Angelus dipinto dal pittore francese Millet

L’Angelus di Millet, tra fede e mistero

Nel suo più celebre dipinto “L’Angelus”, Jean-Francois Millet raffigura due contadini, un uomo e una donna di giovane età con il capo chino e le mani giunte al petto che, come suggerisce il richiamo della chiesa di Chailly-en-Bière visibile sullo sfondo, sono assorti nella recita del Angelus Domini, preghiera che ricorda il mistero dell’incarnazione e da recitarsi al rintocco delle campane alle sei del mattino, a mezzogiorno e alle sei di sera. L’immensa e desolata pianura che circonda la coppia accresce la posa monumentale dei soggetti, i cui visi sono lasciati in ombra mentre una luce soffusa sottolinea quanta devozione vi sia nel loro raccoglimento. Oltre alle due figure hanno una notevole valenza scenica un forcone piantato nel terreno, una carriola con dei sacchi, una cesta con delle patate, uno stormo di rondini appena accennato il quale, rafforzato dagli abiti dei due soggetti, suggerisce come l’ambientazione sia legata a un mese primaverile.

L’opera, un olio su tela delle dimensioni di 55×66 centimetri, venne commissionata dal magnate americano Thomas Gold Appleton e non fu probabilmente un soggetto preso dalla realtà, bensì una pittura di ricordo come confermerebbero le parole del pittore nativo di Gréville-Hague: «L’Angelus è un quadro che ho dipinto ricordando i tempi in cui lavoravamo nei campi e mia nonna, ogni volta che sentiva il rintocco della campana, ci faceva smettere per recitare l’Angelus in memoria dei poveri defunti». Pare in effetti che Millet avesse terminato il quadro già nel 1857 e che tra il 1858 e il 1859 abbia aggiunto il campanile per quindi cambiare il titolo da “Preghiera per il raccolto di patate” ad “Angelus”.

Esposto per la prima volta al pubblico nel 1865, il dipinto fu acquistato e rivenduto da svariati collezionisti finché, morto Millet, tra Stati Uniti e Francia ebbe inizio una battaglia di offerte e contro-offerte che conobbe la sua fine con la cifra 800.000 franchi in oro e il rientro del dipinto in patria. Entrato a far parte delle raccolte statali, il Louvre tentò, seppur inutilmente, di assicurarselo per l’eternità. Nel 1986 venne trasferito al Musée d’Orsay, dove è tuttora.

Se a prima vista può essere definito un dipinto a tema religioso,  una visione più attenta del “L’Angelus” sembra permettere a tutta la potenza visiva, a tutto il magnetismo che emana, di fuoriuscire dalla tela, facendole assumere le sembianze di un’opera enigmatica; quasi che tra le pennellate di Millet fosse custodito un mistero. Di certo il capolavoro dell’artista influenzò Vincent Van Gogh, che durante un soggiorno a Bruxelles, nel 1880, ne trasse uno studio a matita, gessetto e acquarello, ora conservato a Otterlo; ma ancor più ossessionò Salvator Dalì che, forse impressionato dal gesto di un folle che nel 1932 arrivò a deturpare il quadro perché convinto che una voce fuoriuscisse da esso, non solo vi si ispirò per trarne diverse versioni surrealiste, dopo essersi interrogato a lungo sulle possibili interpretazioni ed aver eseguito ricerche spasmodiche, scrisse un saggio dal titolo ”Il tragico mito dell’Angelus di Millet”.

L’Angelus” era un dipinto che conosceva sin dall’infanzia in quanto una copia si trovava appesa a una parete della scuola elementare da lui frequentata ma è nel giugno del 1932 che, stando alle sue parole: «mi si affaccia di colpo alla mente, senza alcun ricordo prossimo o associazione cosciente tale da consentire una spiegazione immediata, l’immagine dell’Angelus di Millet… Ne provo una profonda impressione e ne sono sconvolto perché, sebbene nella mia visione delle immagini tutto corrisponda esattamente alle riproduzioni del quadro, essa mi appare modificata e carica di una tale intenzionalità latente che essa diventa per me l’opera pittorica più sconvolgente, più enigmatica, più densa e ricca di pensiero che sia mai esistita».

Partendo dalla posizione dei due contadini – che in base all’iconografia dell’epoca era inusuale – nel maestro spagnolo si fece largo la convinzione che il reale tema del dipinto fosse una veglia funebre sulla bara di un bambino. Ed effettivamente, nel 1963, ottenuto il permesso di effettuare una radiografia della tela per conto del Louvre essa mostrò la presenza di un parallelepipedo, presumibilmente una bara successivamente coperta per essere sostituita dalla cesta di patate.

Entusiasta per la sua intuizione, Salvador Dalì sostenne che la presenza della bara in sotto-traccia conferiva alla tela un controsenso ambiguo, oscuro, psicologicamente traumatizzante, in contrasto con il mesto e silenzioso raccoglimento dei due contadini. Il tempo avrebbe ridimensionato queste tesi e, forse complice la mancata diffusione della radiografia, il Musée d’Orsay si sarebbe limitato a fornire una scheda descrittiva strettamente didascalica e tradizionale per mai accennare a una lettura meno classica.

Se, come scrisse Soren Kierkegaard «la vita è un mistero da vivere, non da risolvere», anche l’ipotesi che una verità soprannaturale stia vegliando su L’Angelus” di Millet si rifugia tra le pieghe di quelle sensazioni indefinite e indefinibili che non hanno bisogno di certezze affinché un osservatore attento si ritrovi avvolto in un mondo dove il fascino dell’ignoto domina ogni dettaglio.

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