La principessa Rooney Mara

Raffinata, elegante, riservata, umilissima, dotata di un’intelligenza acuta, di una sensibilità talmente apolitica e avulsa da qualsiasi diktat da renderla un personaggio, seppure lei reclamerebbe il diritto di essere associata al termine persona, spiazzante, impossibile da catalogare, quasi scomoda, per lo scaltrissimo pianeta hollywoodiano. Nonostante le due nomination agli Oscar, un premio vinto a Cannes e un ventaglio di ruoli che la presenta come un’attrice non solo versatile, ma pure richiesta da diversi maestri della regia nonché una vera e propria garanzia al box office; lei non è indietreggiata di un passo, ha continuato a credere in progetti low cost, ha evitato di sposare cause che non partissero dalla sua Fondazione no profit e, sopratutto, non si è lasciata ingabbiare in quello star system che invano l’ha corteggiata ma che, vistosi rifiutato, non ha comunque trovato appigli validi per sminuirla e questo perché basta guardarla, Rooney Mara è cinema.

Patricia Rooney Mara è nata il 17 aprile del 1985 a Bedford, una città nella contea di Westchester a circa 40 miglia a nord di New York City. Bisnipote, per quanto riguarda il ceppo paterno, di Tim Mara, storico fondatore dei New York Giants, è allo stesso tempo bisnipote dal versante materno di Art Rooney, fondatore dei Pittsburgh Steelers. Se il papà, Timothy Christopher Mara, ha continuato a lavorare nell’attività di famiglia diventando vice presidente per la campagna acquisti dei Giants; la madre Kathleen Rooney, è un’agente immobiliare part-time, grande appassionata di cinema e teatro.

Terza di quattro figli – se il fratello maggiore e l’altro minore si sono avvicinati al football americano – appoggiate dalla madre, sin da bambine Rooney e Kate – la sorella più adulta di due anni – sono state rapite dal canto delle sirene proveniente dalle pellicole di Gena Rowlands, Anne Bancroft, Liz Taylor e Vivien Leigh.

Contrariamente a Kate – che si è iscritta a corsi di recitazione sin dai 12 anni e diverrà famosa per i film “Shooter”, “14 anni vergine”, “The Open Road” e  “The Martian” oltre per la presenza in serie TV come “American Horror Story” e “House of Cards” – Rooney ha optato per tutt’altro iter educativo e, diplomatasi alla “Fox Lane High School”, nel 2003 si è imbarcata in una missione di quattro mesi indetta dalla “Traveling School” che prevedeva esperienze formative in Ecuador, Perù e Bolivia. Tornata all’ovile si è iscritta prima alla “George Washington University” poi alla “Gallatin School of Individualized Study” della New York University, dove ha studiato psicologia e politica sociale internazionale, laureandosi nel 2010.

Rooney Mara ha preso con molta leggerezza il suo primo rodaggio recitativo, avvenuto in ambito scolastico in occasione del saggio di fine anno che prevedeva la messa in scena della tragedia “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare. Filtrata attraverso una rigidissima audizione si aggiudicò il ruolo della protagonista femminile, ma nemmeno una standing ovation a fine spettacolo la convinse a dedicarsi al cinema. Mentre si trovava alla New York University venne quindi contattata per recitare in alcuni cortometraggi che, in modo del tutto involontario, la proiettarono in un circuito di Festival indipendenti dove venne notata dalla regista Mary Lambert – famosa per aver firmato i principali videoclip di Madonna e l’horror “Cimitero Vivente” tratto dal romanzo di Stephen King – la quale nel 2005 le affida una piccola parte in “Urban Legend 3”.

Per rendere meno alienante questo relativamente tardivo avvicinamento al mondo della celluloide, Rooney Mara decise così di frequentare la New York Academy limitando al minimo le apparizioni in contesti cinematografici e televisivi; basti pensare che tra il 2006 e il 2008 ha preso parte giusto a un episodio di Law & Order”, “Women’s Murder Club”, “E.R Medici in prima linea” e “The Cleaner”; per poi recitare in pellicole di secondo piano tra cui “Dream Boy”, “Youth in Revolt” e “Tanner Hall” al suo primo ruolo da protagonista a fianco del futuro Premio Oscar Brie Larson.

Il primo film ad ampia diffusione in cui riesce a entrare nel cast è “The Social Network”, diretto da David Fincher e incentrato sui fondatori di Facebook, responsabili di aver dato alla parola “amico” un altro significato, più allargato e lieve, per quindi ridursi e ridurre milioni di persone alla dipendenza di un non luogo denso di solitudine.

L’occasione per compiere il grande salto, Rooney Mara la assapora quando ottiene la parte di Lisbeth Salander nel riadattamento del romanzo di Stieg Larsson “Millennium – Uomini che odiano le donne”. A dirigerla è per la seconda volta David Fincher: le impone un taglio di capelli a dir poco estremo e diversi piercing: quattro fori in ciascun lobo dell’orecchio, uno in un sopracciglio, uno in una narice, uno nel labbro e in entrambi i capezzoli. Non abituata ad entrare in personaggi tanto complessi Rooney prese lezioni di informatica, lavorò sull’accento, si iscrisse a un corso di kick-boxing e per un mese si allenò per due ore al giorno con la moto. Le riprese, avvenute in Svezia in pieno inverno misero inoltre a dura prova il suo fisico, decisamente gracile e malaticcio in quanto, per sua stessa ammissione: «Ho trascorso la mia adolescenza imbottita di antibiotici e la cosa che ne ho ricavato è un sistema immunitario debolissimo. Soffro il freddo e non sono una di molto appetito quindi non fu semplice adattarmi al clima svedese e allo stress di essere per la prima volta protagonista di un film che custodiva grandi aspettative».

L’estrema trasformazione compiuta da Rooney Mara per vestire i panni di Lisbeth Salander in “Millennium – Uomini che odiano le donne”.

Uscito nel dicembre del 2011, “Millennium – Uomini che odiano le donne”,  ha avuto un buon successo incassando 232 milioni di dollari in tutto il mondo e la straordinaria interpretazione le ha garantito una Nomination agli Oscar comeMiglior Attrice Protagonista”; privilegio al contrario non concesso alla stella maschile Daniel Craig.

Restia nel concedere interviste, il solo modo per far parlar di sé Rooney Mara è chiederle dei personaggi che porta sullo schermo: «Millennium è stata un’esperienza che mi ha prosciugato sotto tutti i punti di vista. Io sono distante anni luce da Lisbeth Salander. Sono timida e ho sempre paura di non essere sufficientemente gentile con le persone. Lei è aggressiva e non ha riguardi per nessuno. Ha un’amante donna però è attratta anche dagli uomini. Insomma, ha una vita incasinata che proprio non mi appartiene e fatico a concepire. Non parliamo del rapporto con i computer, lei è un hacker mentre io so a malapena leggere le e-mail. Non sono iscritta a nessun social network, per esempio, perché poi le persone si aspettano che condividi qualcosa di te e io faccio fatica. Sui social sembrano tutti così sicuri di sé, io invece mi sentirei ancora più inadeguata». 

Non a caso, dunque, dopo il capitolo Millennium, se si esclude l’horror “Nightmare” diretto da Samuel Bayer – pure egli, come la Lambert, specializzato in videoclip – per quasi due anni Rooney Mara si è allontanata dal cinema in modo da riprendere in mano un progetto ideato durante il percorso di studi e dar vita alla “Faces of Kibera, una fondazione benefica creata a favore degli orfani dei bassifondi di Kibera a Nairobi in Kenya; poi evoluto nella “Uweza Foundation”.

Tornata davanti alla macchina da presa, a fine 2013 è al cinema con tre film: nel low budget “Senza santi in paradiso” insieme a Casey Affleck e nelle opere di due registi di grido quali Spike Jonze, che la dirige in “Lei” che vede nel cast pure Joaquin Phoenix e Amy Adams, e Steven Soderbergh che inEffetti collaterali” la cala nell’enigmatico ruolo di Emily Taylor, giovane sposa che per combattere una forte forma depressiva si affida a una serie di farmaci di cui le procura stati di sonnambulismo finché, durante uno di essi, accoltella a morte il marito.

La pellicola di Soderbergh – in cui recitano pure Catherine Zeta Jones e Jude Law – appare al principio come una denuncia nei confronti delle multinazionali farmaceutiche che fanno capo a lobby potentissime e concentrare solo sui guadagni se pure venissero segnalati pesanti effetti collaterali, ma l’evolversi della trama conduce alla scoperta di una verità ancora più inquietante. Rooney Mara descrive il suo personaggio come «Una ragazza che cercava qualcuno che fosse in grado di occuparsi di lei e il matrimonio le è sembrata la scelta da fare, quella giusta per i suoi bisogni». Se poi le viene chiesta un’opinone sul matrimonio e la famiglia, la sua risposta potrebbe deludere, o entusiasmare: «Io vengo da una famiglia cattolica, mezza irlandese e mezza italiana, ma sin da ragazzina ho messo le cose in chiaro: sposarmi e fare figli non è mai stato il sogno della mia vita. Tra l’altro al giorno d’oggi ci sono diversi tipi di famiglie e io cerco una relazione soddisfacente, non una scatolina perfetta costruita su misura per ricevere consensi da amici o parenti». A livello superficiale sembrerebbero parole uscite dalle labbra di una fervida femminista, ma Rooney Mara tutto è tranne che banale: «Non mi considero una femminista. Io sono una umanista. E penso he a livello umano noi donne siamo creature vessate sin dall’infanzia. Esistono donne terribili, certo, ma in proporzione ai pessimi uomini rappresentano una percentuale che non fa statistica. Il problema primario delle donne è ritenersi un satellite dell’universo maschile; e questo avviene è un processo che parte da lontano. Non intendo convincere nessuno che la mia posizione sia quella giusta e non mi interessa scendere in piazza a manifestare, o cose di questo tipo, dico solo che io non sono così e che una donna è facile abbia il mio sostegno, la mia comprensione».

Rooney Mara e Cate Blanchett in una scena di “Carol”.

Dopo aver lavorato con un altro regista di valore come Stephen Daldry in “Trash” nel 2015 si divide tra la rivisitazione del classico Peter Pan in “Pan – L’isola che non c’é” e una delle opere più interessanti di questi anni: “Carol”. Basato su uno dei romanzi più celebri di Patricia Highsmith, Rooney Mara è Therese Belivet, una diciannovenne commessa temporanea e aspirante fotografa che si innamora della splendida Carol Aird, interpretata da Cate Blanchett, un’affascinante quarantenne sposata con un giglio, la quale però vive una vita che non è la sua.

Presentato al Festival di Cannes una Rooney Mara capace di rievocare l’alone di magia che circondava la figura di Audrey Hepburn, vinse nella categoria “Prix d’interprétation féminine” eppure; a fronte di sei nomination agli Oscar, cinque ai Golden Globe e addirittura nove ai BAFTA – con entrambe le attrici sempre candidate – “Carol” non è riuscito ad afferrare una sola statuetta in nessun contesto.

Probabilmentecastrato in quanto il film si distacca da qualsiasi battaglia pro-causa omosessuale mostrando semplicemente una vicenda che coinvolge due esseri umani che si completano a vicenda in una società incompleta”. Le parole di Rooney Mara possono chiarire tanti aspetti inerenti alla sua interpretazione: «Penso che “Carol” sia il film della mia vita e che difficilmente riuscirò a lavorare in un progetto tanto profondo ma al tempo stesso delicato. In molti mi chiedono se ho provato imbarazzo nelle scene d’amore. Rispondo sempre: io sono stata terrorizzata per tutto il mese di riprese. Non è semplice da spiegare… La prima volta che ho visto Cate Blanchett è stato al cinema quando insieme a mia madre andammo a vedere “Elizabeth” e ricordo che pensai: “Dio mio, ma da dove viene questa donna?”. Mi era capitato di vederla una volta, ma lei non sapeva nemmeno chi fossi. Inizialmente la paura era legata al fatto che avrei lavorato con qualcuno che fa il mio stesso lavoro, ma lo fa terribilmente meglio. Poi ho avuto paura che succedesse qualcosa di deludente, perché le persone che idealizzi non sono mai come pensi che siano. Ma Cate Blanchett è una persona incredibile, spontanea, gentilissima. È stato facile innamorarsi di lei».

Nel 2016 partecipa all’avventura di “Lion – La strada verso casa”; interpreta una ragazza in cerca di risposte dal suo passato in “Una” e divide con Vanessa Redgrave il ruolo di Roseanne McNulty, una donna confinata da oltre cinquant’anni in un ospedale psichiatrico in Irlanda nell’attualmente ultima opera di Jim Sheridan.

La scelta di copioni sofisticati è proseguita con “A Ghost Story”; dove si ritrova è sul set con Casey Affleck – il quale si nasconde sotto a un lenzuolo bianco perché ormai morto, ma risoluto nel voler restare nella casa che condivideva con la compagna – per l’appunto Rooney.

Ammessa alla corte di Terrence Malick in “Song to Song”, con Michael Fassbender, Ryan Gosling, Natalie Portman e “l’amata” Cate Blanchett; datato 2017 è anche “La scoperta”, opera toccate che si interroga sulla fragile complessità della mente umana nel momento in cui venisse accertata a livello scientifico l’esistenza dell’aldilà. «Cosa c’è da dire riguardo a un film che propone un mondo pieno di suicidi nel momento in cui viene provata l’esistenza della vita dopo la morte? Semplicemente che questo è un mondo triste, in cui i vivi non riescono a comunicare tra loro, e sono pieni di sensi di colpa verso i loro morti; per questo cercano di raggiungerli il primo possibile. Penso che “La scoperta” offra uno spunto per riflettere su sé stessi, è come una possibilità che viene concessa a tutti i vivi, finché siamo in tempo».

L’eterea bellezza di Rooney Mara in occasione della cerimonia degli Oscar nel 2015

È invece prevista per il marzo 2018 l’uscita di “Maria Maddalena” un dramma incentrato sulla seguace del Cristo, interpretata da Rooney, che sfidò la società e la propria famiglia per seguire il carismatico Gesù, che ha il volto di Joaquin Phoenix; con cui ha rafforzato il sodalizio in “Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot”, film distribuito da Amazon Studios con Gus Van Sant alla sua 18esima regia. In pre-produzione è invece “A House in the Sky”, film basato sul memoriale omonimo e che vede Rooney Mara calarsi nel sconvolgente vissuto di Amanda Lindhout, la cui profonda passione per l’esplorazione dei luoghi più remoti e pericolosi del mondo, prese una svolta inaspettata quando nel 2008 venne rapita a Mogadiscio, in Somalia da un gruppo terrorista ribelle.

Una di quei ruoli che potrebbe consegnarle l’ennesimo ticket per afferrare un Oscar sfuggitole di un soffio già in due occasioni. Seppure per Rooney Mara i premi… «Non sono una questione così importante. Voglio dire, a casa dei miei genitori si parla spesso di sport e lì, in quel campo, posso capire che vincere o perdere faccia una certa differenza. Ma nel mio caso? Nel 2012 ero in competizione con Viola Davis, Michelle Williams, Meryl Streep e Glenn Close; come potevo pensare di poter vincere l’Oscar? L’anno di “Carol” ammetto di aver preso in considerazione la possibilità. Era la categoria non protagonista, ma pensavo comunque che la statuetta sarebbe andata a Kate Winslet o a Rachel McAdams, al limite a Jennifer Jason Leigh; alla fine ha vinto Alicia Vikander e sono stata felice per lei». Nemmeno il cinema l’ha in ostaggio: «Ho sempre preso seriamente il mio lavoro di attrice ma non amo la recitazione tanto quanto mia sorella. Io, nel 2010, sono stata ad un passo dal mollare tutto perché mi rendevo conto che i ruoli in cui entravo per poi uscire non mi lasciavano nulla. Poi le cose sono cambiate, ma sono sufficientemente realista da sapere che tutti questi apprezzamenti possono finire da un giorno all’altro. Di sicuro accadrà, prima o poi. E allora, me ne tornerò semplicemente a casa».

Sembra essere riemersa da un’epoca passata. Eterea, silenziosa, introversa, profondissima nei ragionamenti; ma il sottile disagio che potrebbe essere percepito in ogni suo gesto, in ogni suo sguardo, è semmai l’estensione di un’indole attenta, inconsapevolmente incline a suggestionare l’atmosfera che la circonda, rendendola più luminosa, più nitida; eppure allo stesso tempo, la classe in Rooney Mara è in primo luogo sintomo di una semplicità quasi ossessiva, di un’intelligenza priva di ostentazione, di un particolare sense of humour che la rende una creatura celestiale, incontaminata, una principessa che non ha bisogno di alcun regno, perché la sua nobiltà dimora nell’anima.

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