Marlon Brando, un tram che si chiama immortalità

Infranse l’oscurità della quinta di un teatro con la sua bellezza atipica, lo sguardo profondo, le labbra carnose, con indosso una t-shirt sgualcita e un paio di jeans, mentre nel cuore pulsava una rabbia impossibile da domare, un terrore del rifiuto pari solo ai suoi modi ostentati, persino un po’ rozzi, sospinto da una disperata voglia di stupire, di differenziarsi, di sfondare. Marlon Brando è stato considerato il miglior attore di Hollywood, il più sopravvalutato, il più pagato, il più ingestibile sul set, il più propenso a ridurre kolossal in flop, il più incline a sprigionare quella scintilla capace di valorizzare i suoi personaggi rendendoli indimenticabili, l’unico ad aver respinto un oblio che pareva in procinto di divorarlo, il solo capace di imporsi come icona, dentro alla propria stessa icona.

Marlon Brando è nato il 3 aprile del 1924 ad Omaha, in Nebraska; terzo figlio di Marlon Brando Senior, un produttore di pesticidi e prodotti chimici il cui bisnonno era migrato negli Stati Uniti da una piccola cittadina della Germania, e di Dorothy Julia, di origine irlandese, la quale amministrava un teatro nella cui compagnia, oltre a recitare lei stessa, mosse i primi passi Henry Fonda. Insieme alle due sorelle maggiori di cinque e due anni, Jocelyn e Frances, il piccolo Marlon respirò un’atmosfera familiare «carica di una rabbia trattenuta, ma pronta a sfociare in violente liti». Il padre era cresciuto covando un profondo rancore nei confronti della propria madre che lo aveva abbandonato quando era ancora un bambino: di quel carico di sofferenza ne fecero le spese la moglie e i figli, principalmente l’unico maschio con cui ebbe sempre un rapporto conflittuale, persino di sfida. Brando lo avrebbe descritto come un uomo emotivamente instabile, incapace di dimostrare affetto che, oltre a essere un assiduo frequentatore di bordelli, aveva la tendenza ad alzare il gomito e peggio ancora le mani verso la moglie, almeno finché la futura star non fu sufficientemente adulto da intervenire arrivando a minacciare il genitore. Marlon adorava invece la madre, ”Dodie”: un’anticonformista che, oltre ad amare il cinema e la musica, nutriva un’insaziabile desiderio di sapere. Se inizialmente diede sfogo alle proprie stravaganze indossando abiti maschili, fumando sigarette e guidando auto oltre i limiti consentiti, nel tempo fu soggetta a forti crisi depressive aggravate da uno smodato abuso di alcool «forse perché il gin rappresentava l’unico anestetico per eludere una vita di delusioni e sconfitte».

Marlon aveva appena sei anni quando si trasferì con la famiglia a Evanston, una cittadina dell’Illinois vicina a Chicago – dove il padre aveva fondato la Calcium Carbonate Corporation -, mentre ne compì undici quando i genitori divorziarono. Ne sarebbe conseguito un altro trasloco, con la madre e le sorelle, a Santa Ana, in California, dove risiedeva la nonna materna. Marlon  Brando, soprannominato dalle donne di casa Bud, era un ragazzino ipersensibile, incapace di legare con i compagni di classe, spesso coinvolto in piccole risse con i coetanei che lo prendevano in giro a causa delle balbuzie ed i cui scarsi risultati scolastici sono da attribuire a una sorta di deficit da attenzione rilevato dagli insegnanti di ogni istituto da lui frequentato. Aveva inoltre una vera e propria fissazione per gli animali al punto da aver reso la casa della nonna una sorta di ospizio per cani e gatti abbandonati, feriti o affamati. Quando nel 1937 i genitori si riconciliarono, andarono a vivere a Libertyville, nell’Illinois, in una casa sufficientemente grande da accogliere tutta quella legione di creature rifiutate dal mondo e salvate da Marlon. Lì, era solito trascorrere i pomeriggi nella fattoria di sedici ettari di un certo Bradley, un vecchio che gli regalò una mucca, Violet, che mungeva egli stesso.

Dopo aver studiato con scarsi profitti alla “Libertyville High School”, il padre decise di iscriverlo alla “Shattuck Military Academy” nel Minnesota ma, dopo due anni altalenanti, tra insubordinazioni varie, una espulsione, seguita da una riammissione, a scrivere la parola fine a quell’esperienza spartana fu la rottura di una cartilagine del ginocchio destro durante una partita di football. Riformato dal medico dell’accademia, con giusto due esperienze lavorative saltuarie – due stagioni da usciere nell’unico cinema di Libertyville e un’estate come operaio in una piccola società edilizia – nella primavera del 1943 andò a vivere insieme alla sorella Jocelyn in un appartamento al Greenwich Village di New York per poi iniziare a studiare alla scuola d’arte drammatica, la “The Dramatic Workshop” dove fu allievo di Stella Adler, una ex attrice sostenitrice del le tecniche del metodo Stanislavskij  e che a opinione di Brando: «non divenne mai una vera diva perché dovette sbattere contro l’imperante antisemitismo dell’epoca ma che riuscì a riversare il suo immenso talento nell’insegnamento. Lei ti metteva nelle condizioni di esaminarti e di raggiungere le tue emozioni più nascoste». 

Nel 1944, appena ventenne, Marlon Brando fece il suo debutto teatrale a Broadway in una commedia agrodolce di John Van Druten: “I Remember Mama”; a cui fecero seguito tre drammi; “Truckline Café” incentrato sul ritorno in patria dei reduci dal titolo, “Candida” dove interpretava un giovane poeta innamorato di una donna più adulta e “A flag is born” un testo di propaganda politica a favore della creazione dello Stato di Israele. La svolta avvenne nel 1947 quando Elia Kazan, deciso a portare in scena “Un tram che si chiama desiderio” di Tennessee Williams, non riusciva a trovare un adeguato Stanley Kowalski da affiancare alle già scritturate Jessica Tandy per Blance e Kim Hunter per Stella. Sfumati gli accordi con John Garfield e Burt Lancaster, alla fine la produzione optò con il lasciar decidere all’autore originale. Marlon colse l’attimo e andò a conoscere Williams a Cape Code, dove aveva una casa per le vacanze e a quanto pare «dopo avergli aggiustato la toilette e chiacchierato per un paio d’ore, telefonò a New York per dire che la parte era mia».  

L’accurata regia di Kazan, la petulanza della Tandy e la massiccia presenza scenica di Marlon Brando garantirono a “Un tram che si chiama desiderio” un successo esorbitante. Tempo una manciata d’anni e nel 1950 si sarebbero aperti i cancelli di Hollywood da protagonista in un film di Fred Zinnemann, “Il mio corpo ti appartiene”, dove Brando – per la modica cifra di 10,000$ – interpreta un soldato paraplegico, che di ritorno dalla seconda guerra mondiale viene ricoverato in un ospedale specializzato per tentare di tornare a condurre una vita quasi normale. Le storie che si iniziarono a diffondere su Brando circa la scrupolosità con cui si era immedesimato nel suo primo ruolo e le basi gettate a teatro, convinsero Elia Kazan a confermarlo anche per l’adattamento cinematografico diUn tram che si chiama desiderio”. Al suo fianco, nuovamente Kim Hunter nella parte di Stella e la new entry Vivien Leigh per Blanche DuBois. La Warner Bros offrì a Marlon Brando appena 15,000$, il minimo salariale previsto per produzioni di questo tipo, ma il rozzo e brutale Kowalski gli fece guadagnare la sua prima nomination agli Oscar – riconoscimento che si aggiudicò invece Vivien Leigh, premiata come migliore attrice protagonista.

Sulle ali dell’entusiasmo, Kazan lo rivolle anche nella sua fatica successiva, “Viva Zapata!” dove vestì i panni del rivoluzionario messicano che si batté contro il dittatore Porfirio Diaz per i diritti dei contadini. Il Prix d’interpretation masculine, la seconda nomination agli Oscar – in questo caso l’Academy avrebbe ricompensato la sua spalla Anthony Quinn come miglior attore non protagonista – e un raddoppio netto del compenso, spinsero Marlon Brando tra le braccia di Joseph L. Mankiewicz che ne fece uno splendido Marco Antonio inGiulio Cesare”, trasposizione dell’omonima tragedia di William Shakespeare. Puntuale cadde la terza nomination agli Oscar, nuovamente sfumata, un meritatissimo BAFTA come miglior attore internazionale, oltre a un nuovo ruolo su misura, quello di un ribelle appassionato di motociclette in “Il Selvaggio” per la regia di Laszlo Benedek.

Le immagini di Brando con il giubbotto di pelle, in sella o in posa accanto a una motocicletta Triumph Thunderbird, sono rimasti incastrati nell’immaginario collettivo fino ad assumere la valenza di icona: non a caso la statua dell’attore presso il museo delle cere londinese Madame Tussauds raffigura proprio il personaggio di Johnny Strabler. Così come quando in “Accadde una notte” Clark Gable si tolse una camicia e l’assenza dell’allora gettonatissima canottiera provocò un vero disastro per l’industria di quell’indumento, l’uscita di “Il Selvaggio” determinò un’impennata delle vendite dei giubbotti di pelle.

Al che Marlon Brando si concesse una parentesi teatrale, seppur rifiutando i 5,000$ a settimana offertegli per un mese a Broadway per i 5000$ a cui Lee Falk poté arrivare per averlo a Boston in “Arms and the Man”. Uno stipendio d’oro di ben 90.000$, il più alto percepito da un attore all’epoca, giunse nel 1954 quando Elia Kazan lo chiamò per la terza volta a rapporto per “Fronte del porto”; film incentrato sulla redenzione di Terry Malloy, uno scaricatore di porto ed ex pugile costretto a fronteggiare la malavita locale. Alla quarta nomination vinse così il suo primo Oscar come migliore attore protagonista, un Golden Globe ed un BAFTA.

Durante gli anni ‘50 Marlon Brando continuò a mietere successi. Nel 1954 in “Desirée” diede vita a un convincente Napoleone Bonaparte accanto a Jean Simmons, che avrebbe ritrovato a fianco l’anno dopo in “Bulli e pupe”, unico musical a cui prese parte in carriera; dopo di che si dedicò a tre pellicole in cui la tematica della guerra ebbe un ruolo primario: da “La casa da tè alla luna d’agosto” dove interpretò un reduce della guerra giapponese, a “Sayonara” dove è un ufficiale dell’aviazione statunitense durante la guerra in Corea – ruolo che gli procurò la quinta nomination agli Oscar come migliore attore – per arrivare a “I giovani leoni” dove si tinse i capelli di biondo e cercò di recitare al meglio con un accento tedesco il nazista pentito Christian Diestl in un film in cui si trovò accanto uno dei suoi migliori amici; Montgomery Clift. Quel decennio si chiuse con “Pelle di serpente” con Sydney Lumet dietro la macchina da presa, Joanne Woodward e Anna Magnani a fianco e un cachet di 500,000$ per proporre sul grande schermo una sorta di atto d’accusa nei confronti del profondo Sud, descritto come un vero e proprio inferno, dove la violenza regna sovrana.

Acquistati i diritti del romanzo “I due volti della vendetta”, nel 1961, non essendo convinto né di Stanley Kubrick né di Sam Peckinpah, decise di improvvisarsi regista e interpretare lui stesso un bandito che esplora il selvaggio West in cerca di tesori. L’esperienza fu carica di problematiche economiche, ingigantite da una prima versione di 282 minuti, drasticamente ridotti a 141 e una gelida accoglienza al box office.

Nel 1962 assunse quindi le sembianze del leggendario primo ufficiale Fletcher Christian in “Gli ammutinati del Bounty”. Se il compenso record di 1 milione di dollari fece scandalo – in quanto più del triplo rispetto ai contratti proposti ad attori suoi pari quanto a fama – gli incassi, per quanto buoni, non rispettarono le attese. Fu così che la Metro-Goldwyn-Mayer accusò Brando Brando di essere il responsabile  dell’insuccesso del film per via del suo controverso modo di porsi durante le riprese e, vuoi perché la critica iniziò a stroncarlo sistematicamente, vuoi per la carenza di rilevanza delle pellicole, i successivi e “Missione in Oriente”, “I due seduttori”, “I morituri” furono tutti dei madornali flop.

NEW YORK – MARCH 30: Best actor winner Marlon Brando poses backstage at the 27th Academy Awards holding an Oscar for his performance in the movie “On The Waterfront” on March 30, 1955 in New York City, New York. (Photo by Michael Ochs Archives/Getty Images)

Quelli furono anni turbolenti anche sotto il profilo sentimentale: sposatosi una prima volta nel 1957 con l’attrice Anna Kashfi – da cui ebbe il primo figlio Christian e nella cui dipendenza dall’alcool riconobbe probabilmente i tratti dell’amatissima madre morta tre anni prima -, dopo appena otto mesi chiese il divorzio per convolare a nozze con un’altra collega, la messicana Movita Castaneda – con cui generò Miko e Rebecca -, nel nome di un’unione che resistette un anno dato che nel 1962 prese in moglie Tarita Terapiia – conosciuta sul set di “Gli ammutinati del Bounty” e che partorirà Simon e Cheyenne, concepita tra l’altro tramite inseminazione artificiale -, il tutto mentre per una decina d’anni si tenne come amante l’attrice Rita Moreno – che a distanza di trent’anni avrebbe associato all’insaziabile ricerca di donne da parte di Marlon un rifiuto della sua presunta bisessualità -. In quel periodo comprò anche un’intera isola nella Polinesia francese chiamata Tetiaroa; ma la pace che suggerisce lo scenario non si è mai riflesso nel quotidiano della star e della sua famiglia.

Nel 1966 Marlon Brando tentò di rilanciare la propria carriera nel film “La caccia” dove tenne “a battezzo” due stelle emergenti quali Robert Redford e Jane Fonda e interpretò uno sceriffo che cerca di catturare un bandito. Polemico nato, Arthur Penn sfruttò quella regia per denunciare apertamente la brama di partecipare alla caccia all’uomo, contro la rivoluzione sessuale e contro il razzismo. I pesanti attacchi subiti nei confronti delle tematiche spezzarono le gambe al film, mentre l’astro di Marlon Brando non riprese luce nemmeno tramite il western “A sud-ovest di Sonora” né tanto meno in “La notte del giorno dopo” dove interpreta il rapitore di una ricca ragazza.

Nonostante le attese per la regia firmata dal leggendario Charlie Chaplin e un sex symbol come Sophia Loren come co-protagonista, pure “La contessa di Hong Kong” fu un flop commerciale pari solo all’altra pellicola datata 1967, “Riflessi in un occhio d’oro”, accanto a Elizabeth Taylor, dove si identificò in un tormentato militare di carriera – che avrebbe dovuto essere interpretato da Montgomery Clift se solo non fosse morto nel luglio dell’anno prima. Il decimo fiasco, definito dall’attore «il mio suicidio artistico» fu “Candy e il suo pazzo mondo”, pessima, se non ridicola, rappresentazione della cultura hippy. Precipitato in un pozzo senza fondo, il declino di Brando proseguì con il seppur nel tempo rivalutato “Queimada”, un’opera di Gillo Pontecorvo che sottintendeva una palese critica verso ogni forma di colonialismo.

A partire dal 1968 Marlon Bando rifiutò qualsiasi ruolo propostogli – compreso “Il compromesso”, terzultimo film di Elia Kazan – finché nel 1972 tornò sul grande schermo con “Improvvisamente, un uomo nella notte”, ispirato al romanzo “Giro di vite” di Henry James. In quella circostanza ebbe un onorario di 50,000$ simbolici ma le recensioni positive non smossero la Paramount che accettò di assecondare il desiderio di Francis Ford Coppola di avere Brando in “Il Padrino” solo se l’attore avesse lavorato gratuitamente e firmato un accordo in cui si impegnava di non causare problemi durante le riprese. Il suo Don Vito Corleone gli porterà in dono il secondo Oscar ma, unico caso nella storia del cinema insieme a quello di George C. Scott, Brando non si presentò alla cerimonia delegando Maria Cruz, un’attivista per i diritti civili di sangue per metà amerindo e per metà europeo, a tenere un discorso di denuncia e di protesta contro l’ambiente hollywoodiano.

Quella dei nativi americani non fu la prima causa a cui si avvicinò l’attore che, dopo aver finanziato in parte la candidatura alla presidenza di John Fitzgerald Kennedy, si dichiarò non votante e non prese mai più alcuna posizione politica, preferendo impegnarsi a favore del movimento afroamericano, così come fu un attivista contro l’apartheid.

Dopo la rinascita sancita da “Il Padrino”, nel 1972 Marlon Brando tornò in Europa per essere diretto da Bernardo Bertolucci in un ruolo in precedenza rifiutato da Trintignant, Belmondo e Delon; quello di un americano la cui esistenza è stata spezzata dal suicidio della moglie e che nella capitale francese si innamora di una disinibita ventenne – Maria Schneider -; ovvero “Ultimo tanto a Parigi”. I contenuti audaci espressi in diverse scene portarono al ritiro di diverse copie dal mercato e, oltre a intralciare la corsa di Brando agli Oscar – giunto alla sesta nomination – il risultato finale lo turbò al punto da impedirgli di presenziare a qualsiasi première, nonché a mantenere le distanze dal regista italiano fino alla metà degli anni ’90 quando un confronto sanò in parte le incomprensioni.

Ad ogni modo, i mesi di lavorazione di “Ultimo tanto a Parigi” furono densi di angosce per Marlon perché, mentre si trovava in Francia, la prima moglie rapì il figlio Christian e lo affidò a due hippie insieme a 10,000$ affinché lo tenessero con loro per qualche settimana. Quella trovata, ideata al solo scopo di vendicarsi dell’ex marito che aveva ottenuto l’affidamento, si complicò quando i due sostennero di non aver mai visto quella somma e si rifiutarono di riconsegnarle il ragazzino. Brando dovette così ingaggiare due investigatori privati che, alcuni mesi dopo, ritrovarono Christian in Messico, malato e febbricitante.

Dopo quattro anni di assenza dallo schermo, nel 1976 Marlon Brando affiancò Jack Nicholson in “Missouri” a cui seguì l’ingaggio faraonico di “Superman” nel quale interpretò il padre del supereroe per quasi 20 milioni di dollari in soli 12 giorni di riprese. Attraverso questo enorme profitto, Brando riuscì a realizzare una serie sui nativi americani, “Radici”, alla quale prese parte in un episodio.

L’anno successivo l’attore consacrò definitivamente il proprio mito con l’interpretazione del colonnello Kurtz in “Apocalypse Now”, altra pellicola fuori dall’ordinario di Francis Ford Coppola. Presentatosi sul set appesantito di circa 18 kg e rasato a zero per esigenze di copione, Marlon Brando chiese al direttore della fotografia Vittorio Storaro se fosse possibile girare le proprie scene cult in penombra, in modo da celare il più possibile il suo progressivo decadimento fisico. Il monologo di Kurtz, un disertore ritiratosi nella giunga dove conduce e un’esistenza da semidio venerato da migliaia di indigeni, costituisce una pietra miliare del cinema.

La decade degli ’80 si dispiega tra due film: “La formula”, dove ottiene 3 milioni di dollari per sole tre scene, e “Un’arida stagione bianca” girato nove anni dopo, nel 1989, lavorando gratuitamente, ormai avviato verso l’obesità, ma ancora capace di performance eccelse dato che la Academy lo nominò come migliore attore per la settima volta.

La vita di Marlon Brando è stata un susseguirsi di crisi depressive e crolli nervosi, alcuni causati dall’esasperata immedesimazione nei ruoli, altri per i costanti problemi familiari in cui si è imbattuto, dall’infanzia alla vecchiaia. Certamente, la figlia prediletta, Cheyenne, fu il fulcro di una serie di dolori. Soggetta a crisi depressive e dedita all’uso di sostanze stupefacenti, nel 1986 si fidanzò con Dag Drollet, dal quale rimase incinta tre anni dopo. Nel 1989, dopo una lite con l’uomo fu vittima di un grave incidente mentre era al volante della propria auto e, rimasta orribilmente sfigurata in volto, fu solamente per via dell’interessamento del padre, il quale contattò i migliori chirurghi plastici del mondo, se rimase solamente due cicatrici. Il 16 maggio 1990 si consumò inoltre l’omicidio di Drollet da parte del figlio maggiore di Brando, Christian, probabilmente perché estenuato dalle violenze subite dalla sorella Cheyenne. Condannato a dieci anni di prigione, Christian ne scontò solo 5 per buona condotta, ma nell’ottobre del 1991 venne emesso un mandato di cattura per Cheyenne, accusata di complicità nell’omicidio, dopo che questa – diventa madre – era fuggita dalla clinica psichiatrica di Parigi dove era ricoverata per aver tentato due volte il suicidio. La ragazza venne poi arrestata un mese dopo a Orleans, dove si trovava insieme al padre, per essere immediatamente scarcerata e da lì a poco definitivamente scagionata.  La tragedia raggiunse il suo apice il 16 aprile del 1995 quando Cheyenne, appena 25enne, si tolse la vita impiccandosi nella casa della madre a Tahiti.

Difficile stabilire se il riavvicinamento al cinema effettuato negli anni ’90 fu per una sua intima necessità inconfessata – e inconfessabile -, per alleviare il carico di disperazione che lo opprimeva o per rifornire le proprie casse. Dopo aver sfidato sé stesso proponendo una versione soft di un simil Vito Corleone in “Il boss e la matricola”, Brando rimase aspirato nell’inutilità di “Cristoforo Colombo – La scoperta”, una pellicola mal prodotta e ignorata dal pubblico e non trovò ispirazioni sufficienti nemmeno in “L’isola perduta”.

L’incommensurabile classe di Marlon Brando si riesumò come per incanto calandosi nello psichiatra che ha in cura un fantasioso Johnny Depp in “Don Juan De Marco – Maestro d’amore”, nei graffianti dieci minuti in cui appare in “Il coraggioso” e nell’interpretazione del sadico direttore di un penitenziario in “In fuga col malloppo”, ultimo film in cui viene citato per primo nei titoli di testa. Non si smentì nemmeno nella sua ultima fatica artistica, “The Score”, dove ebbe numerosi screzi con il regista Frank Oz  fino a richiedere di essere diretto da Robert De Niro, con cui recitò per la prima e ultima volta.

I suoi ultimi anni si sarebbero trascinati tra le diatribe inerenti alle scene eliminate in “Superman II”, a causa dello stratosferico compenso richiesto per l’utilizzo della sua immagine, e due fugaci apparizioni; la prima in uno uno spot con Woody Allen e Nelson Mandela per Telecom, la seconda in occasione del “Michael Jackson: 30h Anniversary”, quando lanciò in una filippica fuori copione contro gli abusi sui bambini. Da quel momento, al grande pubblico, avrebbe concesso solo la sua voce, nel doppiaggio rimasto inedito in “Big Bug Man” e nel videogioco “Il Padrino”.

Sofferente di diabete, ormai incapace di camminare per via dei quasi 140 kg di peso raggiunti e preoccupanti problemi di circolazione, nel 2001 venne ricoverato per una forte polmonite che gli compromise le vie respiratorie fino a portarlo alla morte, a causa di un enfisema, alle 18,30 del il 1 luglio 2004. Quando due anni dopo la sua scomparsa uscì “Supermen Returns”, Marlon Brando rivisse tramite diverse immagini di archivio rimaste inedite. Fu l’ultima conferma di come le sue ceneri, disperse a Tahiti e nella Death Valley, avrebbero continuato ad aleggiare su Hollywood per sempre.

Sin dal principio Hollywood non amò Marlon Brando. Semplicemente, rimase stregato dal suo talento, sedotto dal suo carisma. E ne fece un mito. Finché venne diretto da registi dotati di uno spessore tale da poterne modellare l’indole ribelle, prima che i suoi personaggi divenissero un riflesso dell’uomo problematico e ingombrante quale era. Al che il sistema lo acclamò, lo accettò, lo sfruttò. Quando Marlon Brando se ne rese conto forse ne soffrì o forse, chissà, la presunzione che lo caratterizzava, il rifiuto verso una qualsiasi autorità di cui era impregnata la sua pasta, lo spinse verso una serie di eccessi, di prese di posizione, che ne influenzarono le scelte, pregiudicando buona parte della sua carriera; seppure, quella luce, quella fiamma geniale riuscì, di tanto in tanto a lasciare tracce indelebili. Di certo, fu incapace di ricambiare quella riconoscenza, quel rispetto che Hollywood mai gli negò. Non riuscì a convivere con lo scorrere del tempo. Non riuscì a comprendersi. Lui per primo, non riuscì ad amarsi. Ancorato alla sua stessa icona, non fu in grado di seppellire il proprio passato, di dimenticare le proprie tragedie, di far pace con il proprio nome.

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