La verità, vi prego, su Roger Federer

Alcuni dicono che fa girare il mondo

e altri che è solo un’assurdità…

Ditemi la verità, vi prego, sull’amore

Wystan Hugh Auden

Parafrasando il poeta britannico, viene da domandarselo. La verità, vi prego, su Roger Federer. Lo abbiamo definito in tutti i modi: il re, la leggenda, il divino. Incantati dalla sua classe, rapiti dalla disarmante facilità del gesto, stregati da quel complesso di inimitabile eleganza stilistica che abbiamo grossolanamente ridotto al termine talento, perché ogni suo impatto, così pieno, così corposo, è un colpo al cuore, perché la liricità di alcune soluzioni è un’alternanza sfuggente tra impeto e tenerezza, mentre ogni sua impresa è l’eco di un’iperbole senza fine.

Sembra ieri quando saltò fuori, quando salvò il tennis, forse, ma prima ancora salvò tutti noi, quando posò un velo sul nostro edonismo, quando appagò il nostro narcisismo, indicandoci un punto indefinito, lassù, impossibile da scorgere, ma nella cui evanescenza era palpabile una necessità, un bisogno, e noi, come tanti piccoli Caligola ci rendemmo conto che questo mondo, così com’era fatto non era sopportabile, che avevamo bisogno della luna, della felicità, dell’immortalità, o forse no, avevamo  semplicemente bisogno di Roger Federer.

Perché Roger Federer ci ha pacificati con ciò che ci circonda, ci ha riconciliati con noi stessi, ha soffiato ossigeno nei polmoni della nostra fantasia. Vediamo Roger e torniamo fanciulli. È lui la favola della buonanotte che avremmo voluto ascoltare tutte le sere. Anche per questo avremmo bisogno della verità. Per rielaborare tutto quanto abbiamo scritto, letto, detto o anche solo pensato. Affinché quel groviglio di parole non assuma sembianze inverosimili, superflue, apocrife.

Qual’é la verità, Roger? Perché ti amiamo tanto?  E chi non crede in te è forse un masochista che disprezza sé stesso? Che nega il desiderio del proprio sé migliore? La verità, vi prego, su Roger Federer. Perché a catturarci non sono state le vittorie. Nemmeno i record. A conquistarci è stata forse l’innaturale capacità di amalgamare la bellezza al sublime? Assimilata l’analisi Kantiana su cosa sia la bellezza e cosa il sublime, abbiamo accettato il fatto che bello è ciò che appare equilibrato e armonico, mentre sublime è ciò che è eccessivo e supera la misura umana; bello è il giorno, sublime la notte; la bellezza suscita un sentimento di semplice piacere, il sublime provoca un’emozione intensa; mentre Roger Federer, non è forse tutto ciò? Non è forse il compendio, la sproporzione tra l’immensità della natura e la piccolezza dell’essere umano?

Sono i conflitti, nella loro duplicità, ad appassionare i mortali, a soggiornarne i pensieri; e il nucleo pulsante di Roger Federer custodisce a sua volta una doppiezza: un lato poetico che si chiama Grazia e uno concreto che risponde al nome di Natura. Esse si sono sfiorate, si sono riconosciute, si sono fuse; ed ora si alternano, per quindi irradiarsi e generare una scintilla di felicità nell’osservatore, trasfigurando l’uomo Federer in un astro, seppur destinato, un giorno a spegnersi.

Perché Roger Federer in definitiva è ovviamente questo: semplicemente un uomo in carne ed ossa, un cuore pulsante di emozioni, un’anima che sa piangere di fronte al mondo intero, senza vergogna. Se invece della sua assolutezza, a prendere dimora nel nostro cuore fosse stato proprio questo? Un’umanità incondizionata, fatta di talento certo, ma soprattutto di sacrifici, di una integrità dispotica, di una coscienza limpida, irreprensibile.

Roger Federer ci ha presi per mano in silenzio, educatamente. Avrebbe potuto prometterci prodigi infiniti, mostrarci il suo regno con orgoglio, inventando storie su di lui. Tenendoci a distanza. Invece Roger Federer ci ha ospitati nel suo impero senza confini e le fiabe, i termini pomposi, li abbiamo inventati noi. Perché in fondo, chissà, dovrà pur esserci un frammento di Roger Federer in ogni essere umano.

E fu così che troppo presi a osannarlo, a invocarlo, a desiderarlo, non ci siamo accorti di averlo preso in ostaggio, di essere diventati deliranti, di aver perso il senso del tempo, dell’adeguatezza, di volergli negare a tutti i costi la fine. E nel timore di perderlo, abbiamo perso noi stessi.

Arriverà come il cambiamento improvviso del tempo? 

Sarà cortese o spiccio il suo saluto?

Darà una svolta a tutta la nostra vita? 

La verità, vi prego, su Roger Federer.

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