John Isner, il gigante dal cuore puro

Il sogno americano parte da lontano, quando uno studente di Harvard, Richard Sears, dal 1881 al 1888 vinse sette edizioni consecutive del U.S Championships. Dopo “Il Bostoniano” venne William Learned. Eccelleva nell’hockey e nell’equitazione, ma fu nel tennis a lasciare il segno: 7 U.S Championships. Finì male: durante la guerra ispano americana contrasse la meningite spinale rimanendo parzialmente paralizzato, finché si tolse la vita con una calibro 45. Gli anni ’20 incoronarono Bill Tilden: benestante, orfano di madre, messo in disparte dal padre e che si prese la sua rivincita trionfando 3 volte al Roland Garros, 7 all’U.S Championships e altrettante in Coppa Davis, battendo, perdendo e a volte condividendo tutto insieme al fido scudiero William Johnston. Fu made in USA anche il primo signore del Grande Slam Don Budge, così come l’uomo che perse la battaglia dei sessi Bobby Riggs, e il devastante Jack Kramer, poi divenuto primo direttore dell’Associazione dei giocatori professionisti, poi evoluta in ATP. Se Tony Trabert precedette l’invasione aussie, gli USA si riscattarono con Stan Smithquello delle scarpe -, con Arthur Ashe fecero dono al mondo del primo tennista di colore capace di vincere uno slam, per poi infiammare animi e albi d’oro con gli estrosi attaccabrighe Jimmy Connors e John McEnroe. Il potere yankee si sarebbe fatto valere con il robotico Jim Courier, con il variopinto quanto versatile Andre Agassi, toccando forse il proprio apice con l’immenso Pete Sampras per poi doversi accontentare del burlone Andy Roddick. In mezzo, c’è stato tanto altro: egregi campioni, inappaganti campioni a metà, onesti artigiani della racchetta, talenti sprecati. In questo turbinio si distingue John Isner: il gigante dal cuore puro sui cui palmi non sono state impresse le sacre stigmate dei fuoriclasse, ma è riuscito ad emergere grazie all’incrollabile dedizione, ai sacrifici, alla capacità di fissare degli obiettivi che andavano al di là delle ambizioni personali; forse inconsapevole che non solo gli Stati Uniti, il mondo intero, ha bisogno di eroi e di sogni che si avverano, di storie con un lieto fine.

John Isner è nato a Greensboro, in Carolina del Nord, il 26 aprile del 1985. Il padre, Robert, è un ingegnere e costruttore edile, mentre la madre, Karen, un agente immobiliare. John ha iniziato a giocare a tennis a nove anni ma le lunghe leve, che già lasciavano presagire il superamento dei 2 metri di altezza, resero inevitabili una serie di accortati consigli da parte di allenatori vari di posare la racchetta a favore della palla a spicchi. Lui lasciò parlare il proprio cuore, senza nutrire aspettative, semplicemente dedicandosi con passione a ciò che amava fare. Certo, giocò pure a basket, soprattutto nel campetto che il padre aveva in predisposto nel giardino della loro villetta per i figli maggiori, Nathan e Jordan. Forse non a caso, i ricordi della sua infanzia a cui è particolarmente legato lo riconducono proprio quel luogo, a quelle sfide con i fratelli, alla voce di mamma Karan che li incita a rincasare.

Mentre frequentava la University of Georgia, dove si sarebbe laureato in Scienze della Comunicazione, vinse diverse partite a livello NCAA – ossia l’organizzazione sportiva universitaria degli USA – fino ad aggiudicarsi il titolo individuale nel 2006 ed a squadre del 2007. Fino ai 22 anni, a livello professionistico il suo nome era quanto mai oscuro; basti infatti pensare che tra il 2003 e il giugno 2007 prese parte a tre Challenger – dove vinse un solo match – e a un torneo ATP – grazie una wild card – per essere eliminato dal n.140 del mondo Dick Norman. All’epoca era accompagnato ai tornei da colui che considera il suo primo coach, un certo Oscar, boliviano di nascita, con cui era solito giocare a carte e guardare il wrestling.

KEY BISCAYNE, FL – APRIL 01: John Isner serves to Alexander Zverev of German during the men’s final of the Miami Open Presented by Itau at Crandon Park Tennis Center on April 1, 2018 in Key Biscayne, Florida. (Photo by Matthew Stockman/Getty Images)

La vita di John Isner cambia a fine luglio del 2007 quando, alla vittoria del  Challenger di Lexington segue un infortunio del cileno Fernando Gonzales che lo costringe al forfait al torneo di Washington. Il posto vacante in tabellone lo prese John e dall’oggi al domani quel ragazzone sconosciuto divenne il primo giocatore dell’era Open a vincere cinque match consecutivi al tie-break del set decisivo, battendo nell’ordine Tim Henman, Benjamin Becker, Wayne Odesnik, Tommy Haas e Gael Monfils; per infine cedere in finale all’ex n.1 del mondo Andy Roddick con un onorevole 6-4 7-6(4). Grazie a una wild card prese parte anche al Master 1000 di Cincinnati, dove però perse contro il n.15 del ranking David Ferrer, che avrebbe sconfitto due settimane dopo a New Haven. Sulle ali dell’entusiasmo, John Isner si fece rispettare anche all’US Open fermando il n.26 del mondo Jarkko Nieminen ed il sudafricano Rick De Voest per infine essere placato in quattro set da sua maestà Roger Federer.

Chiuso il 2007 come n.106 del ranking, l’anno successivo Long John pagò il prezzo dell’inesperienza: giunto all’US Open con giusto 13 vittorie su 19 tornei ATP, con giusto la soddisfazione di aver incamerato il primo titolo in doppio sull’erba di Newport in coppia con il connazionale Mardy Fish, ripiegò sui Challenger, vincendone giusto uno a Lubbock, e a dicembre il ranking lo piazzò al n.144. Demoralizzato, andò a parlare con Craig Boynton presso la Saddlebrook Tennis Academy di Tampa. L’ex coach di Jim Courier e Mardy Fish gli disse che non poteva basare il suo gioco solo sul servizio, che era un giocatore tutto da formare. Fu sufficiente calibrare il diritto e iniziare un paziente lavoro sugli spostamenti affinché John Isner compisse un primo salto di qualità scandito dal terzo challenger vinto a Tallahassee, tanti piazzamenti, due semifinali; la prima a Indianapolis, la seconda a Washington – dove tra l’altro si prende gli scalpi del n.7 nel ranking Jo-Wilfried Tsonga e del n.18 Tomas Beredych – nonché il primo ottavo slam a New York dove ha la soddisfazione di superare Andy Roddick, per la 34esima piazza assoluta.

Il muro della top 20 lo sfonda nel 2010: se il 16 gennaio ottiene il primo successo a livello a livello ATP ad Auckland – dove estromette gli spagnoli Garcia-Lopez, Montanes e Robredo, l’argentino Juan Monaco e in finale il francese Arnaud con il punteggio di 6-3 5-7 7-6(2) -, tra febbraio e settembre disputa altre tre finali; sul cemento di Memphis e sulla terra di Belgrado viene sempre battuto da Sam Querrey – con cui però in Tennessee vince il doppio -, mentre sul duro di Atlanta si piega a Fish.

Non solo, tra il 22 e il 24 giugno, in occasione del primo turno di Wimbledon, John Isner e Nicolas Mahut disputano il match più lungo della storia del tennis. L’americano e il francese entrano sul campo 18 alle 18:18 del 22 giugno, ma l’oscurità li costringe a rimandare la pratica mentre si trovano due set pari. Il quinto set inizia il 23 giugno alle 14:07 e, dopo più di sette ore con i due avversari in parità per 59-59, Mohamed Lahyani li manda negli spogliatoi nuovamente per via del buio che avanza. Riprenderanno alle 15:42 del 24 giugno. Dopo aver vinto il game del 60-59, John  raggiunge il 100esimo ace nella partita; finché dopo 11 ore e 5 minuti, al suo quinto match point riesce a uscirne vincitore con il punteggio di 6–4 3–6 6–7(7) 7–6(3) 70–68.

Nel 2011 i tornei riposti in bacheca saranno addirittura due: Newport e Winston-Salem, e se Atlanta si dimostrerà stregata, con nuovamente l’amico Fish chiamato a interpretare il ruolo di guastafeste all’atto conclusivo, a donare punti preziosi e fiducia saranno le semifinali di Washington e Parigi-Bercy – con tanto di vittoria sul n.5 del mondo Ferrer nell’indoor francese – ma soprattutto il quarto all’US Opene dove, prima di inchinarsi ad Andy Murray sconfigge il n.12 Gilles Simon in quattro set aggiudicandosi tre tie-break.

«Sapevo che avrei potuto vivere con il tennis, ma non mi ero mai visto come top-10», avrebbe detto, dando prova della risaputa umiltà che lo contraddistingue, quando nell’aprile del 2012 abbraccia lo strepitoso traguardo. Certo, a fine anno abbasserà la saracinesca al n.14, ma l’annata gli porterà in dono il bis tanto sull’erba di Newport – su Lleyton Hewitt –  quanto sul cemento di Winston-Salem – sul sempre temibile Beredych – più altre due finali sul suolo a stelle e strisce: una sulla terra di Houston e l’altra, prestigiosissima, a Indian Wells, dove dopo aver preparato le valigie al n.1 del mondo Novak Djokovic per 7-6(7) 3-6 7-6(5) si arrende con onore al suo idolo, Roger Federer, che però batterà sul rosso di Fribourg, in Coppa Davis.

Deciso come non mai a toccare il proprio tetto, si affida a Mike Sell, che ritiene che la chiave sia tutta nel fisico, ancora inadeguato per gli altissimi livelli ai quali aspira. John si butta in palestra, smette di affidarsi esclusivamente alla combinazione servizio-diritto rinuncia a qualche grigliata in famiglia ed ecco palesarsi il primo titolo su terra rossa, a Houston, la vittoria ad Atlanta e le finali di Washington e Cincinnati – sbarazzandosi di avversari quali Gasquet, Raonic, Del Potro e Djokovic prima di lasciarsi  sfuggire due tie-break contro Rafael Nadal.

Tra il 2014 e il 2015 firma bis e tris ad Atlanta più un raddoppio a Auckland, inciampa nell’ostico Nishikori a Washington, punisce Roger Federer a Parigi-Bercy, ma nonostante l’intervento di Justine Gimelstob in panchina, John Isner sembra essere incapace di mettere a segno ilgrande colpo”. A confermarlo pare essere un 2016 in cui si registra l’ennesima finale persa ad Atlanta per mano di Nick Kyrgios, oltre al terzo Master 1000 dissoltosi, questa volta a ParigiBercy, dove ad alzare le braccia al cielo è Andy Murray. L’anno seguente, torna a macinare trofei imponendosi per la terza volta a Newport e per la quarta ad Atlanta, ma nonostante le splendide semifinali ai Master 1000 di Roma – persa contro Zverev dopo aver messo in riga Wawrinka e Cilic – e di Cincinnati – fermato da Grigor Dimitrov in due tie-break al termine di una partita entusiasmante – la zampata del fuoriclasse proprio non vuole uscire dal suo pur onorevole repertorio.

Nell’inverno del 2017 chiude quindi la pagina Gimelstob a favore di David Macpherson, coach dei fratelli Bryan e disposto a seguirlo part time, e dopo oltre dieci anni di fidanzamento accompagna all’altare Madison McKinley. Sul campo però le cose prendono una piega poco rassicurante: quando il 25 aprile si presenta a Miami è infatti reduce da sei primi turni ed un modesto secondo turno acciuffato al 250 di Delray Beach. Scavalcato a piè pari il primo turno con un bye, a John occorrono tre set per scrollarsi di dosso il ceco Jiri Vesely, mentre al terzo giro controlla senza patemi Mikhail Youzhny. Messi i piedi agli ottavi, John Isner affronta a testa alta la sfida contro la seconda forza del seeding Marin Cilic e, dopo aver incamerato il primo set al tie-break senza aver concesso al croato un solo punto, dilaga nella ripresa. I quarti lo vedono nuovamente partire sfavorito: dall’altra parte della rete c’è infatti il giustiziere di Zverev e Djokovic allo slam aussie: il muro coreano Hyeon Chung. La pratica viene archiviata in 68 minuti e ad esultare è Long John che in conferenza stampa sostiene: «ogni match che passa ho la sensazione di sentirmi meglio». Eppure anche in semifinale i pronostici gli sono avversi: non solo Juan Martin Del Potro conduce 6 a 3 gli head to head, l’argentino è il recente signore di Indian Wells. Dopo un primo set  senza storia in cui Isner svetta 6-1, nella seconda frazione Del Potro torna sui suoi livelli ma, giunti al tie-break, lo statunitense prende le distanze per 7 punti a 2. La quarta finale in un Master 1000 appare come l’ultima grande occasione per John Isner, non fosse che, come da copione, ancora una volta il suo rivale è ritenuto forse un po’ troppo per lui: la giovane stella del circuito Alexander Zverev. Non è solo una questione di età, di ranking, di astri o di predestinazione, a parlare sono anche i confronti diretti: 3 a 0 a favore del tedesco. Tra le pieghe dei precedenti ci sono però tre match sciupati da Isner l’anno precedente, proprio al terzo turno di Miami, quando il 20enne di Amburgo si scrollò di dosso l’americano per 6-7(5) 7-6(7) 7-6(5). Il 1 aprile 2018 John Isner non ha semplicemente messo in atto la sua vendetta – termine tuttavia fuori luogo per un gentleman quale è – ha conquistato il suo torneo più prestigioso, smentendo tutti coloro che lo consideravano incapace di gestire la pressione, di battere troppi favoriti uno dopo l’altro, di salire quell’ultimo gradino. 6-7(4) 6-4 6-4 lo score che gli consegna il 13esimo sigillo ATP, nonché il pass per rientrare in top 10.

Ha conquistato il pubblico, John Isner, l’eterno ragazzo con la faccia d’angelo; giocatore troppo spesso disprezzato, sminuito, perché dall’alto dei suoi 2 metri e 8 centimetri, è tutt’altro che solo servizio. Ha lavorato duro, si è costruito, si è affinato, modellato: dalla battuta all’uno-due servizio-diritto, per quindi concentrarsi sul rovescio, che per quanto sia rimasto il suo tallone d’Achille lo ha irrobustito, così come ha cercato di migliorarsi negli spostamenti, e anche in questo caso c’è riuscito, quanto possibile. Lo ha fatto con determinazione, ma soprattutto con il cuore; come quando, anni fa rimase accanto a sua madre nella lotta contro il tumore, e insieme vinsero, perché John, nel momento del bisogno, non delude mai. Nella vittoria, come nella sconfitta, è stimato da tutti. Un motivo ci sarà. È attento all’ambiente, ama gli animali, è legatissimo ai suoi affetti. È diventato l’ultimo vincitore del torneo di Miami nella sua sede storica, Crandon Park. È avvenuto il 1 aprile 2018. E no, non è stato uno scherzo. Si è semplicemente avverato il sogno americano.

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