Rudolf Nureyev, il tartaro volante

L’essere umano da sempre avverte il bisogno primordiale di confrontarsi con l’archetipo del viaggio e le infinite implicazioni simboliche a esso connesse. Sete di conoscenza, desiderio di riscatto o di conquista, ricerca della verità; da Ulisse a Enea, dai cavalieri erranti agli Argonauti, dalle  migrazioni mongole alle peregrinazioni del popolo ebreo per arrivare al percorso nell’aldilà della Divina Commedia; sono molteplici i viaggi nell’antichità, nella letteratura e nelle fiabe; tra cui la storia di una donna russa, Farida, che nel marzo del 1938 insieme alle tre figlie intraprende un viaggio, da Ufa a Vladivostok, dove lavorava il marito, Hamet, un militare dell’Armata Rossa di origine tartara. È lì, su un vagone di un treno nella Ferrovia Transiberiana nei pressi di Irkutsk, in Siberia, che il 17 marzo dà alla luce il quarto figlio, Rudolf Nureyev.

Cresciuto in un villaggio nei pressi di Ufa, sugli Urali, nemmeno la discreta posizione ricoperta dal padre si rivelò essere sufficiente per consentire alla famiglia Nureyev una certa agiatezza, anzi, lo spettro della fame era una condizione generale che affliggeva chiunque vivesse nelle zona, seppure, come avrebbe raccontato, la paura che più aveva colpito l’immaginario infantile di Rudolf era quello dei lupi, protagonisti di racconti e leggende locali.

Dotato di una fantasia predisposta a voli pindarici, l’eroe di Rudy era però l’angelo del focolare, la madre, una donna intelligentissima, energica ma al tempo stesso affettuosa, che nel 1943 ebbe la lungimirante idea di portarlo a teatro per assistere a un balletto. Tornati a casa l’annuncio: «diventerò un ballerino». La madre e la figlia maggiore Rosa, probabilmente pensarono che non sarebbe stata una cattiva prospettiva in quanto, l’anno dopo, lo iscrissero a una scuola di danza a Ufa; l’una disposta a sostenere le spese di frequentazione e l’altra pronta a sacrificare tre pomeriggi a settimana per accompagnarlo in treno facendo i compiti lungo il tragitto, inizialmente all’insaputa del padre, finché, una forte nevicata procurò un considerevole ritardo al convoglio locale e tutti i nodi vennero al pettine.

Al che cominciarono le battaglie in famiglia. Hamet Nureyev era infatti un uomo immerso nella realtà di quei tempi; voleva un figlio ingegnere, che onorasse la patria, che andasse a caccia insieme a lui; e la proiezione di sé stesso in un ragazzino dai sentimenti delicati, spesso chiuso in sé stesso e che ogni tanto trovava intento a improvvisare passi di danza per casa lo frustrava al punto da indurlo a ricorrere a qualche schiaffo risentito.

Allo stesso tempo la sua insegnate di danza, Ana Udeltosova, si accorse dell’immenso talento che scorreva nelle vene di Rudolf e sin da subito ebbe un occhio di riguardo nei suoi confronti, giocando un ruolo chiave non solo nella sua formazione classica, anche nello spirito, nella fiducia nei propri mezzi che l’allievo sviluppò, infondendogli la consapevolezza che il contraltare era rappresentato da una dedizione maniacale e da pressanti sacrifici. Per anni Ana e Rudy hanno lavorato con lo sguardo rivolto nella stessa direzione: l’Accademia di danza Vaganova aggregata al Kirov di Leningrado. Non solo venne ammesso, vi si diplomò con il massimo del punteggio e nel 1958, alla prima partecipazione, vinse il concorso nazionale di balletto classico che si teneva a Mosca danzando il Pas de Deux.

Al nuovo maestro, Alexander Pushkin, sarebbe stato eternamente debitore per avergli severamente corretto alcuni vizi nell’impostazione, per quindi ingigantirne le doti interpretative, facendo di lui una sorta di icona capace di andare oltre ai virtuosismi, all’apparenza, alla perfezione stilistica o alla dinamicità muscolare, rendendo possibile il compiersi di un miracolo: farne affiorare l’anima.

Promosso primo ballerino del Kirov, Rudolf Nureyev divenne uno dei ballerini più famosi dell’Unione Sovietica ed insieme a Natalia Dudynskaja diede vita a una coppia affiatata e tesa al perfezionismo al punto da migliorarsi volta dopo volta, esibizione dopo esibizione. Eppure in Nureyev convivevano due nature: una disposta a immolarsi nel nome della danza e un’altra complessa, restia a sottostare alle regole formali dell’ambiente; per questo dopo essersi esibito all’International Youth Festival a Vienna gli venne revocato il permesso di viaggiare per motivi disciplinari.

La svolta definitiva avvenne nel 1961 quando Konstantin Sergeyev, a Nureyev preferito per un balletto in programma a Parigi, si infortunò e rese necessaria l’esigenza di un sostituto. Il solo “rimpiazzo” all’altezza era ovviamente Rudolf Nureyev. Inevitabilmente, la sua performance esaltò pubblico e critica e quando il 16 giugno era atteso all’aeroporto parigino di Le Bourget per il rimpatrio, decise di non presentarsi. Chiesto l’asilo politico, venne accolto a braccia aperte da Raimondo De Larrain, direttore della compagnia del marchese di Cuevas che, nemmeno un mese dopo lo scritturò per la “La Belle au Bois dormant “ con Nina Vyroubova.Libero dalle restrizioni accademiche e mentali del paese natale, l’estro di Rudolf Nureyev esplose in tutta la sua maestosità conferendogli una notorietà tale da essere lui a poter decidere dove e con chi danzare. Parallelamente; venne inoltre contattato da numerosi registi e produttori e nel 1962 effettuò il debutto con la versione cinematografica di “Les Sylphides”. Semplicemente, Rudolf Nureyev diede inizio ad una nuova era per la danza.

L’ossessiva ricerca della perfezione fece di Rudolf Nureyev e Margot Fonteyn una coppia insuperabile

Durante una tournée in Danimarca la vita di Rudolf si arricchì di una presenza fondamentale: quella di Erik Bruhn, un ballerino di dieci anni più anziano che divenne il suo prezioso consigliere e, senza ombra di dubbio, l’unico vero amore della sua vita seppure la loro relazione fu estremamente travagliata, principalmente per via delle follie di Rudy. A Copenaghen lavorò pure con Vera Volkova e, nello stesso periodo, incontrò Margot Fonteyn, indiscussa stella della danza britannica, che lo introdusse al Royal Ballet di Londra, contesto che fu la base per l’intera carriera del russo.

L’ossessiva ricerca della perfezione, i mille particolari da rifinire che solo Nureyev e la Fonteyn – tra l’altro più attempata di 20 anni – scorgevano nelle loro rappresentazioni, contribuì a trasformare balletti come “Il lago dei cigni” e “Giselle” rendendo le loro versioni immortali. Addirittura per loro soli il coreografo Frederik Ashton creò un balletto calibrato sul loro temperamento, sulle loro inclinazioni, “Marguerite and Armand”, ispirato alla “Signora delle Camelie” .

Non solo, Rudy e Margot erano legati da un’amicizia solida e incondizionata. Quando nel 1979 lei si ritirò dalle scene e venne nominata dal Royal Ballet, “prima ballerina assoluta”, Nureyev era tra i presenti in sala, così come sempre le fu vicino nei momenti di crisi matrimoniale – con il diplomatico panamense Arias – a causa delle ripetute infedeltà del politico, e ancor più non perse occasione di dimostrarle il proprio affetto quando un tumore la colpì per infine portarsela via nel 1991. Se si considera che cinque anni prima aveva perso il compagno Erk Bruhn, mentre l’anno seguente, grazie a un permesso speciale conferitogli da Mikhail Gorbaciov poté recarsi in Russia per riabbracciare un’ultima volta l’adorata madre, la morte di Margot rappresentò l’estinguersi dell’ultimo rapporto infossato nel cuore  di Rudolf Nureyev.

Basilare per Rudy era infatti il confronto, l’approvazione e il sostegno delle pochissime persone a cui egli concedeva il permesso di fare ingresso nella sua utopica dimensione. Non è infatti eresia sostenere come nelle varie tappe della vita di Nureyev vi siano piovute le persone giuste affinché si compisse la sua epopea. Di passaggio in passaggio, a Rudolf Nureyev è stata infatti indicata una strada che lui ha poi elaborato facendo sì che il suo contributo divenisse determinante per il futuro della danza, affinché egli, con la sua credibilità ed il suo carisma potesse attribuire alla figura maschile nel balletto classico una nuova fisionomia, non solo al servizio della compagna, bensì un’importanza pari, sradicando tutto ciò che era ormai vecchio – come la pesantezza dei trucchi e delle parrucche o le gestualità obsolete – ma ancor più delineando nella caratterizzazione dei personaggi un ruolo ancestrale ma allo stesso tempo innovativo, costruito su misura all’interprete.

La sublime complicità che univa Rudolf Nureyev e Margot Fonteyn

Tutto questo si accentuò quando Nureyev prese a dedicarsi alla coreografia fornendo una rilettura dei classici, sovente portati in scena all’Opéra di Parigi, di cui egli fu direttore dal 1983 al 1990. La sua versatilità si estese al cinema dove interpretò il ruolo di Rodolfo Valentino in un film di Ken Russell, e ancor più significativa si dimostrò la sua partecipazione come ospite alla serie televisiva “Muppet Show”; basti pensare che permise permise allo spettacolo di risalire dalla crisi in cui era precipitata.

I primi sintomi dell’AIDS fecero la loro comparsa intorno al 1982 ma Nureyev vi prestò poca attenzione arrivando a negare, persino a sé stesso, che qualcosa di fatale stesse contaminando la sua persona; e pure quando nei primi anni ’90 la malattia divenne visibile, scelse di andare incontro alla morte rifiutando qualsiasi trattamento disponile. Alla sua ultima uscita pubblica, nel 1992, in occasione della produzione della Bayadère al Palais Garnier, Rudolf Nureyev fu accolto da un emozionante standing ovation da parte del pubblico. Pur mantenendo un contegno esemplare, si commosse, e l’umiltà nel far trapelare una fragilità ostinatamente celata tra le pieghe di una personalità tanto contorta, fu l’ultimo attimo di grandezza che condivise con il mondo.

Era iniziata come una fiaba, la sua vita, tra il ghiaccio della gelida Siberia, durante un viaggio destinato a tramutarsi in esilio, nel nome di una passione, di un desiderio di assoluto, che piantò le sue radici nella terra ripudiata, ma i cui rami si sarebbero dilatati fino ad infrangere qualsiasi confine, per divenire il simbolo di una disciplina che con lui cambiò irrimediabilmente e senza di lui non sarebbe mai più stata la stessa. Il tartaro volante avrebbe voluto morire sulla scena. Esalò invece l’ultimo respiro in una clinica di Parigi. Era l’alba del 6 gennaio del 1993; e l’intero creato non poté non risvegliarsi più povero, più triste ed ancorato al suolo, mentre lui, Rudolf Nureyev aveva spiccato l’ultimo volo.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: