò che conta è quello che appare nella tua anima, non quello che i tuoi occhi vedono e che puoi definire».

Le ombre che opprimono il cuore e la mente dell’artista polacco continuano a prendere vita, incessabili, ingigantite dalla morte della moglie, nel 1988, finché, undici anni dopo, la sera della vigilia di Natale il figlio quarantenne si toglie la vita provocando l’ulteriore e definitivo squarcio dell’anima. Chiusosi ancora più in sé stesso, decide di dedicarsi alla computer grafica e in ricordo del figlio realizza le copertine di quella che era la sua band preferita, i The Legendary Pink Dots.

L’ultimo capitolo dell’esistenza di Zdzisław Beksiński porta la data del 2 febbraio del 2005 quando viene trovato nel suo appartamento privo di vita, riverso al suolo, assassinato da diciassette coltellate. Alcuni giorni dopo Robert Kupiec, figlio del custode del suo appartamento, avrebbe confessato il crimine insieme a un amico: alla base dell’omicidio, un rifiuto da parte dell’artista di prestar loro un centinaio di zloty, circa cento dollari.

Tutte prive di titolo, le tele di Zdzisław Beksinski sono incarnazioni fuori dal tempo, vittime e allo stesso tempo carnefici di loro stesse, sono le proiezioni del dubbio più sconfinato, della rassegnazione del nostro essere di carne ed ossa che rende la morte il riferimento su cui fa leva la vita definendone il significato.

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