Guernica, la mistificazione della morte

La cronaca universalmente propinata descrive Guernica come una cittadina basca di 7.000 abitanti, bucolica e priva di interessi militari che, mentre la Spagna era lacerata della guerra civile, lunedì 26 aprile 1937, giorno di mercato, venne rasa al suolo dall’aviazione nazista provocando 1454 morti, e 889 feriti, per lo più vecchi, donne e bambini in quanto gli uomini erano tutti impegnati a combattere Francisco Franco. Quando fu diffusa la notizia Pablo Picasso era impegnato nella realizzazione di un’opera che rappresentasse la Spagna all’Esposizione Universale di Parigi, svoltasi dal 25 maggio al 25 novembre. Sconcertato dall’efferata strage, l’artista avrebbe così deciso di dipingere un quadro che denunciasse l’atrocità del bombardamento riversato su Guernica.

Conseguenza di ben 45 schizzi preparatori, Guernica è diventato uno dei capolavori più celebri al mondo: di stile cubista, su una tela di 3,5 x 8 metri si dimenano diverse figure prive di colore per esaltare la carica drammatica. L’interpretazione comune parte dalla porzione centrale del quadro dove sotto a un lampadario è visibile un cavallo dai tratti allucinati – simbolo di nobiltà e fierezza piegate alla brutalità della guerra – mentre alla sua sinistra si distingue un toro, per i critici più illustri un Minotauro – emblema di una Spagna distrutta dalla dittatura franchista – ai cui piedi piange una madre con in braccio un bambino. In basso spicca il cadavere di un uomo con la testa apparentemente mutilata, ma che stringe in mano una spada spezzata. A destra, per concludere, sono proposte alcune figure terrorizzate.

Nel tempo però, Guernica sarebbe stato protagonista di rivisitazioni e chiavi di lettura, tra l’altro ben più verosimili. Tutto partirebbe dalla risaputa passione che Pablo Picasso nutriva per le corride e dallo sconforto in seguito alla morte di José Gómez Ortega, in arte Joselito, uno dei più famosi toreri della storia, avvenuta il 20 maggio del 1920 nell’arena di Talavera de la Reina. Ebbene, diversi storici dell’arte esperti di Picasso hanno ammesso che per celebrarne la memoria, il pittore iberico avesse realizzato un’enorme tela composta da figure tragicamente atteggiate a colori luttuosi poi nominata En muerte del torero Joselito.

Insomma, basta uno sguardo più attento per notare come i riferimenti al bombardamento su Guernica scarseggino e se il presunto Minotauro è verosimilmente la rappresentazione del toro che incornò Joselito, il cavallo altro non sarebbe che la povera bestia appartenente al picadòr sventrato da quella furia che di nome faceva Bailador. In considerazione al fatto che l’opera rimase se non incompiuta, celata agli occhi dei più, e offrisse la possibilità di svariate interpretazioni, in  vista dell’evento parigino Picasso la riciclò, aggiunse qualche particolare, e infine la ribattezzò in Guernica  e la vendette al governo popolare per la non modica cifra di 300.000 pesetas dell’epoca, tutte versate da Stalin attraverso il Comintern.

Lungi da Picasso fornire una spiegazione di quanto rappresentato, in perfetta opposizione con i socialcomunisti, al contrario intraprendenti nel fare di quel dipinto una metafora di protesta contro la malvagità nazi-fascista. In pratica, tra le ombre di un’opera indubbiamente grandiosa sarebbe stata creata una leggenda tramandata nei cataloghi del Museum of Modern Art di New York, che espose il dipinto fino al 1981 quando, a otto anni dalla morte dell’autore e di Francisco Franco, tornò in patria per essere appesa nel Salone da Ballo dell’antico Palazzo Reale, per quindi spostarsi al Museo del Prado di Madrid ed infine ubicarsi al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia.

Se il significato del dipinto di Pablo Picasso è stato distorto, la prima manipolazione della verità appartiene alle narrazioni fornite da un corrispondente di guerra inglese, George Lowther Steer, il quale, pur non essendo sul posto, spedì da Bilbao al suo giornale di Londra una cronaca a dir poco fantasiosa e ovviamente di parte, seguita da un libro, The tree of Guernika, datato 1938. Per prima cosa, Steer era a conoscenza del fatto che di lunedì a Guernica si svolgeva un affollato mercato, ma ignorava che quel giorno il mercato non si svolse poiché vietato dal delegato militare del governo basco, tale Francisco Lozano; che annullò pure una partita di pelota prevista in serata. In ogni caso, non avrebbe potuto essere colpito, visto che il mercato terminava poco dopo mezzogiorno e il raid si svolse a partire dalle 16,15. Altro punto degno di nota: Guernica non ospitava 7.000 persone; raggiungeva a stento i 4000 abitanti e costituiva un rilevante obiettivo militare in quanto sede di due fabbriche d’armi leggere e di bombe d’aviazione. Era inoltre un cruciale nodo stradale e ferroviario per i repubblicani che combattevano a una dozzina di chilometri dalla città e furono essi i bersagli su cui venne riversato la maggior parte dell’esplosivo. A proposito del bombardamento, esso non fu opera esclusiva dei bombardieri tedeschi: parteciparono tre Savoia Marchetti 79 italiani, oltre a numerosi caccia, sempre italiani. Il numero delle vittime è stato enormemente gonfiato. Accurati controlli dell’anagrafe fissarono i morti a 93, a cui vanno forse aggiunti alcuni soldati. Nonostante i documenti di repertorio puntano il dito su una città semidistrutta, tra le rovine del centro storico non si distinse un solo cratere provocato da bombe e non a caso, a conflitto concluso, una commissione internazionale stabilì che prima di ritirarsi i socialcomunisti e i minatori anarchici delle Asturie, bruciarono o fecero saltare con la dinamite  molti edifici per creare ostacoli alle truppe franchiste.

L’orrore della guerra, di qualsiasi colore essa sia, è incontestabile. Allo stesso tempo andrebbe però ammesso come la politica, o meglio, i vincitori si siano spesso serviti dell’atrocità collettiva per addossare qualsiasi mostruosità sui vinti. Guernica rappresenta probabilmente uno di questi casi; quasi che la morte di un uomo, di un torero, non contenesse una portata di strazio sufficiente e richiedesse l’intervento di svastiche, bombe e vittime innocenti per ingigantire lo spessore della tragedia. Incline a subire il fascino del denaro nonostante le simpatie di sinistra, nel gennaio del 1949 Picasso cedette alle lusinghe del partito comunista francese, deciso a presentarsi al mondo come un’ ideologia di pace, disegnando una colomba che porta un rametto verde nel becco. Considerazione che esula qualsiasi giudizio inerente a una qualsivoglia fede politica in quanto, seppure George Orwell ritenesse che: «Tra gli intellettuali i cambiamenti di opinione avvengono per effetto del denaro o in considerazione della propria posizione personale»; la vera arte sarà sempre qualcosa che conosce né destra, né sinistra. La vera arte è e sarà sempre al di sopra di tutto.

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