Quanto conta il Dottor Frankenstein?

Nel tennis i coach sono importantissimi, fondamentali, nel bene quanto nel male; eppure, a volte, non servono a niente, non sono in grado né di migliorare, né di peggiorare la situazione. Dove iniziano e dove finiscono i meriti di un coach? Le sue responsabilità? In cosa consistono il suo fallimento? Questa sorta di ”Dottor Frankenstein”, principale luminare di un team composto da altre figure professionali – dal preparatore atletico al fisioterapista, dal palleggiatore al mental coach al nutrizionista – quanto influisce nei trionfi o nelle cadute di un giocatore o di una giocatrice di tennis? È il coach a dover entrare nell’universo del suo assistito affinché si stabilisca il prima possibile un rapporto di complicità? Oppure è il giocatore a doversi adattare ai ritmi della nuova guida? I piccoli compromessi sono consentiti, oppure l’arte della mediazione non può essere contemplata?

Sono ormai trent’anni che il termine “allenamento personalizzato” ha fatto il suo ingresso nei contesti agonistici per quindi evolvere sotto le più svariate forme e sfumature. Inizialmente pareva fosse una “questione di correnti”, i moschettieri, l’ondata svedese, il sempre prolifico serbatoio statunitense e ceco, le invincibili armate provenienti dalla Spagna e dalla Russia, alcune accoppiate tedesche prima ed elvetiche poi; quasi ad indicare che si potesse avvertire la mano della scuola, di un’impostazione, di un metodo attuabile a livello globale e matematicamente vincente. Nel tempo, diverse competenze si sono affacciate con innovative proposte di abilità “visuo motoria” e la psicologia spiccia applicata allo sport sarebbe a mano, a mano maturata fino a divenire una sorte di scienza in cui era possibile mescolare sacro e profano. In parallelo, è noto come lo sviluppo dei programmi legati alla preparazione atletica, l’avvento di test in grado di stabilire senza possibilità di errore le capacità muscolari, dalla resistenza alla velocità e le soglie a esse connesse, il costante confronto con equipe mediche o fisioterapiche, ha permesso la costruzione di “atleti a tavolino”.

Ma per quanto riguarda il tennis in sé, questa serie infinita di processi all’avanguardia, ha categoricamente reso i giocatori e le giocatrici di tennis, “migliori“? Se si esclude la maggior longevità, quindi, al di là del contenitore in sé, meno degradabile, il contenuto ne ha guadagnato in sostanza, in spessore, in magia? E in primo luogo, perché, nonostante tutta la moltitudine di nuovi esperti, spesso quando si glorifica un giocatore si fa un plauso al coach così come quando qualcosa gira storto gli si punta il dico contro?

epa05714119 Roger Federer of Switzerland (C) with coaches Ivan Ljubicic (R) and Severin Luethi as he warms up during a practice session ahead of the Australian Open tennis tournament in Melbourne, Victoria, Australia, 13 January 2017. The Australian Open starts on 16 January. EPA/TRACEY NEARMY AUSTRALIA AND NEW ZEALAND OUT
Dostawca: PAP/EPA.

Il coach è il perno su cui ruota la giostra: deve “stabilire un contatto”, deve isolare, esaltare i pregi del soggetto, così come in parallelo deve tentare di rendere più nascosti possibile i punti deboli, in attesa di correggerli. Il coach deve sviscerare i margini di miglioramento, deve intuire ciò, che in quella precisa persona, può fare la differenza. Non di rado deve impostare il lavoro su quella precisa “differenza” che caratterizza il soggetto. Deve rendere quelladifferenzamicidiale; sia essa il servizio, il diritto o il rovescio. Il coach deve formare la suacreatura“, deve suggerirle la strada. Il coach, soprattutto, deve far sentire speciale la suacreatura”.

Alla fine della fiera, però, in campo entra la creatura“, in alcuni casi divina, in altri ape operaia; onesto artigiano quando va bene, muratore in pantaloncini o in gonnella nei casi in cui la semina del talento è stata meno benevola. Eppure anche colui che è stato baciato dagli dei va impastato, modellato. Perché non basta la scintilla; e il talento, si sa, può diventare un’arma suicida. Ma al di là di tutto ciò, va ripetuto, il passo cinico, crudele è proprio questo: in campo, nei tornei, entra la “creatura”. E a partire dall’attimo in cui accade, il coach non serve più a niente. In campo femminili, in alcuni tornei, è possibile richiedere il coaching, certo. Ma nel momento in cui riprende il gioco, c’è la “creatura” in campo. Ed è unacreatura sola“, abbandonata a sé stessa. In balia del suo talento, dei suoi limiti, delle sue paure, della sua fiducia, o della mancanza di fiducia.

“Fiducia” è forse la parola chiave? I limiti tecnico-tatttici sono barriere destinate a diventare insormontabili nel momento in cui cresce la posta in gioco oppure è proprio quest’ultima il tarlo che logora la mente a alcuni interpreti incapaci di sbocciare fino in fondo? Restando in tempi tutto sommato recenti, a Elena Dementieva, a David Nalbandian, a Dinara Safina, a Marcelo Rios, è forse mancata quel pizzico di fiducia in più che gli avrebbe impedito di scomporsi durante alcuni momenti hot destinati a gravare sul loro palmares? Cosa impedisce a Jelena Jankovic, a Tomas Berdych, a Simona Halep, a David Goffin di sferrare il colpo del knock out nelle grande occasioni? Troppa emotività? Un pizzico di supponenza? L’essersi spesso affidati a coach che non erano provvisti del “polso” sufficiente per tener loro testa? Quanti artisti della racchetta non hanno sfruttato o non sfruttano al massimo il loro potenziale? Nei loro successi e nelle sue debacle quanto c’é da imputare al coach? Tanto? Poco? Niente?

Senza dubbio un uomo che è stato capace di convincere la propria assistita di dover entrare in campo senza ritenersi mai battuta fino all’ultimo 15 è stato Pablo Lozano, coach di Sara Errani. Un rapporto professionale decisamente appagante può essere considerato anche quelli tra Roger Federer e Severin Luthi, la cui entrata in pianta stabile, avvenuta nel 2008, avrebbe nel tempo accolto una serie di doppie collaborazioni proficue: da José Higueras a Paul Annacone, da Stefan Edberg a Ivan Ljubicic. Sulla stessa linea ha marciato il tandem Novak DjokovicMarian Vajda; efficientissimi nell’individuare in Boris Becker l’uomo in più capace di apportare piccoli accorgimenti in dettagli risultati con il senno di poi cruciali finché, casualità o no, rotto il giocattolo si è spezzato anche il serbo. C’é poi Andy Murray, che produce il salto di qualità non appena al suo angolo si siede Ivan Lendl. E che dire della metamorfosi di Stan Wawrinka avvenuta nel momento in cui Magnus Norman si è seduto al suo angolo? Tra le mille e più discontinuità del talento di Losanna, in quanti, nel 2014 avrebbero creduto che ventinovenne sarebbe entrato nel club dei campioni slam per ben due volte? ”Director di peso li ha sempre avuti Maria Sharapova che, nell’epoca pre-meldonium, a partire da Michael Joyce, passando per Thomas Hogstedt e arrivando a Sven Groeneveld ha sempre potuto contare su un angolo di duri. Altrettanto efficace si è dimostrato l’accordo tra Serena Williams e Patrick Mouratoglou; con tanto di papà Richard sullo sfondo a dispensare approvazioni o pollici capovolti in base ai risultati della figlia.

Coach di svariate tenniste sono o sono stati i genitori. Dalle sorelle Williams a Elena Dementieva, da Martina Hingis a Maria Sharapova, da Jelena Dokic a Marion Bartoli, da Caroline Wozniacki a Camila Giorgi, per arrivare a Elena Vesnina, Kristina Mladenovic, Anastasia Pavlyuchenkova, Jelena Ostapenko e Carolina Garcia. In alcuni casi, nel tempo, i papà o le mamme coinvolti/e si sono messi/e da parte; in altri continuano a dettar legge. A livello maschile il fenomeno è meno diffuso ma, sarà per via del complesso di Edipo, le collaborazioni tra Bernard Tomic e Ryan Harrison e i rispettivi papà hanno prodotto esiti disastrosi. Con diffidenza sono stati spesso scrutati anche papà Walter e papà Piotr, coach rispettivamente di Marion Bartoli e Caroline Wozniacki. Ma senza questi due uomini, ragione in più se si considera il can can mediatico che spesso si è abbattuto contro la francese e la danese, Marion e Caroline sarebbero sopravvissute nel circuito? Siamo così certi che sarebbero diventate più forti di quanto sono o sono state? Ancora più eclatante è la simbiosi creatasi tra Rafael Nadal e lo zio Toni. Il marocchino è stato plasmato dallo zio sin dalla fanciullezza, è stato lui a trasformarlo in una macchina da guerra, ad accompagnarlo sull’Olimpo, a curarne le ferite ad ogni caduta. Per uomo passionale, metodico, schematico, bisognoso di certezze come Rafa, quanto influirà l’assenza del preziosissimo zio al suo angolo?

La vita da nomade che caratterizza il circuito favorisce inevitabilmente la nascita di legami molto forti con il coach, soprattutto in ambito femminile, dove la figura maschile può assumere più facilmente le sembianze di una sorta di padre putativo o di miglior amico. Ne sono stati un esempio binomi vincenti e al tempo stesso caratterizzati da legami profondissimi come quello formato da Justine Henin e Carlos Rodriguez – con  l’argentino punto fermo di una carriera che vanta 43 titoli WTA tra cui 7 prove del Grande Slam, 2 Master un oro Olimpico e 117 settimane da n.1 del mondo – tra Petra Kvitova e David Kotyza – con dalla loro 2 Wimbledon e un Master – e tra Angelique Kerber e Torben Beltz – con il tedesco determinante nella scalata della connazionale sul trono del ranking e nella conquista di 2 slam -. Per quanto sia la ceca che la teutonica abbiano sostituito i loro mentori l’una con Jiri Vanek, l’altra con Wim Fissette; i rapporti precedenti restano comunque aspetti basilari per comprendere alcuni passaggi del loro entusiasmante percorso umano e sportivo.

Doveroso è citare anche la sintonia che unisce Svetlana Kuznetsova a Carlos Martinez. Per una giocatrice dal passato tanto importante, tornare a competere ad altissimo livello dopo diversi anni cupi – vincendo tornei, battendo avversarie come le sorelle Williams, Simona Halep, Petra Kvitova, Garbine Muguruza, Karolina Pliskova, Elina Sviolina e Angelique Kerber, così come risalire in top 10 – è la conseguenza non solo dell’immensa classe che contraddistingue la russa e delle motivazioni ritrovate, ma anche del lavoro svolto con il coach spagnolo. Indicativo è come l’abbraccio iberico che l’ha avvolta negli anni della crescita, – Emilio Sanchez, Sergio Casal e Stefan Ortega – fino per l’appunto a Carlos Martinez sia una costante basilare per la struttura tecnico-tattica, ma anche psico-fisica del suo gioco.

Al termine di questo viaggio le domande senza risposte e le risposte senza conferme sembrano destinate a rincorrersi. La quiete che regna nel Team Federer spingerà l’elvetico verso record sempre più strabilianti? Agassi e Stepanek sono il rincalzo ideale per il rilancio di Novak Djokovic? L’arrivo di Conchita Martinez nel clan Muguruza riuscirà a sciogliere le palesi incoerenze tra i cui meandri Sam Sumyk pare essere rimasto avvinghiato? Riuscirà Carlos Martinez a trascinare Svetlana Kuznetsova verso il terzo slam? Darren Cahill sbloccherà il cartellino di Simona Halep dallo zero? Dani Vallverdu sarà sufficiente per lanciare definitivamente Grigor Dimitrov lassù, dove tirano i grandi venti? E che dire di Sascha Bajin, determinante al di là di ogni ragionevole dubbio della crescita di Naomi Osaka? Tra promesse, speranze, miraggi, disinganni e amarezze varie, quanto inciderà il Dottor Frankenstein? Forse, chissà, i punti interrogativi non si scioglieranno mai, come in ogni alchimia dove competenze ed empatia sembrano essere indistinguibili tra loro.

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