Francisco Goya, il pittore che visse due volte

Un solco profondo sembra dividere la carriera e la vita di Francisco Goya. Un tempo giovane spensierato, focoso, amante del vino e delle belle donne, orgoglioso esponente dei lussi garantiti dall’operare alla corte di Spagna, creatore di un’arte pomposa, celebrativa e rassicurante, filtro di una nobiltà che dai suoi ritratti appare distesa, bonaria, in perfetta sintonia con i paesaggi brillanti di allegria grazie all’utilizzo di colori fluidi e decisi. Finché tutto cambia. Fama e agiatezza economica lo accompagnano attraverso quattro sovrani e due rivoluzioni, ma la malattia prima e l’aver assistito a crudeltà di ogni tipo poi, lo rendono un uomo diverso. Nemmeno la sordità che lo affligge è in grado di distaccarlo dalle visioni angoscianti che si insinuano nelle sue membra, anzi, quegli orrori gli si incastrano nella mente, tormentandolo, avvolgendolo in un abisso ovattato, denso di un’oscurità dove a emergere sono scenari ansiogeni, odori nauseanti, esseri deformi.

Francisco José de Goya y Lucientes nasce il 30 marzo del 1746 a Fuendetodos, una cittadina rurale arroccata sui monti iberici non troppo distante da Saragozza nella quale si erano provvisoriamente trasferiti i genitori, José Benito de Goya Franque – un celebre doratore di origini basche che aveva eseguito diversi lavori nella Basilica di Nostra Signora del Pilar – e Gracia de Lucientes y Salvador – una donna bellissima appartenente a una famiglia decaduta della piccola nobiltà aragonese. Francisco era quarto di sei figli e oltre a lui solo il secondo, Tomás, si sarebbe dedicato all’arte, tra l’altro seguendo le orme paterne.

Quando la famiglia torna nella ben più prospera a livello culturale Saragozza, Francisco ha appena tre anni e, anno dopo anno, compie un regolare percorso di studi presso il collegio delle Scuole Pie dei Padri Scolopi; un ordine nato grazie a Giuseppe Calasanzio – un sacerdote aragonese che recatosi a Roma dopo una crisi interiore rimase oltremodo colpito dalla miseria morale e materiale della popolazione infantile e così, agli inizi del 1600, rese possibile l’apertura della prima scuola popolare gratuita d’Europa – il quale verrà un giorno ritratto da Goya nell’opera: “L’ultima comunione di san Giuseppe Calasanzio”.

Non nutrendo un particolare interesse nei confronti delle materie teologiche e filosofiche, considerate basilari per quel genere di Istituto, Francisco Goya non si rivelò essere uno studente particolarmente brillante. Al contrario, il padre ne intuisce ben presto la straordinaria vocazione per il disegno. Decide così di allocare Francisco nella bottega di un pittore locale, tale José Luzan Martinez, grazie a cui poté migliorare la propria mano e attingere le basi inerenti all’uso dei colori.

Francisco Goya – Il fantoccio – 1792 – Museo del Prado, Madrid

Compiuti i diciassette anni Francisco Goya si trasferisve a Madrid, all’epoca una città ricca di fermenti artistici, grazie all’illuminato regno di Carlo III di Spagna, che vi aveva accentrato artisti di grande nome come Anton Raphael Mengs e Giovan Battista Tiepolo, entrambi attivi a Palazzo Reale. La capitale soffia nei giovani polmoni di Francisco una poderosa boccata di ossigeno che lo spinge a dividersi tra un’intensa attività di studio durante il giorno e una vivace vita notturna che lo getta fra le braccia tanto di osterie quanto delle più disponibili fanciulle. Non ancora diciottenne, finisce anche coinvolto in diverse risse, e per dare prova della sua audacia non esita a entrare in una cuadrilla di toreri, così da sperimentare le emozioni dell’arena.

Nonostante due bocciature al concorso di ammissione per l’Accademia di Belle Arti, uno dei quali appannaggio di Ramon Bayeu il cui fratello da lì a poche stagioni sarebbe stato nominato pittore di camera del re, gli anni madrileni furono estremamente formativi per Francisco Goya che ebbe modo di estendere i propri orizzonti figurativi nonché iniziare a concepire personali orientamenti di gusto. Spirato Tiepolo nel 1770, decise di allontanarsi da Madrid e di recarsi a proprie spese a Roma, epicentro artistico di quel periodo, la cui atmosfera era satura di cultura e lusso. I primi biografi del maestro spagnolo teorizzarono che Francisco giunse in Italia al seguito di una banda di toreri e di un diplomatico russo; ad ogni modo è ormai accertato che rimase in Italia dal marzo del 1770 fino al giugno 1771. Risalita la costa sino ad Antibes, trascorre alcune settimane a Torino, Milano e Pavia per poi imbarcarsi in un traghetto da Genova a Civitavecchia e giungere quindi a Roma.

Le grandi processioni religiose, le feste carnevalesche, i monumenti e le personalità che bazzicavano la capitale italiana, ebbero un forte impatto sulla fantasia di Francisco Goya che, nella casa del pittore polacco Taddeo Kuntz dove soggiornava, conobbe Giovan Battista Piranesi, un incisore veneto le cui tavole di forte intonazione drammatica emanavano un sublime sentimento di magnificenza che, insieme alle oscure allucinazioni di Johann Heinrich Fussli e le magiche visioni di Salvator Rosa, furono le maggiori fonti di ispirazione per il pittore aragonese che ne assorbì l’influenza al punto da esserne debitore non tanto durante il percorso formativo quanto negli anni di piena maturità artistica. Gli ultimi atti compiuti da Goya in Italia furono quello di inviare la grande tela di “Annibale vincitore che rimira dalle Alpi l’Italia al concorso tenutosi nel 1771 all’Accademia di Parma, non riuscendo tuttavia a vincere; e di rapire una ragazza di Trastevere rinchiusa dai parenti in un convento, atto che lo rese ricercato dalla polizia e venne sanato dall’intervento economico dell’ambasciatore spagnolo che lo rispedì a Saragozza.

Forte del credito acquisito con il viaggio in Italia, appena rimette piede in patria viene incaricato di decorare a fresco la basilica di Nostra Signora del Pilar, a cui seguirono commissioni altrettanto prestigiose. Anche la vita privata conosce una piccola svolta: il 25 luglio del 1773, sposa infatti la sorella di Francisco Bayeu, una coetanea di nome Josefa che l’anno seguente diverrà madre del primogenito Juan Ramon Carlos: ma il cui aspetto notoriamente sgradevole condurrà Goya tra le braccia di numerose amanti.

Anno cruciale fu il 1774 quando, grazie all’interessamento del cognato, Francisco venne chiamato a Madrid da Mengs, allora soprintendente alle Belle Arti, con l’incarico di eseguire i cartoni per la fabbrica reale degli arazzi di Santa Barbara. Nell’arco di alcuni anni ne avrebbe prodotti ben 63 ed il loro successo fu sfolgorante sin dai primi modelli presentati al punto da far accogliere l’artista «de mérito» nella Real Academia de San Fernando.

Francisco Goya – La famiglia di Carlo IV – 1800 – Museo del Prado, Madrid

Se come saggio d’ingresso Francisco Goya dipinge un “Cristo crocifisso”; negli anni successivi si cimenta per lo più in ritratti dei vari nobili della corte madrilena, dai quali traspare sempre un’attenta penetrazione psicologica. Speciale menzione merita, in tal senso, il “Ritratto dei duchi di Osuna con i figli”. Goya consolida poi la sua posizione con la nomina da parte del nuovo re Carlo IV di «pintor del rey».In virtù di questa autorevole qualifica corona le proprie ambizioni di partecipare alla vita mondana di corte e, ormai in grado di soddisfare i suoi innumerevoli capricci, si compra una carrozza.

Universalmente considerato un sovrano inetto, come da copione Carlo IV finì per soggiacere a uno degli amanti della regina, il primo ministro Manuel Godoy ma, mentre innumerevoli amici e protettori di Goya vennero spodestati dai loro ruoli e allontanati dalla corte, il maestro aragonese diede sfoggio di tutta la diplomazia che sempre lo aveva contraddistinto e continuò a servire il re. Il clima di incertezza che si respirava a corte, il sentirsi costantemente in bilico tra un’approvazione maturata e confermata negli anni e lo spettro di una rovinosa caduta, furono responsabili di una prima sterzata stilistica: le opere di Goya assunsero infatti toni più graffianti, al limite del sarcastico, come a denunciare la decadenza di un regno ormai prossimo a sgretolarsi.

Sentendosi ormai oppresso da questa situazione, nell’autunno del 1972 Goya decide di allontanarsi dalla corte e di recarsi in Andalusia. A Siviglia, però si sente male: c’è chi sostiene perché vittima della sifilide, mentre altri biografi puntano il dito su un’intossicazione da piombo contenuto nei pigmenti di colore; in quanto Goya era solito inumidire i pennelli con la bocca. Di certo c’è solo che Goya non sarà mai l’uomo di un tempo.

Ospite dell’amico Sebastián Martinez, il pittore è costretto a letto da una brutale paralisi, dove per almeno un mese viene funestato da feroci emicranie, disturbi visivi e vertigini.  Le conseguenze di quest’infermità furono devastanti e pur rimettendosi in salute, Francisco Goya fu colto da un’irrimediabile sordità, dalla quale non sarebbe guarito per il resto della vita.

La malattia rese inevitabile un mutamento stilistico e tematico nell’arte di Goya che, consapevole del dualismo tra sentimento e ragione esplicato nelle sue opere, matura uno stile autonomo, svincolato dagli schematismi accademici e animato da una grande libertà d’espressione e da un linguaggio pieno di vigore.E fu così che, abbandonati i toni gioiosi delle pitture precedenti, Goya realizza i cosiddetti «cuadritos», undici piccoli dipinti dove si accosta ad un’arte intima, in cui però la violenza e la tragedia trovano un’espressione tanto possente. In queste sperimentazioni tratta un’ampia rosa di soggetti, scegliendo di raffigurare scene di naufragio, interni di manicomio, incendi, assalti di briganti, individui smarriti nelle tenebre o eventi tragici, tradendo la presenza di una lacerazione spirituale destinata a non rimarginarsi.

Morto il cognato Francisco Bayeau, ne eredita la posizione di direttore di pittura all’Accademia e nel frattempo intreccia una relazione clandestina con l’affascinante duchessa d’Alba, ovvero Maria Teresa Cayetana de Silva, da lui ritratta in più occasioni. Se da una parte la mole di ritratti raffiguranti amici, parenti e nobili garantisce a Francisco una solida indipendenza economica, l’opera che più lo tiene impegnato negli anni ’90 del XVIII secolo è la monumentale raccolta di un ciclo di 80 incisioni che ritraggono, con un’ironia caustica e tagliente, «la censura degli errori e dei vizi umani, delle stravaganze e follie comuni a tutte le società civili», intitolati “Caprichos”, tra cui svetta “Il sonno della ragione genera mostri”.

La prima edizione dei “Capricci” venne messa in vendita lunedì 6 febbraio 1799 in un negozio di profumi e liquori di calle Desengaño e malgrado Goya avesse annunciato pubblicamente che ogni riferimento a persone esistenti o a fatti descritti fosse puramente casuale – condizione ovviamente falsa -, la raccolta incontrò l’ostilità dell’Accademia e dell’Inquisizione che, a causa dei contenuti apertamente blasfemi, l’8 agosto ritirò l’opera dalla circolazione.

Francisco Goya – Maya desnuda – 1797 – Museo del Prado, Madrid

Ad ogni modo, sempre nel 1799, grazie all’interessamento del potente amico Gaspar Melchior de Jovellanos, venne nominato «Primero Pintor de Cámera» e, in virtù di questa qualifica, nel 1801 eseguì il ritratto di Manuel Godoy, per celebrare il titolo di generalissimo ottenuto da quest’ultimo con la vittoria su Portogallo. È inoltre d’obbligo citare come, qualche anno dopo, nell’inventario dei beni di proprietà di Godoy vennero menzionate “La maja vestida” e “La maja desnuda” ritratti eseguiti da Goya tra il 1800 e il 1803 dei quali si ignora il nome della modella immortalata, seppure pare sia Pepa Tudò, all’epoca amante del politico.

L’instabilità geopolitica che colpisce la Spagna culmina con l’insediamento, imposto, sul trono iberico di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Questo evento suscita una feroce indignazione culminata in una vera e propria rivolta popolare, fautrice della Guerra d’Indipendenza conclusasi nel 1814 con il ritorno al trono di Ferdinando VII. Le brutali violenze ripercossasi sulla popolazione civile sarebbero affiorate in alcuni capolavori di Goya quali “3 maggio 1808”; Il colosso”, “Il tribunale dell’inquisizione”, “La sepoltura della sardina” e “La processione dei flagellanti” oltre che nelle 82 incisioni titolate “I disastri della guerra”.

Il feroce assolutismo di Ferdinando VII consegue la perdita dei privilegi di Goya e il suo allontanamento dalla corte. Insieme alla giovane compagna Leocadia Zorrilla, l’artista va a vivere in una casa di campagna nella periferia di Madrid, lungo la riva del fiume Manzanarre acquistata dal pittore il 27 febbraio del 1819 per la cifra di 60.000 real spagnoli.

Il luogo, battezzato dai localiQuinta del Sordo” – quinta, in spagnolo, significa proprio casa di campagna, mentre il nomignolo sordo si riferiva al proprietario precedente, Anselm Montañez, che pure egli soffriva di sordità – invece di donargli la serenità necessaria per tornare a dedicarsi ai colori sgargianti, si trasfigura in una fonte di ossessioni tanto che, in preda a una sorta di delirio, Francisco Goya dipinge a olio l’intonaco delle pareti con immagini spaventose: sono le cosiddette “Pinturas Negras”; le Pitture Nere”, di cui fanno parte  “Saturno che divora i suoi figli”, “Cane interrato nella rena”, “Due vecchi che mangiano” e “Sabba delle streghe” per un totale di quattordici scene allegoriche abitate da soggetti inquietanti resi con tinte fosche; bianchi sporchi amalgamati a neri spessi condensati come catrame, ocre fangose, rossi e gialli violenti. Inevitabile è interrogarsi sui loro significati, ragione in più che da essi emergono creature appartenenti a credenze popolari, a superstizioni  che l’artista si ostinerà a riproporre in altre opere tra cui “L’esorcismo”, “Volo di streghe” e “Sabba” al punto da suscitare il dubbio se, anziché le reminiscenze italiane di Salvador Rosa, lo spagnolo non si fosse avvicinato in qualche modo al mondo dell’occulto.

Francisco Goya – Saturno divora i suoi figli – 1821/1823 – Museo del Prado, Madrid

Ricaduto nella malattia fra il 1819 e il 1820, Francisco Goya giunge a un passo dalla morte, sfuggendovi solo grazie alle affettuose cure del dottor Arrieta, cui dedica un dipinto. Stanco e solo in parte rinsavito, chiede l’autorizzazione di recarsi all’estero con il pretesto di recarsi alla sede termale di Plombières ma, una volta ottenuto, si reca invece a Bordeaux, rifugio di un nutrito gruppo di emigrati spagnoli fuggiti per sottrarsi alla persecuzione monarchica.

Dopo una sosta di tre mesi a Parigi, dove visita il Louvre e il Salon, Francisco Goya fa nuovamente ritorno a Bordeaux, dove si ricongiunge con Leocadia presso una casa sul Cours de Tourny dove conclude la propria vita dedicandosi all’insegnamento con la piccola figlia Maria Rosario, vera e propria enfant prodige.

Colto il 2 aprile 1828 da una paralisi, Goya si spegne nella notte tra il 15 e il 16 aprile, all’età di 82 anni. Sepolto in un primo momento a Bordeaux, dopo 54 anni il console di Spagna Pereyra si imbatte nella tomba del celebre connazionale e, trovandola abbandonata, sollecita il governo spagnolo a riportarne in patria le ossa. Dopo otto anni di lentezze burocratiche, il 16 novembre del 1888 la tomba venne schiusa e le sette persone presenti assistettero ad una scena agghiacciante: allo scheletro mancava la testa. Alcuni indizi portarono a credere che la salma fosse stata inumata già decapitata su consenso di Goya, per permettere al dottor Laffargue di analizzarne il cranio e capire se l’artista era diventato veramente pazzo come si vociferava. Nel tempo sarebbero state formulate svariate ipotesi, come la trafugazione da parte di Dionisio Fierros, un pittore che nel 1849 – quindi una quarantina d’anni prima dell’apertura della tomba – aveva realizzato il dipinto “Cranio di Goya”, attualmente esposto presso il Museo di Belle Arti di Saragozza. Procedendo su questa linea, alcune fonti iberiche sostengono che alla morte di Dioniso, il cranio finì nelle mani del figlio Nicolas, un ignaro studente di medicina a Salamanca che era solito sfoggiare il cranio ai colleghi fino a sottoporlo a un esperimento di disgregazione riempiendolo con ceci inumiditi che, soggetti alla forza espansiva, provocarono l’esplosione del reperto.

Tornando al progetto di traslazione dei resti di Francisco Goya, esso si arenò fino al 1899, quando le celebrazioni per il terzo centenario della nascita di Velazquez riattivarono pure il rimpatrio di quanto restava del maestro che nel 1900 fu inumato nel cimitero sacramentale di San Isidro, a Madrid. Solo nel 1919 i resti di Francisco Goya trovarono riposo in un luogo a lui più caro e familiare: ai piedi dell’altare della cappella di San Antonio de la Florida di cui aveva affrescato la cupola; quasi a compendio di una parabola complicata, contraddittoria, dolorosa, eppure allo stesso tempo debitrice della propria indole, non più sospesa in una dimensione senza tempo, bensì riconciliata, finalmente in pace.

Francisco Goya – Volo di stregoni – 1798 – Museo del Prado, Madrid

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