Johan Cruijff, il Dio del calcio vestito da profeta

I profeti sono figure ispirate da Dio che, parlando in suo nome, ne annunciano la volontà, talvolta predicendo il futuro. Spesso guardati con diffidenza, i profeti sanno leggere i segni dei tempi, riescono a valutarne i contesti senza secondi fini, finendo col proporre una visione del mondo tesa a sconvolgere schemi consolidati. Per questi sono avanti, perciò sono incompresi, isolati. Lo chiamarono il profeta, Johan Cruijff. Il volto scavato, severo, ascetico. Il fisico slanciato, asciutto, immacolato. Elegante nella postura, incontenibile nella progressione, Johan Cruijff non correva, danzava e in quei frangenti, dalla palla ai compagni, per arrivare agli avversari, tutto sembrava essere sotto il suo controllo, tutto pareva dipendere da lui, perché il piede era magico, magnetico e la visione di gioco lucida, imprevedibile, divinatoria.

Hendrik Johannes Cruijff nasce il 25 aprile del 1947 ad  Amsterdam, secondo figlio di Hermanus Cornelis Cruijff, il quale gestiva un negozio di frutta e verdura, e Petronella Bernarda Draaijer, una lavandaia. Vivevano in via Tuinbouwstraat, a poco più di 300 metri dal De Meer, lo stadio dell’Ajax. Insieme al fratello Hendrik trascorse l’infanzia sulla strada a giocare particelle con i bambini del quartiere, finché a dieci anni, senza fare alcun provino venne tesserato dai Lancieri, soprannome ispirato dalla lascia di Aiace presente nello stemma dello storico Club olandese. Il fratello giocava stopper, Johan mezzala. Era velocissimo, immarcabile per gli altri ragazzini e nel suo primo campionato ufficiale a livello giovanile segnò 74 reti. Amava l’Ajax al punto da aiutare il magazziniere a sbrigare le faccende del campo e, nonostante il carattere schivo e l’aspetto mingherlino, sin da subito i dirigenti della società  ricambiarono il sentimento.

Nel 1959, quando Johan aveva solo dodici anni, il padre morì d’infarto. Da quel momento i suoi giorni furono scanditi da una frequentazione scolastica svogliata, da visite costanti al cimitero di Oosterbegraafplaats e da una immedesimazione incondizionata negli allenamenti, quasi che il possibile successo nel calcio potesse rendere omaggio al genitore scomparso. Nel frattempo, la madre iniziò a lavorare come addetta alle pulizie presso l’Ajax; dove tra l’altro conoscerà il suo secondo marito, Henk Angel, destinato a diventare una figura basilare nella vita di Johan che, quattordicenne, vinse il suo primo Campionato nella categoria allievi. Tempo due anni ancora e avrebbe firmato il primo cartellino con il club ajacide. Scartato dal servizio militare per via degli suoi piedi piatti e una caviglia sformata, l’allenatore della prima squadra Vic Buckingham, impostò su di lui uno specifico programma di rafforzamento consistente nell’allenarsi con sacchetti di zavorra di quattro chili, ciascuno infilato nella giubba della tuta.

Johan Cruijff debuttò in prima squadra a diciassette anni, il 15 novembre 1964, in occasione della partita di campionato Groningen-Ajax. La settimana successiva realizzò poi il suo primo gol, nel 5-0 interno contro il PSV. Nel gennaio del 1965 però l’Ajax subì un pesantissimo 4-9 nell’incontro definito dagli olandesi “klassieker”, ossia quando a darsi battaglia sono l’Ajax e il Feyenoord. Lo spettro della zona retrocessione spinse la dirigenza a una rivoluzione: alle dimessioni del presidente Jan Melchers, fece seguito l’esonero di Buckingham. Dietro alla scrivania prese quindi posto Jaap van Praag – per rimanervi fino al 1978 – mentre in panchina arrivò – per i futuri sei anni – Rinus Michels, ex centravanti trentottenne della squadra.

Ebbe inizio una nuova era, quella del calcio totale: quello stile per cui ogni componente della formazione che si sposta dalla propria posizione è subito sostituito da un compagno, permettendo così alla squadra di mantenere inalterata la propria disposizione tattica. Iniziò anche la leggenda della maglia numero 14, quella indossata da Johan Cruijff. Non si è mai saputo con precisione mai come finì sulla sua schiena. C’è chi dice che l’avesse scelto lo stesso Johan perché a quattordici anni vinse il primo campionato, altri raccontano che in una partita, ad un suo compagno mancasse la maglia, lui gli prestò la sua e prese la 14, mentre altri ancora sostengono che la prima maglietta da calcio regalatagli dalla mamma portasse quel numero destinato a passare alla storia.

Evitata la retrocessione nella stagione 1964-1965, l’Ajax diede vita a un ciclo contrassegnato da 3 vittorie consecutive in Campionato e una in Coppa d’Olanda. Nell’annata 1966-1967, pur non essendo un attaccante puro, Johan Cruijff segnò 33 goal in 30 partite. Il 1969 fu per gli ajacidi l’anno della prima finale in Coppa Capioni, persa 1-4 contro il Milan. Per incoronarsi sovrani d’Europa, i tulipani avrebbero dovuto attendere il 1971 quando batterono 2-0 i greci del Panathīnaïkos per 2-0, in cui Cruijff fornì l’assist per il gol di Aria Haan. Alla fine dell’anno, il n. 14 venne premiato con il suo primo Pallone d’oro. Nella stagione 1971-1972 la squadra strinse in pugno il cosiddetto trebbie, ovvero la vittoria in campo nazionale, europeo e mondiale. La Coppa Campioni questa volta fu conquistata ai danni dell’Inter nello stadio di Rotterdam dove Cruijff fu il protagonista del match e, nonostante la stretta marcatura a uomo di Gabriele Oriali, fu artefice di una prestazione sublime  realizzando al 47’ e al 78’ la doppietta che determinò la vittoria dell’Ajax. Anche nell’annata 1972-1973 Johan Cruijff trascinò l’Ajax al trionfo in Campionato e, per la terza volta consecutiva, in Coppa dei Campioni, battendo in questo ultima circostanza la Juventus. Riassumendo, tra il 1965 e il 1973 l’Ajax dominò 6 campionati, 3 Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale e la neonata Supercoppa UEFA.

Nell’estate del 1973 la Spagna riaprì le frontiere ai calciatori stranieri. Real Madrid e Ajax si accordarono segretamente per il trasferimento di Cruijff ma, tre anni prima, quest’ultimo aveva dato la sua parola al presidente azulgrana Agustí Montal che se mai fosse atterrato in Spagna sarebbe stato per giocare tra le file del FC Barcelona. Il carattere ostinato e categorico di Johan Cruijff si manifestò dichiarandosi pronto a lasciare il calcio se non fosse andato il porto il passaggio al Barca. Fu così che dopo un’estenuante trattativa il 13 agosto del 1973, Johan Cruijff si accasò in Catalunya per la cifra di 3 milioni di fiorini olandesi, poco più di un miliardo di lire dell’epoca. Lo stesso anno i Lloyd’s di Londra assicurarono le gambe dell’asso olandese per 2 miliardi e mezzo.

A Barcellona vestì la maglia n. 9 e ritrovò come allenatore Rinus Michels. A causa di problemi legati alla definizione del contratto debuttò con i nuovi colori solo il 28 ottobre 1973, quando la squadra blaugrana era penultima in classifica: quel giorno al Camp Nou, segnò due reti che spinsero il Barcellona al 4-0 sul Granada. Seguirono 10 vittorie di fila, con un totale di 26 partite senza sconfitte. Il 22 dicembre 1973 segnò una rete memorabile, in rovesciata di tacco, che sancì il 2-1 sull’Atletico Madrid. Il 16 febbraio 1974 il Barcellona triturò il Real Madrid al Bernabeu con un inderogabile 5-0. Il Barcellona non chiudeva al primo posto nella Liga da quattordici anni, finché la stagione 1973-1974 si chiuse con la nona vittoria nella storia del club, con 16 reti autografa da Johan Cruijff.

Nell’estate del 1974 si disputarono poi i Mondiali di calcio e Johan Cruijff cercò con tutte le sue forze di chiudere quel cerchio che era iniziato il 24 marzo del 1965, a Leeuwarden, quando debuttò nella Nazionale Giovanile e vinse gli Europei di categoria. Un parabola che sarebbe proseguita da lì a poco con l’esordio nella Nazionale maggiore in una partita tra Paesi bassi e Ungheria, terminata 2-2, dove colse subito una rete. Talentuoso ma tutt’altro che mansueto, il 6 novembre del 1966, durante un’amichevole contro la Cecoslovacchia, diede un pugno all’arbitro diventando il primo giocatore espulso della storia della selezione arancione. Ne conseguì un anno di squalifica e una crepa nei rapporti con la Nazionale che non si sarebbe mai completamente rimarginata. Non era facile ragionare con Joahn Cruijff e se si può parlare di compromessi, era lui a dettarli. Basti pensare che ai Mondiali del ’74 lo sponsor dell’Olanda, l’Adidas, si vide sfilare una striscia dalle tre storiche che caratterizza il marchio: il profeta vestiva infatti Puma e impose alla propria divisa questa differenza rispetto a quelle dei compagni.

GELSENKIRCHEN, GERMANY – JUNE 26: Dutch midfielder Johann Cruyff dribbles past Argentinian goalkeeper Daniel Carnevali on his way to scoring a goal during the World Cup quarterfinal soccer match between the Netherlands and Argentina 26 June 1974 in Gelsenkirchen. Cruyff scored two goals to help the Netherlands defeat Argentina 4-0. AFP PHOTO (Photo credit should read STF/AFP/Getty Images)

Ad ogni modo, il sipario dei Mondiali si chiuse con la sfida decisiva tra Paesi Bassi e i padroni di casa della Germania. Nel primo minuto i tulipani dissestarono i tedeschi con sedici passaggi e un’accelerazione di Cruijff che, entrato in area, venne atterrato senza troppi riguardi. Al 2’ Neeskens insaccò il rigore ma, nei successivi 40 minuti, la difesa dell’Olanda, che fino a quell’incontro aveva subito una sola rete, si fece sorprendere due volte e il titolo sfumò. Dati alla mano, nel 1974 Johan Cruijff risvegliò il Barcellona dal letargo, sfiorò il Mondiale, disputò 52 partite segnando 32 reti e ricevette il suo terzo Pallone d’oro.

Al che, ebbe inizio la discesa. Nel campionato 1974-1975 il Barcellona si classificò al terzo posto e l’arrivo del nuovo Mister, il teutonico Hennes Weisweiler, ebbe conseguenze devastanti sul gioco di Cruijff ed i rapporti con la società che, anno dopo anno, si fecero inevitabilmente sempre più tesi. Incapace di accettare di essere considerato un giocatore qualsiasi, l’olandese riuscì ad imporre la cacciata dell’ostile allenatore a favore del ritorno in Catalogna del compagno di tanti successi Michels, ma ormai, al tramonto degli anni ’70, qualcosa dell’astro di Johan Cruijff si era irrimediabilmente offuscato.

Dopo aver rifiutato di partecipare ai campionati del mondo del 1978 in Argentina, un po’ per motivi di sicurezza personale, un po’ la per stanchezza psico-fisica, a 31 anni Johan Cruijff annunciò un primo ritiro dalle scene calcistiche. A sollecitarlo al ritorno all’attività fu il suo manager nonché suocero Cor Coster. Del ricco commerciante di diamanti, il profeta aveva infatti sposato la figlia Diana Margaret Coster, una fotomodella conosciuta nel giugno del 1967 al matrimonio dell’allora compagno di squadra Piet Keizer e sposata il 2 dicembre del 1968. Johan e Diana ebbero tre figli, Chantal, Susila e Jordi – nato nel periodo in cui militava nel Barcellona e così chiamato in onore di San Giorgio, patrono della Cataloga.

Ad ogni modo, tra il 1979 e il 1980, Johan Cruijff firmò per tre diverse squadre del Campionato Statunitense: i N.Y. Cosmos, i L.A Aztecs e i Washington Diplomats. Guadagnò bene – in totale sui 5 miliardi di lire – ma giocò poco. Si risolse in una decina di partite anche l’esperienza con il Levante, un club di seconda divisione spagnola. Reduce ad un intervento chirurgico agli adduttori della gamba sinistra, il 16 giugno del 1981 indossò la maglia del Milan contro il Feyenoord nella prima partita della Coppa Super Clubs. La sua uscita si risolse in una pessima performance ma l’Ajax non resistette alla soave melodia che sempre evocava il profeta e il 6 dicembre del 1981 lo riaccolse come un Dio. Insieme ai giovani Frank Rijkaard e Marco van Basten si prese altre due Campionati e una Coppa.

1983-10-02 12:00:00 AZ ’67-Feyenoord 0-1. Johan Cruijff slingert zich hier langs een tweetal AZ-spelers, doch zijn acties waren vanmiddag weinig succesvol.

Dopo 275 partite per ben 205 reti, nel 1983 Johan Cruijff mise in atto un tradimento in linea con la sua indole spregiudicata e accentrista: passò infatti agli acerrimi nemici del Feyenoord. Si presentò in campo in un inedito ruolo di libero a fianco della matricola Ruud Gullit e puntuale giunse la vittoria in campionato, il nono per Cruijff, e della Coppa d’Olanda, la sesta per lui.

Conclusa la carriera da calciatore, nel 1985 si sedette sulla panchina dell’Ajax: vinse due Coppa d’Olanda consecutive e la Coppa delle Coppe. Ripetendo il viaggio che aveva fatto da calciatore, lasciò l’Ajax per il Barcellona. Tra il 1988 e il 1996 ricostruì dalle fondamenta il Barca e lo guidò alla conquista di 4 Liga consecutive, una Coppa del Re, una Coppa delle Coppe, e della prima Coppa dei Campioni della società iberica, quando batterono per 1-0 la Sampdoria grazie a una punizione di Ronald Koeman dopo 112’ di gioco. Andò peggio nel 1994 quando, certo di battere il Milan, alcuni giorni prima della finale fece diffondere uno scatto con i suoi uomini e la Coppa più prestigiosa d’Europa; ed in risposta la squadra di Capello si impose per 4-0.

Se nel 1996, in seguito a due infarti ravvicinati, decise di mettersi da parte, il 2 novembre del 2009, dopo quattordici anni di assenza, accolse  una nuova sfida: vestire i panni di tecnico della Selezione Catalana. Il 22 dicembre dello stesso anno, al Camp Nou di Barcellona, la Catalogna batté in amichevole l’Argentina di Lionel Messi per 4-2 ma lo stress e i costanti problemi cardiaci, lo spinsero a scrivere la parola fine all’avventura di tecnico. Era il 2013 e parallelamente aveva sempre portato avanti le sue missioni in bilico tra dirigente e consulente dell’Ajax; che in occasione del suo 68esimo compleanno ritirò ufficialmente la maglia n.14. Johan Cruijff non sarebbe stato spettatore di questo giorno di festa ad Amsterdam, circa un mese prima il 24 marzo, si era infatti spento a causa di un tumore polmonare.

Non era un attaccante, ma metteva a segno tanti goal; non era un difensore ma difficilmente aveva la peggio in un contrasto. Divenne l’emblema del calcio totale: ambidestro, ricopriva qualsiasi ruolo, amministrava ogni spazio, era potente, elegante, veloce, immarcabile. La sua figura catalizzava l’attenzione di compagni, avversari, pubblico. La sua grandezza era inconcepibile al punto da rendere lecito il dubbio che possedesse la capacità di capire in anticipo cosa, da lì a poco, sarebbe accaduto. Lo chiamarono il profeta, Johan Cruijff, eppure non ebbe mai un Dio di cui fare le veci. Il Dio era lui.

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