Jayne Mansfield, the one and only

«The one and only», furono le sue ultime parole. All’uscita di in un ristorante lungo la strada che da Biloxi porta a New Orleans, una donna le chiese se fosse proprio lei, la famosa attrice. Rispose di riflesso, senza esitare; per poi avviarsi verso l’auto che l’attendeva, al di là della porta a vetri del ristorante. Al volante della Buick Electra c’era una Ronnie Harrison, non ancora ventenne, fresco di patente, probabilmente stanco, di certo emozionato. Sul sedile posteriore si accomodarono i tre figli dell’unica e sola: Miklos, Zoltan e Mariska, rispettivamente di otto, sette e quattro anni; su quello anteriore, al centro, sedette Sam Brody, un avvocato divorzista, mentre sulla destra, prese posto lei, Jayne Mansfield, «The one and only», con i braccio i due adorati cagnolini chihuahua, Popeicle e Monaicle. Le lancette degli orologi della Luisiana avevano da poco svalicato la mezzanotte. Era il 29 giungo del 1967; e Jayne Mansfield non ne vide mai l’alba.

Il suo vero nome era Vera Jayne Palmer. Nata il 19 aprile del 1933 a Bryn Mawr, un paesino che allora faticava a contare 1.500 anime situato nella contea di Montgomery, in Pennsylvania, era l’unica figlia di Herbert William Palmer, un avvocato di origini britanniche, e Vera Jeffrey, una maestra elementare con antenati tedeschi. I primi ricordi delle esperienze infantili risalgono generalmente all’età di cinque anni. Jayne ricorda perfettamente la morte del padre, causata da un infarto mentre si trovava nel soggiorno della loro abitazione, ricorda la disperazione della madre, ricorda gli unitili tentativi di rianimarlo da parte dei medici. Di anni però Jayne non ne aveva cinque, bensì appena tre. Pochi anni dopo la madre si risposò con un certo Harry Lawrence Peers e il nuovo nucleo familiare si trasferì a Dallas, in Texas. Jayne, che aveva imparato a leggere, a scrivere e a risolvere problemi di matematica a soli quattro anni sotto alla guida della madre, quando si iscrisse a scuola fu motivo di turbamento per la maestra che se la ritrovò in classe in quanto a nemmeno sei anni, possedeva le conoscenze sufficienti per saltare a piè pari l’intera “Elementary School”. A sette anni imparò a suonare il violino, a dieci era una pianista eccellente, a tredici parlava correttamente cinque lingue. Quando si decisero a sottoporla ad un un test d’intelligenza, verso i quindici anni, il numero che saltò fuori è stato 163. Per intenderci, Albert Einstein aveva totalizzato 160.

Per quanto unica e sola, l’indole razionale e una gravidanza tutt’altro che desiderata, le imposero di mettere da parte il desiderio di diventare attrice. Ormai convinta che la sua dimensione sarebbe rimasta ancorata al classico ruolo di moglie e madre, a diciassette anni sposò il fidanzato dell’epoca, Paul Mansfield, e l’8 novembre del 1950 diede alla luce la sua prima figlia, Jayne Marie. Riluttante a una eventuale carriera nel mondo dello spettacolo, Paul riteneva al contrario che le doti intellettive di Jayne meritassero di essere coltivate e approvò la scelta della moglie di iscriversi all’Università del Texas per studiare fisica. Il caso, o forse il destino, la fecero però imbattere in un volantino che illustrava un corso di recitazione. Il canto delle sirene si rivelò irresistibile e fu così che Jayne Mansfield conobbe Baruch Lumet, un ebreo-polacco, già padre del futuro regista Sidney, che insieme alla moglie Eugenia Wermus insegnava recitazione e dirigeva il Knox Street Theater di Dallas. Conquistati dalla personalità di Jayne, marito e moglie la presero sotto alla loro protezione ed il 22 ottobre del 1953 le assegnano il ruolo della protagonista femminile nel dramma “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller. La sua Linda, valse da sola il prezzo del biglietto e nell’ambiente si diffuse ben presto la voce di una bionda procace dotata di un talento eccezionale. Non solo, consapevole della piega glamour che stava sempre più prendendo piede ad Hollywood, la lungimirante coppia ebraica, le consigliò di partecipare ai più importanti concorsi di bellezza organizzati in Texas: da “Miss Photoflash” a “Miss Magnesium Lamp” per arrivare a “Miss Fire Prevention”. Jayne Mansfield li vinse tutti.

Il trasferimento a Los Angeles si rivelò inevitabile e nel 1954, mentre Paul si arrangiava tra lavoretti vari, tra cui vendere dolciumi in un cinema, Jayne proseguì i suoi studi recitativi all’Università della California. Seppure le grandi produzioni si trovarono di fronte un’alternativa alla da lì a poco lanciata Marilyn Monroe, a differenza della stella Californiana, Jayne Mansfield era difficilmente malleabile, diffidente, perfezionista ed ipercritica verso sé stessa. Nel 1955 gli agenti della Warner Bros dovettero dare il meglio di loro stessi per convincerla ad accettare di apparire nella copertina del mese di febbraio di “Playboy”; e ciò probabilmente avvenne solo perché le promisero un esordio cinematografico di un certo rilievo.

L’ingombrante Marilyn e l’imminente uscita di “Quando la moglie è in vacanza” fecero però indietreggiare i vertici della Warner Bros che le ritagliarono piccoli ruoli in film di secondo piano quali “Tempo di furore”, “Voi assassini” e “La baia dell’inferno”. Questa scorrettezza spinse Jayne a fuggire a Broadway dove, grazie all’appoggio dei coniugi Lumet, ottenne il ruolo principale nella commedia di George Azelrod “Will Success Spoil Rock Hunter?”. La sua interpretazione le portò in dono il “Theatre World Award”, oltre alle scuse del suo agente che, dopo averla supplicata di tornare ad Hollywood, nel 1956 le garantì il ruolo di protagonista in “Gangster cerca moglie” per la regia di Frank Tashlin.

La rappacificazione però non avvenne mai e da lì a pochi mesi Jayne avrebbe firmato un contratto con la 20h Century Fox. Il vero e proprio lancio per Jayne Mansfield avviene nel 1957 con “Fermata per 12 ore”, dramma tratto dal romanzo “La corriera stravagante” di John Steinbeck dove interpreta una ballerina di night-club. In risposta al notevole successo al botteghino, durante la promozione del film, Jayne cercò di scrollarsi di dosso l’immagine di “oca bionda” su cui premeva la produzione per imporsi come «attrice seria». Ciò provocò i primi contrasti con Charles Brackett che anziché inserirla nel cast di film impegnati a cui lei aspirava, la impose all’attenzione del pubblico nei panni di Rita Marlowe, una diva capricciosa che si serve di un timido impiegato per fare ingelosire il ricco fidanzato.

“Will Success Spoil Rock Hunter?”, venne adattato nel resto del mondo con il titolo di “La bionda esplosiva”. La perspicacia dimostrata dal mercato estero fece ricredere persino gli scaltrissimi strateghi di Hollywood che, bloccati per una questione di diritti dal cambiare il titolo, rielaborarono l’intera campagna pubblicitaria facendo per l’appunto passare Jayne Mansfield come una spregiudicata bomba sexy “disposta a tutto pur di avere ciò che le spetta”.

L’ondata di notorietà travolse Jayne Mansfield che probabilmente decise di assecondare i suoi creatori in attesa di raggiungere una fama tale da poterle garantire un controllo sulla propria vita e immagine. Non pazientò Paul Mansfield le cui umili origini continuarono sempre ad andare a braccetto con un’onestà tale da convincerlo a lasciare la moglie. Jayne accettò la decisione del marito senza fare scenate; ma pretese di conservarne il cognome. Con il senno di poi molti conoscenti dell’attrice, compresi i coniugi Lumet, sostennero che il divorzio e le fulminee nozze che seguirono con l’attore ungherese Mickey Hargitay altro non furono che una trovata degli avidi agenti che avevano ormai avvinghiato Jayne Mansfield in una spirale destinata a risucchiarla.

Di certo, la serie infinita di “incidenti” apparentemente fortuiti in cui le spalline degli abiti della Mansfield si spostavano o cadevano mostrando il seno, altro non furono che mosse attentamente studiate dal suo management a uso dei fotografi. È rimasto famoso lo scatto che ritrae Jayne accanto a Sophia Loren con l’attrice italiana che, perplessa, guarda di sottecchi la collega seduta accanto a lei che mostra “inavvertitamente” un capezzolo. La reazione dei media, che condannarono all’unanimità questo comportamento, prese in contropiede la 20h Century Fox, mentre lo stilista Richard Blackwell, che curava il guardaroba, la eliminò dalla sua clientela.

Divenuta ricchissima, Jayne acquistò una villa composta da 40 stanze sul Senset Boulevard di Beverly Hills passata alla storia con il nome di “Palazzo Rosa” per via del colore che dominava tanto gli esterni quanto gli interni; con tanto di una vasca da bagno a forma di cuore e una fontana che sprizzava champagne rosato; le quali, leggenda vuole, sarebbero state costruite dallo stesso Mickey Hargitay dato che, prima di diventare attore e culturista, altro non era che un idraulico.

All’apice della carriera, Jayne Mansfield si contende la scena con Cary Grant in “Baciala per me”. In attesa del secondo figlio, si vede costretta a rinunciare – a vantaggio di Kim Novak – a “Una strega in paradiso” con Jane Stewart. Partorito Miklós avrebbe preso parte a “La bionda e lo sceriffo”, a “Londra a mezzanotte” per la regia di Terrence Young e a “Gli amori di Ercole”, proprio accanto al marito con cui, nel 1960, Jayne avrebbe concepito anche Mariska.

Ormai mamma di tre figli, per la 20h Century Fox divenne arduo continuare ad associare a Jayne Mansfield l’immagine di peccatrice impenitente. Occorreva l’ennesima sterzata. Fu così che Tommy Noonam la convinse a diventare la prima star di Hollywood ad apparire nuda in un film. Avvenne nel 1963 per “Promises! Promises!”. Pur innescando uno scandalo senza precedenti – a Cleveland venne addirittura bandito -, la pellicola ebbe un enorme successo commerciale. Con Marilyn Monroe morta prematuramente e un film divenuto una sorta di cult, Jayne Mansfield sembrava pronta per la consacrazione. Ebbe invece inizio una irreversibile discesa negli inferi. Cosa avvenne nella mente di quella donna intelligentissima resterà per sempre un mistero.

Considerato dall’esterno il caso Mansfield appare semplice: una donna devastata da alcol, tranquillanti e droghe, plagiata da un guru del giro di Charles Manson e incapace della benché minima stabilità affettiva in quanto, dopo il divorzio da Hargitay, convolò a nozze con il regista Matt Clinker – alias Matteo Ottavio – da cui ebbe il quarto figlio, Antonio Raphael Ottaviano, e che abbandonò  da lì a poco per Sam Brody, un avvocato con il vizio del gioco d’azzardo, di spargere assegni a vuoto e di picchiare l’attrice, stando ad alcune testimonianze, proprio per soddisfare le perversioni masochiste di cui aveva iniziato a soffrire.

Forse però, l’enigma prese forma dall’interno. Essere considerata quasi esclusivamente per quel giropetto di 107 centimetri su un vitino di vespa fu troppo anche per il suo 163 di QI. Un trauma fu anche l’essere scaricata dalla Fox per ritrovarsi costretta a ripiegare in Italia, dove recitò a fianco di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia in “L’amore primitivo”. Sotto ingente compenso prese parte anche a uno sketch di Carosello e la Innocenti la scelse per fare da testimonial alla presentazione della nuova Lambretta IIIa serie. Un po’ come quando quando presenziò all’inaugurazione di un macello ed oltre al cachet chiese 500 dollari di carne «per i suoi figli», alla Innocenti chiese una Lambretta tutta dorata da utilizzare personalmente in California. Entrata in produzione dopo due anni, non fecero in tempo a consegnarla e rimase per più di 25 anni dentro ad una scatola di legno color verde.

Tornata a Los Angeles, Jayne Mansfield dovette accontentarsi di alcuni film senza pretese di cui possono essere appena, appena salvati “La morte vestita di dollari”, “Single Room Furnished” e “Una guida per l’uomo sposato”. Ripudiata da Hollywood, non le rimase che iniziare a esibirsi come ballerina e cantante in show dal vivo organizzati nei nightclub più alla moda degli Stati Uniti. Quelle esibizioni, oltre ad essere pagate profumatamente, ne mantennero viva la sua popolarità, ma il doversi lasciare andare a numeri sempre più piccanti, in abiti sempre più succinti, la ferirono ulteriormente nell’orgoglio.

La sera del 28 giugno del 1967 aveva dato uno spettacolo al Gus Stevens Supper Club di Biloxi, in Mississippi. L’indomani, a mezzogiorno, doveva essere a New Orleans, in Louisiana, per una ripresa televisiva programmata con un’emittente locale per annunciare altri suoi spettacoli in zona. Per questo Jayne Mansfield, tre dei suoi suoi cinque figli, i due inseparabili chihuahua e il nuovo compagno dell’attrice, Sam Brody, noleggiarono una Buick Electra compreso l’assonnato autista Ronnie Harrison e si misero in viaggio.

All’una e un quarto sulla Highway 190, in località Slidell, allo sbocco di una curva – soprannominata “dead man car” – la Buick si trovò avvolta in una nuvola di vapore provocata da un trattore con rimorchio del servizio per la disinfestazione anti-malarica. Ronny Harrison non riuscì a frenare e, dopo l’impatto violentissimo, l’auto si incassò sotto il rimorchio riducendosi a un ammasso di lamiere. L’uomo che guidava il trattore, un certo Richard Rambo, riferì alla polizia di aver sentito uno schianto simile a un’esplosione. Ebbero tutti l’impressione che a una decina di metri dall’auto vi fosse una bellissima parrucca bionda, di quelle che le dive portano con sé in sagome di legno imbottite di velluto per non farle sformare. In realtà, era la testa di Jayne Mansfield. Insieme a lei, morirono sul colpo i due cagnolini, l’autista e Sam Brody. Dopo aver forzato la portiera posteriore vennero estratti quasi illesi i tre bambini; uno di loro, Mariska Hargitay sarebbe un giorno diventatala un’attrice con i capelli neri e nulla che potesse suggerire un legame con la Mansfield.

Improvvisamente Hollywood si fece avanti per organizzare una pomposa cerimonia d’addio. La madre di Jayne però – che non si sarebbe mai stancata di definire la figlia una «vittima del sistema» -, la volle seppellire al Fairview Cemetery di Pen Argyl, un paesino della Pennsylvania dove risiedeva. Sulla sua tomba un epitaffio che recita: “Viviamo per amarti ogni giorno di più”. Coloro che la amarono più o meno sinceramente le sarebbero sopravvissuti di molti anni: Baruch Lumet e la moglie Eugenia si sarebbero spenti nel 1992; la madre nel 2000, il secondo marito Mickey Hargitay nel 2006, il primo consorte Paul Mansfield nel 2013, il terzo Matt Cimber e i figli, sono ancora vivi.

Jayne Mansfield morì invece a 34 anni, senza un film veramente dignitoso da lasciare ai posteri, distrutta da qualsiasi tipo di abuso, devastata da un profondo senso di disagio, di decadenza, afflitta dai rimorsi per non essere riuscita a sbocciare, svilita dalla consapevolezza di aver fallito, di aver sprecato il proprio talento, la propria intelligenza, di essersi persa in un tunnel buio, senza fine. Finché tutto finì, in un istante. Lasciando la sensazione che in verità, non fosse mai iniziato niente.

One comment

  1. Antonio(Tommy)Benocchi,campione europeo di sci nautico!!

    mi dispiace per la fine orrenda,anche se istantaea dell’attrice e madre jean!l’avevo conosciuta sul lago di Bracciao,insieme a fianzato Mike Hargitay,erano lì per una pausa di un film.impressionante il suo decolté!mi sembravano dolci ed innamorati!cia jean,a presto!

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