James Dean, un viaggio senza ritorno

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima in quelli di James Dean vi si leggeva la morte. Basta nominarlo, James Dean, e ci si figura il suo volto appena accennato a tre quarti, gli occhi socchiusi, la sigaretta in bocca, l’espressione indefinibile, forse leggermente corrucciata, ma potrebbe essere anche incuriosita, oppure chissà, forse semplicemente si tratta di una posa impostata, mentre il vero sé stesso è lì, impaziente, eppure in attesa di un qualcuno o un qualcosa che non arriverà mai.

James Dean nasce alle 2 di mattina dll’8 febbraio del 1932 a Marion, in Indiana, da Winton Dean e Mildred Wilson. Il piccolo Jimmy trascorre il suo primo anno di vita nella vicina Fairmount finché, nel 1936, il padre intraprese la professione di odontotecnico e l’intera famiglia si trasferì a Santa Monica. Echi dalla scuola pubblica Brentwood lo ricordano come un bambino di indole timida, ma sereno e amichevole con i compagni. La sua personalità cambierà irrimediabilmente il 14 luglio del 1940, giorno in cui l’adorata madre muore a causa di un tumore alle ovaie. Questo evento di per sé traumatico verrà ingigantito dall’impossibilità di elaborare il lutto in modo appropriato per un bambino di appena otto anni. Due giorni dopo, il padre consegna a James un biglietto del treno diretto a Fairmnount, per quindi far porre la bara della madre in uno degli ultimi vagoni del Challenger. Dopo alcune fermate il controllore nota un bambino scendere ogni volta, correre in fondo al treno per poi tornare al proprio posto. Colpito dalla paradossalità della scena, si sentirà rispondere: «voglio controllare che la mamma sia ancora lì».

Le premure degli zii Ortense e Marcus Winslow non riusciranno mai a colmare il vuoto che aveva preso dimora nel cuore di Jimmy. Di certo, il fatto di crescere in una grande fattoria con mucche, cavalli, maiali, capre, gatti e cani, fa sì che Dean sviluppi un potente senso di complicità con gli animali. Quando in futuro gli chiederanno il motivo per cui ama tanto gli animali risponderà:  «perché loro non ti abbandonano».

Nonostante gli ottimi risultati scolastici è un ragazzino taciturno, incapace di integrarsi fino in fondo, che preferisce per l’appunto giocare con i suoi animali piuttosto che trascorrere tempo con gli amici. James soffre di una forte forma di miopia, per questo deve portare degli occhiali con lenti spessissime. Inoltre è magrissimo e impopolare al punto da crescere con la sensazione che «gli altri non si accorgevano che esistevo».

Alla Fairmount High School però, si avvicina a un mondo che gli permette di affrontare tutte quelle insicurezze, tutte quelle frustrazioni a cui si ritrova aggrovigliato, diventando qualcun altro: la recitazione. Nel 1947 recita nella commedia scolastica “Mooncalf Mumford”, mentre l’anno seguente, in occasione delle celebrazioni di Halloween, interpreta Frankenstein. Nel 1949, addirittura, si aggiudica il primo premio al concorso statale della National Forensi League, grazie alla sua rappresentazione del monologo “Il manoscritto di un pazzo”, dal “Circolo Pickwick“ di Charles Dickens.

Diplomatosi, si vede costretto ad abbandonare la quiete della campagna per andare a vivere a Santa Monica con il padre e la nuova moglie. Lì, frequenta la UCLA, l’Università della California, ma, sentendosi un estraneo in famiglia, decide di non gravare sull’economia familiare. Per questo impara il mestiere da proiezionista che svolge in una saletta cinematografica. Nel 1950 si cala nel suo primo e unico ruolo Shakespeariano: Malcom nella produzione universitaria “Macbeth”;  mentre a dicembre ha una parte come comparsa in una pubblicità della Pepsi, per cui riceve una paga di 30 dollari. Lasciata l’Università, nel 1951 James presenzia a una serie di corsi privati di recitazione organizzati dall’attore James Whitemore, ex allievo della “Actor Studio” di New York; che avrà tra l’altro una lunghissima carriera conclusasi nel 2001. Ad ogni modo, con Whitemore, il giovane Dean s’imbatte per la prima volta nel Metodo, una tecnica recitativa di immersione totale, lanciata da Lee Strasberg sulla base delle teorie di Stanislavskij.

Il debutto televisivo di James Dean è datato 25 marzo 1951, vestendo i panni dell’apostolo Giovanni in “Hill Number One”, episodio pasquale della serie “Dather Peyton’s TV Theatre”. Notato da alcuni addetti degli studi della CBS, dove fa il portiere, nello stesso anno James Dean ottiene tre particine nei film “Figli della gloria” di Samuel Fuller, in “Attenti ai marinai” e in “Il Capitalista”. Ovviamente sono esperienze che non lo gratificano minimamente così, una volta che viene definitivamente scartato dall’esercito, decide di trasferirsi a New York. Non che nella Grande Mela le cose migliorino: per diversi mesi soli soldi che entrano in cassa provengono infatti dal programma televisivo “Beat the Cock” dove si sottopone a cavia nelle penitenze subite dai partecipanti.

Uno spiraglio di luce si affaccia il giorno del suo ventunesimo compleanno quando trova un’agente: Jane Deacy. Ufficialmente ammesso allaActor Studio” inizia a partecipare ad alcune opere promosse dalla scuola come “La metamorfosi” di Kafka, “Il Gabbiano” di Cechov e “Aria da Capo” di Edna St Vincent Millay; dove interpreta Pierrot. Se nell’arco del 1953 compare in molte commedie televisive – The Dark Dark Hours in cui l’interprete principale è il futuro Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan – l’8 febbraio del 1954 debutta a Broadway con “L’immoralista” di Adré Gilde; con Louis Jourdan e Geraldine Page.

La svolta avviene otto giorni dopo quando si presenta per un provino di “La valle dell’Eden”, supervisionato dallo stesso Elia Kazan. Il ruolo è suo e ad inizio marzo riempie di vestiti due sacchetti di plastica e prende per la prima volta in vita sua un aereo per volare a Los Angeles, insieme a Kazan, in modo da firmare un contratto con la Warner Bros che lo avrebbe legato per otto anni.

Ricevuti 700 dollari d’anticipo, ne spende una parte per comprare la sua prima auto sportiva, una MG usata, e un’altra parte per prendere in affitto, a 250 dollari al mese, una casetta a Sherman Oaks, appartenente a Nico Romanos, maître a Villa Capri. Quel luogo, una sorta di baita di tronchi d’albero senza camere da letto ma con un grande soppalco e un caminetto di pietra, diverrà un vero e proprio rifugio per James Dean.

A maggio inizia le riprese di “La valle dell’Eden” dove la sua recitazione istintiva emerge in tutta la sua potenza espressiva. Al di là della bellezza globale del film, tratto da un romanzo di John Steinbeck, spiccano almeno due scene in cui le improvvisazioni di James Dean hanno letteralmente mostrato una nuova strada al cinema; come ad esempio la posizione fetale che assume sul treno dopo aver incontrato la madre che aveva sempre creduto morta, e quando al cospetto del rifiuto da parte del padre di un suo dono di 5000 dollari, invece di seguire il copione e fuggire, Dean istintivamente si volta verso Massey e, piangendo, lo abbraccia trasmettendo uno strazio che colpisce al cuore lo spettatore.

La Valle dell’Eden” non ottenne solo consensi unanimi da parte della critica, vinse un premio al Festival di Cannes, e su 4 Nomination conseguite agli Oscar, tra cui Miglior Sceneggiatura Non Originale, Miglior Regia e Miglior Attore a Dean, si aggiudicò l’ambita statuetta nella categoria Miglior Attrice Non Protagonista con Jo Van Fleet, nel ruolo della madre.

Il 1954 sarà anche l’anno in cui negli studios della Warner Bros James conosce l’attrice italiana Anna Maria Pierangeli. Difficile dire con certezza cosa sia realmente avvenuto tra loro, di sicuro, nonostante le quasi accertate voci sull’omosessualità di James Dean, tra i due sbocciò un sentimento molto profondo quanto fortemente ostacolato dalla madre di lei; forse perché lui aveva ricevuto un’educazione quacchera, forse perché Dean non era mai riuscito a scrollarsi di dosso quello stato di disagio, di inadeguatezza, che lo rendevano agli occhi degli altri ipersensibile ma allo stesso tempo scostante; condizioni che non rispecchiavano la figura maschile intesa nella cultura italiana. Fatto sta, che a novembre del ’54 Anna Maria Pierangeli sposò il cantante Vic Damone provocando in James un prolungato stato depressivo che riuscì a tenere sotto controllo solo grazie agli impegni di lavoro.

Il 1° marzo del 1955 Jimmy acquista una Porsche Super Speedster 1500cc bianca con cui a fine mese partecipa a una gara di regolarità a Palm Springs, per quindi presentarsi sul set di “Gioventù bruciata”, dove il regista Nicholas Ray lo lascia libero di far uscire dal proprio personaggio tutta la rabbia, tutta l’amarezza e l’angoscia esistenziale che lo attanaglia.

Giusto il tempo di prestarsi per un commercial di 30 secondi sulla sicurezza stradale, che deve unirsi alla troupe di “Il Gigante”: se il rapporto altalenante con Rock Hudson verrà compensato dalla grande simpatia e stima reciproca che nasce con Liz Taylor, gli ultimi mesi di James Dean si consumeranno nel nome di uno snervante conflitto con Geroge Stevens, regista della vecchia guarda che esigeva il ferreo rispetto delle battute riportate sul copione. Un episodio che può rendere l’idea del clima tra Jimmy e Stevens risale a un giorno in cui l’attore, assorbito dalla propria  macchina da presa Super 8 che portava sempre con sé, si presentò sul set in ritardo e l’esperto regista gli disse: «Impara a usarla bene perché saranno gli unici film che riuscirai a girare. Farò in modo che nessuno ti faccia mai più lavorare».

Se il 17 settembre viene schiacciato l’ultimo ciak di “Il Gigante”, quattro giorni dopo James Dean mette le chiavi sul cruscotto di un nuovo bolide, la Porsche 550 Spider, del costo di 6900 dollari, e battezzata Little Bastard.

La mattina del 30 settembre James Dean viene svegliato dal proprietario del suo chalet, Nico Romanos, alle 7.20, non essendo abituato a fare colazione bevve un semplice caffè, diede in consegna a un’amica, Jeanette Mille, «il suo miglior amico» ossia un gatto siamese di nome Marcus che gli era stato regalato da Liz Taylor, e alle 10 di mattina si presentò al parcheggio della Competition Motors per accordarsi con il suo meccanico, Rolf Wütherich, su come organizzarsi riguardo al viaggio che avrebbero compiuto in giornata, verso Salinas, dove nel week-end avrebbero partecipato ad una gara di regolarità.

In un primo momento Dean aveva intenzione di posizionare la sua Porsche dietro alla station wagon Ford Country Squire con a bordo Bill Hickman e il fotografo Sanford H. Roth, assunto dalla Warner per realizzare un servizio sulle gare a cui partecipava l’attore, destinato al mensile “Colliers”. All’ultimo minuto Dean decise di guidare la Spyder per familiarizzare di più con l’auto. Durante il viaggio verso Salinas fecero diverse soste, una delle quali dovute a una multa per eccesso di velocità. Successivamente Dean si fermò a Blackwells Corner, per fare un pieno di  benzina e mangiare una mela. Lì, incrociò per caso l’amico Lance Reventlow, figlio dell’ereditiera Barbara Hutton e pure lui diretto a Salinas per gareggiare. Si diedero tutti appunto a Paso Robles.

Lasciatosi alle spalle le Lost Hills, all’incrocio con la Highway 41, James Dean si accorse che la strada non era sgombra: una Ford Custom Deluxe Club, coupé bianca e nera, guidata da Donald Gene Turnspeed, uno studente di 23 anni, stava girando a sinistra con estrema lentezza. Wütherich urlò a James Dean di rallentare, ma lui non fece in tempo a frenare. L’urto fu spaventoso, basti pensare che la Fordesava 1890 chili rispetto agli 800 della Porsche che, si accartocciò.

Quando dieci minuti arrivarono Hickman e Sanford videro Turnpseed, in piedi sulle proprie gambe che sanguinava giusto un po’ dal naso, mentre Wutherich giaceva dolorante sul ciglio della strada: aveva la mandibola rotta e alcune fratture ma l’assenza delle cinture di sicurezza ed il conseguente sbalzo al di fuori dell’abitacolo, gli aveva salvato la vita. James Dean era invece immobile, al posto di guida: aveva il volante incastrato nella gabbia toracica e il collo inclinato all’indietro; pare fosse semi-decapitato e gli infermieri dell’ambulanza faticarono ad estrarlo da ciò che restava della vettura.

Sanford Roth fece degli scatti ma giurò che non sarebbero mai stati pubblicati. Mantenne la parola, e alla sua morte altrettanto fece la moglie. Ora i negativi sono nella cassaforte di Seita Ohnishi, un miliardario giapponese che ha fatto costruire un monumento a James Dean e ha acquistato l’archivio di Roth. Ad ogni modo, James Dean venne dichiarato morto alle 17:59 del 30 settembre 1955 in località Cholame. Scaricato al War Memorial Hospital di Paso Robles, alle ore 20 era già stato sistemato nella camera mortuaria in quanto, seppure il poliziotto della stradale che stese il rapporto fece richiesta di un controllo del tasso alcolico, fu impossibile, nel cadavere dell’attore non era rimasto sangue a sufficienza. Il funerale venne celebrato nel pomeriggio dell’8 ottobre nella Black Creek Friends Church di Fairmount, per poi essere seppellito accanto alla madre.

 

Il vuoto che lasciò la sua morte fu diametralmente proporzionale all’alone di leggenda che avvolse il suo nome. Nuovamente candidato agli Oscar come miglior attore per il ruolo di Jett Rink in “Il Gigante”, James Dean divenne ancora più ribelle ed immortale di quanto fosse o avesse dimostrato di poter essere in vita.

Imbalsamato a simbolo, ben presto tutti dimenticarono, o finsero di farlo, chi fosse realmente James Dean. Prima di tutto un ragazzo molto più maturo e lungimirante di quanto suggerisse la sua età in quanto nel gennaio del ’55 aveva stipulato un’assicurazione sulla vita di 85,000 dollari che aveva come beneficiari gli zii che lo avevano cresciuto, di 10,000 dollari per la scuola del cuginetto e di 5,000 per i nonni materni ancora in vita. In secondo luogo se si esclude una sana passione per le auto, amici stretti sostennero fino allo sfinimento che in realtà James al volante fosse estremamente prudente. Non ultimo, James era sì sofisticato e mai banale, ma di sovversivo pare avesse ben poco.

Gelosissimo della sua vita privata, odiava i party, era soggetto a depressioni periodiche, soffriva di insonnia e il suo sonno era spesso in balia di incubi atroci. A Sally Winters raccontò di aver sognato di essere morto e di aver visto il proprio cadavere steso dentro a una cassa troppo piccola per contenerlo in quanto sembrava quella di un bambino. Il becchino lo aveva truccato con un mascherone macabro e intorno a lui c’erano persone che non conosceva e sembravano tutti annoiati.

Di appurato c’è semmai una fascinazione ossessiva verso la morte. Un mese prima di perdere la vita era tornato qualche giorno a Fairmont insieme al fotografo Dennis Stock, incaricato dalla rivista “Life” di scattare immagini di Dean nell’ambiente in cui era cresciuto. Dopo una serie di immagini catturate nella fattoria degli zii, James insistette per andare al servizio locale di pompe funebri e di farsi fotografare dentro a una bara. Stock era riluttante e anche il proprietario della Hunt Funeral Home si disse contrario. L’ebbe vinta James Dean e caso volle che fu proprio in una di quelle bare che sarebbe stato sepolto. In un’altra occasione, davanti agli occhi di Sanford Roth fece un nodo a un lazo e gli chiese di immortalarlo mentre inscenava la sua impiccagione. Nonostante l’amore assoluto che nutriva per gli animali era poi affascinato dalla liturgia sanguinaria a cui appartiene il mondo delle corride. Non ultimo, quando andarono nel suo chalet per recuperare le sue cose, sul comodino trovarono il romanzo: “Morte nel pomeriggio” di Ernest Hemingway tra le cui pagine trovarono una stampa della poesia “Alle cinque della sera”, di Gabriel Garcia Lorca, usata come segnalibro.

La morte di James Dean, così improvvisa e violenta, ha ingigantito ilparadigma” che era stato costruito intorno alla sua figura mentre era in vita. La sua esistenza, la sua essenza, ha giocato, marciato, su e nel nome della contraddizione: come su set riusciva a esprimere contemporaneamente sul proprio volto la gioia, la speranza, la delusione, la sofferenza; così, nella vita di tutti i giorni, Jimmy era un enigma, un ragazzo palesemente in bilico tra adolescenza ed età adulta dove scontrosità e candore erano lo specchio di una timidezza interiore inesprimibile e proprio per questo esasperatamente sincera, priva di sotterfugi.

Scavò dentro di sé James Dean, cercò sé stesso, trovandosi, perdendosi, in ogni caso immergendosi in profondità tali da non riuscire, da non potere, più risalire. James Dean era quello che era e probabilmente non gli è mai importato niente di essere qualcosa di diverso. Non è da escludere che la morte prematura lo abbia consacrato a mito che, al contrario, non sarebbe divenuto nel tempo perché semplicemente disgustato da quell’immagine. Perché James Dean era rimasto più indietro, molto più indietro rispetto a quel 30 settembre del 1955. Era rimasto a una fermata del treno che lo condusse da Los Angeles a Fairmount quando, bambino, scendeva per assicurarsi che la bara della madre fosse ancora lì. Quindici anni dopo sarebbe stato lui a ripercorrere lo stesso tragitto dentro a uno degli ultimi vagoni. È bello pensare che a una fermata qualunque, le sue spoglie si siano ricongiunte a quel bambino,  il volto a tratti attraversato da una smorfia, il mento imbronciato che, come d’incanto lascia spazio a un sorriso inatteso; per liberarlo da quel tragitto a cui era rimasto incastro.

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