Audrey Hepburn, classe senza tempo

Aristocratica, elegante, raffinata, affascinante, ma allo stesso tempo, semplice, spontanea, candida al punto da apparire eterea, trasparente. In lei non vi era nulla di forzato, di costruito, di artefatto. Non si è mai omologata, non ha mai considerato l’ipotesi di esibirsi, non ha mai tentato di imporsi con invadenza. Era sufficiente la sua figura sottile, il candore della pelle, quegli occhi profondi, da cucciolo ferito, perché in sua presenza l’atmosfera cambiasse, perché il mondo la fissasse. Audrey Hepburn divenne la musa di Givenchy, rese famosa la Vespa in tutto il mondo, si librò dal teatro al cinema, dalla commedia al dramma, con disinvoltura, con classe, senza mai calcare la mano, vincendo premi di ogni tipo, senza mai essere rapita dal proprio carisma; amando, soffrendo, senza invecchiare, perché le icone non tramontano mai.

Audrey Kathleen Ruston nasce il 4 maggio del 1929 a Ixelles, un sobborgo di Bruxelles all’interno di una famiglia altolocata e dalle immense possibilità. Joseph Victor Anthony Hepburn Ruston – la cui nonna materna discendeva da Edoardo III d’Inghilterra e James Hepburn, IV conte di Bothwell – fu console onorario a Samarang, nelle Indie orientali olandesi, e dopo il divorzio dall’ereditiera olandese Cornelia Bisschop, sposò la baronessa Ella van Heemstra, come la prima moglie nata nei Paesi Bassi, e madre di Audrey, nonché di altri due maschi nati dal suo precedente matrimonio con il nobile Hendrik Gustaaf Adolf Quarles van Ufford. Divenuto assicuratore presso una prestigiosa compagnia britannica, il padre costrinse moglie e figli a diversi spostamenti tra il Belgio, il Regno Unito e l’Olanda finché, nel 1935, divenuto un simpatizzante del nazismo, l’unione si risolse in un divorzio e Audrey si trasferì ad Arnhem con la madre e i fratellastri.

La speranza di aver trovato un luogo sicuro si rivelò un’illusione e pure quella cittadina sul Basso Reno venne risucchiata nella spirale della seconda guerra mondiale. Dopo aver cambiato il proprio nome per ragione di sicurezza in Edda van Heemstra, dal 1939 al 1945 Audrey frequentò il conservatorio dove studiò danza, per lì distinguersi e, nonostante l’invasione tedesca, partecipare a diversi spettacoli. Durante l’inverso del 1944 il suo fisico gracile fu messo a dura prova dal freddo e dalla fame in quanto i nazisti, ormai torchiati dallo sbarco in Normandia da parte delle truppe alleate, iniziarono a confiscare le già limitate riserve di cibo e carburante. Debole di costituzione, già da bambina rischiò di morire a causa delle pertosse, ma la denutrizione sofferta ad Arnhem la resero fortemente anemica e asmatica ed i 40 kg, a fronte del suo metro e 75 di altezza, furono una fonte di angoscia per la madre che, per quanto descritta come una donna incapace di dimostrare affetto, fece sempre tutto il possibile per i tre figli e, soprattutto, pare amasse profondamente proprio Audrey.

La liberazione dei Paesi Bassi avvenne il 4 maggio del 1945, giorno in cui compì sedici anni, ma la violenza che si consumò nell’arco di quel brutale periodo lasciarono nel suo animo una ferita indelebile al punto che anche a distanza di decenni avrebbe raccontato che: «La sensazione di conforto nel ritrovarsi liberi, è impossibile da esprimere a parole. La libertà è qualcosa che si sente nell’aria. Per me, è stato il sentire i soldati parlare inglese, invece che tedesco e l’odore di vero tabacco che veniva dalle loro sigarette». Incapace di covare rancore, all’inizio degli anni ’70 Audrey avrebbe persino riallacciato i rapporti con il padre, nel frattempo trasferitosi a Dublino, ormai depresso al punto da ritenersi un uomo fallito sotto tutti i punti di vista. Eppure, nonostante il dolore e la delusione che egli le provocò – al punto da avvertire nelle colpe del genitore una sorta di macchia su di lei riflessa – la celebre figlia ne risollevò le finanze e gli fu quanto possibile vicino fino al giorno della morte, avvenuta nel 1980.

Ad ogni modo, dopo aver continuato gli studi di danza ad Amsterdam, nel 1948 Audrey Hepburn si trasferì a Londra; dove prese le azioni da Marie Rambert. Fu proprio l’ex ballerina polacca, poi insegnante di Nižinskij, a spiegarle che, pur possedendo un talento straordinario, il problema legato al suo 1 metro e 67, ingigantito dalle «ossa troppo deboli» – sicuramente a causa della malnutrizione sofferta durante la guerra -, riducevano al minimo le sue chance di diventare una prima ballerina.

Costantemente protesa verso l’eccellenza, Audrey decise così di dedicarsi al cinema. Dopo essersi prestata al progetto educativo “Nederlands in zeven lessen”, ossia un documentario in cui spiegava l’olandese in sette lezioni, tra il 1948 e il 1951 si cimentò in una serie di musical in teatro. Il su debutto sul grande schermo avvenne nel 1951 in “One wild oat”, dove compare nel ruolo di una centralinista. Nello stesso anno, fu inoltre inserita nel cast di “Risate in paradiso”, “L’incredibile avventura di Mr. Holland” e “Racconti di giovani mogli”, mentre Jean Boyer le riservò una figura di spicco in “Vacanze a Montecarlo” – dove si immedesima in una diva del cinema a cui è, per sbaglio, stato sottratto il figlio. Durante le riprese di quest’ultimo film, la scrittrice Colette, rimase letteralmente folgorata dalla classe e dalla semplicità di Audrey che la impose come protagonista nell’adattamento teatrale del suo noto romanzo, “Gigi”, trasformato in una commedia per Broadway,. Alla comunicazione ufficiale la nuova star esclamò: «Oh, cielo. E devo ancora imparare a recitare».

Dall’oggi al domani Audrey si ritrovò catapultata sul palcoscenico più famoso del mondo dove debuttò il 24 novembre 1951. Le repliche dello spettacolo durarono sei mesi e i consensi riscossi le fruttarono il Theatre World Award come miglior esordiente. In quei mesi si parlò anche di matrimonio con un imprenditore britannico, tale James Hanson, ma temette che la lontananza avrebbe presto inasprito i loro rapporti e, di conseguenza, intralciato la sua carriera che a livello cinematografico ebbe un forte scossone grazie a “The secret people”, film diretto da Thorold Dickinson e durante le cui riprese strinse una forte amicizia con Valentina Cortese.

Sempre nel 1952 si sottopose a un provino per il film della Paramount “Vacanze romane”: se la casa di produzione premette fino allo sfinimento affinché il ruolo della Principessa Anna fosse affidato a Elizabeth Taylor, il regista, William Wyler fu irremovibile nel volere Audrey Hepburn. Anche l’interprete maschile principale, Gregory Peck, rimase stregato dal fascino e dall’innocenza della collega al punto da chiedere alla Paramount Pictures che nei titoli il nome della Hepburn fosse messo in risalto quanto il suo. Audrey ripagò la fiducia vincendo l’Oscar come migliore attrice protagonista oltre al Golden Globe, al BAFTA e al NYFCC. Nonostante ciò, la sua routine non cambiò più di tanto: terminate le riprese tornò a New York, dove fu impegnata nelle repliche di “Gigi” per altri otto mesi e seppure la Paramount Pictures le offrì un contratto per sette film, lei pretese pause di dodici mesi tra un impegno e l’altro perché potesse, eventualmente, recitare a teatro.

Se “Vacanze romane” rappresentò per Audrey Hepburn una sorta di decollo, l’investitura ufficiale avvenne con “Sabrina”. Con Billy Wilder dietro alla macchina da presa, Audrey vestì i panni di Sabrina Fairchild, una timida e graziosa ragazza figlia dell’autista di una famiglia miliardaria di Long Island, i Larrabee, da sempre innamorata del secondogenito – William Holden – ma infine conquistata dal ben più responsabile primo erede, ossia Humphrey Bogart. Vestita per la prima volta dallo stilista francese Givenchy, la Hepburn ricevette una seconda nomination all’Oscar come migliore attrice, mentre furono proprio i costumi ad aggiudicarsi la statuetta.

Nel 1954 tornò in teatro con il dramma “Ondine” per cui ricette un Tony Award e dove spiccò a fianco di Mel Ferrer, conosciuto durante una festa organizzata da Gregory Peck e destinato a diventare suo marito da lì ad otto mesi. Si costruirono la fama di essere una coppia affamatissima lavorando insieme anche al cinema; prima in “Guerra e pace” dove furono diretti da King Vidor, poi in “Verdi dimore”, dove Ferrer passò alla regia, piazzando a fianco della moglie Anthony Perkins. Diventata una delle più ricercate attrici di Hollywood, forte del prestigioso Henrietta Award come migliore attrice del cinema mondiale, venne scritturata per “Cenerentola a Parigi” – il quale le offrì l’occasione, dopo tanti anni passati a studiare danza, di ballare insieme a Fred Astaire – mentre per la terza volta venne diretta da Billy Wilder in “Arianna”. Al 1959 risale invece “La storia di una monaca”, pellicola per la regia di Fred Zinnemann, ispirata alla storia di Suor Marie Louise Habets, e che le porterà in dono le nomination ad Oscar e Golden Globe oltre al secondo BAFTA.

Audrey chiuse gli anni ’50 recitando nel film di John Huston “Gli inesorabili”, con Burt Lancaster. Pare che quell’esperienza insolita l’avesse elettrizzata al punto da rifiutare controfigure, almeno fino a una disastrosa caduta da cavallo che le provocò un secondo aborto. Amante degli animali, Audrey era sempre accompagnata dall’inseparabile yorkshire Mr. Famous ma, durante il periodo di convalescenza, il marito si presentò in ospedale con il cerbiatto in precedenza comparso in “Verdi dimore” e battezzato dalla coppia Pippin. Il primo e unico figlio di Ferrer e della Hepburn sarebbe nato il 17 luglio del 1960 a Lucerna. Ciò costrinse la dive ad un annetto di pausa, per quindi ripresentarsi avvolta nel leggendario tubino nero, ovviamente griffato Givenchy, per “Colazione da Tiffany”, opera tratta dal romanzo di Truman Capote e diretta da Blake Edwards. La sua Holly Golightly è tuttora considerata una delle figure più incisive e rappresentative del cinema statunitense del XX secolo e la sua interpretazione fece guadagnare la quarta nomination all’Oscar e la sesta ai Golden Globe.

Sempre nel 1961 uscì nelle sale “Quelle due”, pellicola ispirata a una pièce drammatica di Lillian Hellman in cui duetta con l’altrettanto strepitosa Shirley McLaine. Il terzo BAFTA giunse grazie ad una magistrale performance in “Sciarada”, accanto a Gary Grant che dirà: «D’ora in poi l’unico regalo che desidero per Natale sarà un altro film con Audrey Hepburn!». Al sobrio Happy Birthday dear Jack cantato in onore dell’ultimo compleanno festeggiato dal presidente John Kennedy seguirono uno dei film più cari all’attrice, “Insieme a Parigi”, in cui oltre a ritrovare William Holden ebbe il piacere di condividere la scena con Marlene Dietrich, e uno dei più complicati: “My Fair Lady”. Ad interpretare il ruolo di Eliza a Broadway era stata Julie Andrews ma George Cukor si rifiutò di affidarle il ruolo nella versione cinematografica. Titubante, la Hepburn prese le difese della giovane quanto poco conosciuta collega, ma nel momento in cui le venne fatto presente che in alternativa il ruolo sarebbe andato a Liz Taylor, la britannica accettò. Anche dopo essersi presa il ruolo, i problemi si estesero comunque sul set; basti pensare che messa al corrente che sarebbe stata doppiata nei pezzi musicali, in segno di protesta minacciò di fare le valigie; poi chissà, probabilmente Mel Ferrer la convinse a tornare sui propri passi.

Per uscire da una crisi depressiva in seguito all’ennesimo aborto, Audrey Hepburn accettò di tornare alla corte di William Wyler nella commedia poliziesca “Come rubare un milione di dollari e vivere felici” per lì duettare con Peter O’Toole ed Eli Wallach. Film innovativo per la costruzione non lineare della vicenda fu “Due per la strada”, insieme ad Albert Finney, il cui tema del divorzio sarebbe, da lì a un anno, sfociato anche nella vita reale della Hepburn che avrebbe chiuso ogni rapporto con Mel Ferrer dopo l’ultimo ciak battuto da Terence Young in “Gli occhi della notte”; dove la sua interpretazione di una donna cieca le valse una quinta candidatura agli Oscar nonché la decima ai Golden Globe.

Sprofondata in una profonda crisi personale, durante una crociera conobbe lo psichiatra italiano Andrea Dotti, poi sposato nel 1969 e con cui avrebbe avuto il secondo figlio, Luca, nato l’8 gennaio del 1970. Ne conseguì un  allontanamento dalle scene fino a quando i continui tradimenti da parte del medico rovinarono il matrimonio al punto da spingerla, a distanza di nove anni, di tornare al cinema. Dopo aver incantato il pubblico insieme a Sean Connery nel crepuscolare “Robin e Marian”; a distanza di dodici anni rinnovò la fiducia a Young che diresse lei e Ben Gazzarra in “Linea di sangue”, per quindi gettarsi anima e corpo in “…e tutti risero”, raffinatissima pellicola di Peter Bogdanovich dove Audrey primeggia sempre accanto a Gazzara. Girato nel quartiere di Manhattan con una piccola troupe, l’intera lavorazione fu segnata da problemi personali tra i due protagonisti che dopo essersi innamorati sul set precedente dovettero distaccarsi per via dell’ingresso nella vita di Gazzara della giovanissima modella Elke Krivat, poi divenuta sua terza moglie A spezzare definitivamente le gambe all’opera fu però la pubblicità negativa conseguente al tragico omicidio-suicidio messo in atto dal fotografo Paul Snider perché incapace di accettare che la moglie, Dorothy Stratten, si fosse legata sentimentalmente a Bogdanovich durante le riprese. L’ultima apparizione di Audrey Hepburn risale al 1989, quando Steven Spielberg le propone il ruolo di un angelo di nome Hap nel romantico “Always – Per sempre”.

Nominata ambasciatrice dell’UNICEF, da quel momento concentrò tutte le sue energie per aiutare i bambini dei paesi poveri del mondo; fino a che, nel 1992, di ritorno da un lungo viaggio in Somalia, l’attrice accusò forti dolori allo stomaco. Siccome da una decina d’anni risiedeva, insieme all’attore olandese Robert Wolders, a Tolochenaz, presso il Lago di Ginevra, inizialmente decise di farsi visitare da un medico svizzero. In parte spinta da una manciata di impegni di lavoro, in autunno decise però di volare a Los Angeles per consultare specialisti più esperti i quali scoprirono l’esistenza di un tumore sviluppatosi lentamente all’intero colon. Prima di sottoporsi a una prima operazione, fece in tempo a registrare un album di letture di fiabe, “Audrey Hepburn’s Enchanted Tales”, così come 20 giorni dopo l’intervento chirurgico lavorò come presentatrice nel programma televisivo “Gardens of the world with Audrey Hepburn”; la cui prima puntata andò in onda il giorno seguente alla sua morte e per cui ricevette un Emmy postumo; così come l’album le valse u Grammy. Il secondo intervento cancellò ogni speranza in quanto i medici stabilirono che il tumore era ormai troppo esteso per essere curato.

Quando corse voce che le condizioni disperate rendevano impossibile l’utilizzo di un normale volo di linea per tornare in Svizzera, intervenne il suo fedele amico Hubert de Givenchy il quale le fece trovare un jet privato attrezzato per l’occorrenza e pieno di fiori. Audrey Hepburn morì nel sonno la sera del 20 gennaio 1993, a soli 63 anni. A officiare il funerale fu chiamato il sacerdote Maurice Eindiguer che, trentanove anni prima, aveva sposato la Hepburn e Ferrer. Venne sepolta a Tolochenaz ed alle esequie oltre ai figli, presenziarono gli ex ex-mariti Mel Ferrer e Andrea Dotti, e un disperato Hubert de Givenchy, l’uomo che l’aveva trasformata in icona e che, leggenda vuole, l’avrebbe pianta e ricordata fino al giorno della propria morte, avvenuta il 10 marzo del 2018.

Audré gli catturò il cuore sin dal primo incontro, quando pur egli nobile di casato, non ancora trentenne, bellissimo, in ascesa e sopraffatto dal lavoro gli dissero che la signora Hepburn desiderata visionare qualche abito della sua collezione, possibilmente in sua presenza. Lui si ricompose di fretta, ma quando la sua ospite si presentò sulla soglia della porta la fissò turbato. Audré, come la chiamava lui, si accorse dell’equivoco: «Forse lei aspettava Katherine, io sono Audrey. Non si preoccupi, succede spesso. Vuole che me ne vada?». La gentilezza nel tono della voce, l’educazione nel limitarsi ad affacciarsi senza entrare nella stanza, quell’alone di magia che sembrava avvolgerne la figura, lo conquistarono. «No, entri pure». E destino volle, che non se ne andasse mia più.

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