Katharine Hepburn, una fuga verso la leggenda

Recatosi a New York alla ricerca di qualche talento da soffiare a Broadway per conto della RKO Pictures, il rampante agente Hollywoodiano Leland Hayward avrebbe raccontato di essersi imbattuto «nel nulla» finché, con già un piede sul volo di ritorno, venne convinto da uno strillone di strada a concedere una possibilità a “The Warrior’s Husband”; una rivisitazione della “Lisistrata” di Aristofane. Bastarono due ore di spettacolo per rimettere quel viaggio in discussione e pretendere minuziose informazioni sull’algida bellezza che interpretava Antiope. Quel che gli raccontarono non lo rincuorò troppo: era una venticinquenne dal carattere piuttosto difficile che, dopo anni di apprendistato nei teatri di Baltimora, si era presentata nella Grande Mela offrendo una performance tutt’altro che convincete nel dramma “The Big Pound” ed essere prima licenziata e poi riassunta nella commedia “Art and Mrs. Bottle”. Consapevole del proprio fiuto, Hayward si mise comunque in contatto con la donna e le propose di sostenere un provino per il ruolo di Sydney Fairfield in “Febbre di vivere”; sesto film dell’enfant prodige George Cukor. Lei acconsentì, senza scomporsi. Chi rimase senza fiato fu il regista; il quale la descrisse come «una strana creatura, diversa da qualsiasi cosa avessi mai visto». Incantato dalla classe con cui lei posò un bicchiere durante il provino, a sconvolgere la casa di produzione fu la richiesta inerente al compenso di quell’attrice sconosciuta: 1.500 $ a settimana. Eppure George Cukor si impuntò, fu irremovibile. E fu così che creò Katharine Hepburn.

Katharine Houghton Hepburn è nata il 12 maggio del 1907 a Hartford, nello Stato del Connecticut. Seconda di sei fratelli, proveniva da una famiglia progressista: la madre, Katharine Martha Houghton, era una femminista a capo del movimento delle suffragette, sostenitrice della contraccezione e fondatrice di “Planned Parenthood” – un’associazione favorevole all’aborto e alla maternità pianificata -; mentre il padre, Thomas Norval Hepburn, era un noto urologo, intrepido promotore della profilassi pubblica e della necessità di informare la gente sui rischi delle malattie veneree; argomento del quale all’epoca nessuno parlava.

Un contesto, quello in cui Katharine è cresciuta, certamente libero da pregiudizi, ma allo stesso tempo complesso e funestato da una catena di suicidi: lo zio paterno si gettò dal decimo piano di un palazzo, il nonno materno si sparò un colpo di pistola, fino al fratello prediletto, Tom, che a quindici anni si impiccò in soffitta. Fu Katharine a trovare il corpo e quel trauma le procurò una tale depressione da indurre i genitori a farla studiare a casa. Il padre riuscì comunque ad avviarla a diversi sport quali il nuoto – in assoluto la sua disciplina preferita -, equitazione – grazie a cui maturò una forte complicità con gli animali -, tennis – che riteneva il miglior allenamento per la mente insieme alla lettura -, golf – raggiunse le semifinali di un torneo giovanile nel Connecticut – e pattinaggio artistico – vinse una medaglia di bronzo a una svoltasi al Madison Square Garden di New York.

Katharine Hepburn e George Cukor, il regista che la scoprì e con cui lavorò in 11 pellicole

Per assecondare la volontà della madre, nel 1924, frequentò il “Bryn Mawr College” con risultati altalenanti e rimediando persino una sospensione per aver fumato in camera. Laureatasi quattro anni dopo in “Storia e Filosofia”, dopo aver impersonato il ruolo di protagonista in “The Woman in the Moon“ all’interno di una produzione scolastica; Katharine decise che avrebbe tentato di intraprendere la carriera teatrale prendendo alla sprovvista Ludlow Ogden Smith, un uomo d’affari sposato nel 1928 e che mai approvò le scelte della moglie. Trasferitasi a New York, dove venne accolta e trattata con sufficienza, nel 1932 volò ad Hollywood alla corte di George Cukor.

Katharine Hepburn atterrò in California nel luglio del 1932 e sovrastò John Barrymore inFebbre di vivere”. La RKO la mise sotto contratto e l’anno seguente la propose nelle sale con tre film di enorme successo che ne consacreranno l’immagine: in “La falena d’argento” è una spericolata aviatrice che nel finale si lascia andare a un tragico gesto; in “La gloria del mattino” impersona l’aspirante attrice Eva Lovelace – ruolo che letteralmente rapinò a Constance Bennett dal momento in cui vide il copione sulla scrivania del produttore Pandro S. Berman – grazie a cui vinse il suo primo Oscar come migliore attrice protagonista; mentre in “Piccole donne”, dove venne nuovamente diretta da Cukor per vestire i panni di Jo March ebbe in dono la Coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia.

Determinata a imporsi pure a Broadway, nel 1934 divorziò per poi andare a lavorare sottopagata nello spettacolo “The Lake” probabilmente spinta dalla presunzione di poter, con la sua sola presenza, riesumare la carriera di Jed Harris, la cui vena creativa si era però chiusa e Katharine Hepburn divenne semplicemente parte di una stroncatura collettiva. Non solo, al fallimento teatrale si affiancarono i flop di “Argento vivo”, “Amore tzigano” e “Quando si ama”.

Joan Bennett, Jean Parker, Katharine Hepburn e Frances Dew, nel 1933 vestirono i panni delle sorelle March in “Piccole Donne”

Dopo tre film da dimenticare, Katharine tornò al successo sotto alla direzione di George Stevens in “Primo amore”, storia di una ragazza che cerca di salire la scala sociale e che la vedrà nominata agli Oscar per la seconda volta. Nel 1935 si tagliò i capelli corti e recitò per la terza volta con George Cukor, “Il diavolo è femmina” in cui divide la scena con Cary Grant ed in seguito Interpretò Maria Stuart in “Maria di Scozia”; con John Ford dietro alla macchina da presa. Fu poi la volta del dramma vittoriano “Una donna si ribella” e del sesto disastro ai botteghini per la RKO: “Dolce inganno”, il quale non venne salvato neppure dall’esperienza di George Stevens.

Vedersi rifiutata per il ruolo di Rossella O’Hara in “Via col vento” – in quanto a detta del produttore Selznick non possedeva il sex appeal necessario e non riusciva a immaginare lei e Rhett Butler inseguirsi per dodici anni – la umiliò e la indispettì nel profondo, peggiorando ulteriormente il già ostico rapporto con la stampa e il pubblico. Staccata la spina da Hollywood, partecipò ad alcune rappresentazioni di “Jane Eyre” sull’East Coast; finché venne richiamata all’ordine dalla RKO per “Palcoscenico”, insieme a Ginger Rogers, e “Susanna!” di Howard Hawks, dove oltre a Cary Grant spicca un famoso leopardo addomesticato. Se il futuro avrebbe posato queste pellicole sotto a una luce ben più generosa, il presente non pagò lo sforzo e Katharine Hepburn venne inclusa in un elenco di attori definiti “Veleno per il botteghino”. La sua reputazione era ormai irrimediabilmente al ribasso e quando si vide proporre dalla RKO un B-movie di scarse prospettive, rifiutò il ruolo, scegliendo invece di comprarsi il proprio contratto di 75.000 dollari. Nel 1938, Katharine Hepburn passò tra le file della Columbia Pictures per girare “Incantesimo”, che la vide alla quarta collaborazione con Cukor e alla terza con Grant. Ben accolto dalla critica, il pubblico ignorò l’opera suggerendo al critico Andrew Britton la celebre frase: «Nessun’altra stella è emersa con maggiore rapidità o con acclamazione più estatica. Nessun’altra stella è diventata così impopolare in maniera tanto rapida».

Katharine Hepburn, Cary Grant e James Stewart in “Scandalo a Filadelfia”, di George Cukor

La Hepburn rispose a questo precoce declino scegliendo un progetto teatrale in grado di dimostrarne il valore. L’opera prescelta fu “Scandalo a Filadelfia”, di Philip Barry e intuendo come la commedia potesse rilanciare Katharine fra le stelle di Hollywood, Howard Hughes ne comprò i diritti cinematografici. Al resto pensò la Hepburn che, arricchito il personaggio di Tracy Lord con una miscela di umorismo, aggressività e vulnerabilità, conquistò il cuore delle platee e il portafoglio della Metro-Goldwyn Mayer. Oltre al ruolo di protagonista, alla star spettò l’ultima parola per la scelta del regista – cadde in George Cukor – e dei coprotagonisti –  che furono l’amico Cary Grant e James Stewart -. Candidata al terzo premio Oscar, Katharine Hepburn strinse invece in pugno il New York Critics Circle Award ma, soprattutto, “Scandalo a Filadelfia” le fece guadagnare l’amore del pubblico e ne decretò il successo per gli anni a venire.

Databile al 1942 è l’incontro destinato a segnare una svolta nella vita della Hepburn. Durante le riprese dell’ultimo film in cui partecipò per la regia di George Stevens, conobbe infatti Spencer Tracy. Tra questi due colossi del cinema crebbe qualcosa che andò certamente oltre alla tanto sbandierata relazione sentimentale, maturò una salda amicizia e, se Spencer Tracy non divorziò mai dalla moglie e i sospetti sul loro amore non furono confermati da nessuna convivenza; è invece certo che duettarono in ben nove film; sei di essi solo negli anni ’40, ovvero “La donna del giorno” di Stevens; “Senza amore” di Harold S. Bucquet; “Lo stato dell’Unione” di Frank Capra, “Il mare d’erba” di Elia Kazan e  “Prigioniera di un segreto” eLa costola di Adamo entrambi diretti dal solito Cukor. In mezzo a tutto ciò, l’attrice trovò spazio anche per altro, come il musical sentimentale “La taverna delle stelle”, il pregevole “La stirpe del drago” dove venne di nuovo diretta da Bucquet, il noir di Vincente Minnelli “Tragico segreto” e il sentimentale “Canto d’amore” di Clarence Brown.

Quando nel gennaio del 1950, Katharine Hepburn si avventurò nel ruolo Shakespeariano di Rosalinda in “Come vi piace”, ambiva a dimostrare come potesse interpretare anche ruoli di materiale d’alto calibro e immancabilmente vinse la scommessa: per 148 spettacoli al Cort Theatre di New York ci fu il tutto esaurito. Un’altra interpretazione storica, con la quale si guadagnò una delle sue dodici nomination, fu quando John Huston la diresse in “La regina d’Africa” a fianco di Humphrey Bogart. Lui interpretava un capitano tanto coraggioso quanto alcolista, lei una missionaria zitella che lo persuade ad attaccare una nave tedesca. Le riprese del film furono laboriose e costellate di difficoltà: la diva e l’intera troupe si ammalarono infatti di dissenteria a differenza di Bogart e Huston che, bevendo solo alcolici non incorsero nell’inconveniente di assimilare acqua contaminata. A questo episodio e all’avventurosa lavorazione del film, Katharine Hepburn dedicò il libro “The Making of The African Queen: Or, How I Went to Africa With Bogart, Bacall and Huston and Almost Lost My Mind“, il cui successo fece di lei un’autrice di best seller a 77 anni.

Katharine Hepburn insieme a Humprey Bogart durante le riprese di “La regina d’Africa”

A fianco di Tracy, la Hepburn tornò a recitare in “Lui e lei”, commedia a sfondo sportivo, scritta appositamente su di loro per essere magistralmente diretta da Cukor. Tra l’estate e l’autunno del 1952, Katharine si divise poi tra il West End di Londra e Broadway per portare in scena “La miliardaria” nel nome di un’esperienza che da una parte la ricondusse alla sua infanzia, dato che i genitori erano soliti leggerle Bernard Shaw, ma dall’altra la spinse sull’orlo di un esaurimento nervoso. Dopo due anni di riposo diede tutta sé stessa nel romantico “Tempo d’estate” di David Lean. Girato a Venezia, l’ostinazione nel non voler utilizzare una controfigura in una scena in cui il suo personaggio doveva cadere in un canale, le costò un’infezione cronica agli occhi ma, a distanza di anni disse che l’aver collaborato con l’autore britannico aveva ripagato in pieno quell’inconveniente.

L’anno successivo, Katharine Hepburn affrontò un tour trionfale di sei mesi in Australia, con la compagnia teatrale Old Vic, interpretando Porzia in “Il mercante di Venezia”, Caterina in “La bisbetica domata” e Isabella in “Misura per misura”. Ripresentatasi a Hollywood, nel 1956 fece parlare di sé prima in “Il mago della pioggia” con Burt Lancaster, poi in “La sottana di ferro”, biasimata rielaborazione di “Ninotchka”.

L’anno dopo il duo Tracy & Hepburn si riformò per la commedia d’ufficio “La segretaria quasi privata”, ma l’ennesimo ruolo da zitella propinato all’attrice deluse critica e pubblico. Fu così che Katharine tornò a recitare Shakespeare all’American Shakespeare Theatre di Stratford con le opere “Il Mercante di Venezia e “Molto rumore per nulla”. Chiuse gli anni ’50 con la pellicola forse di maggior spessore dell’intera carriera: l’adattamento della piece teatrale di Tennessee Williams, “Improvvisamente l’estate scorsa”. Nel film Katharine Hepburn si cala nelle vesti della ricca e spietata Mrs. Violet Venable, il cui obiettivo è internare la nipote – Elizabeth Taylor – in un ospedale psichiatrico allo scopo di impedire che la ragazza rievochi un compromettente trauma avvenuto nel passato; finché l’intervento di un giovane psichiatra – Montgomery Clift – impedirà che si consumi l’ingiustizia. I continui conflitti con il regista, Joseph L. Mankiewicz, resero il set un luogo carico di tensioni che, di riflesso, contribuirono a dar vita a un film di sconvolgente bellezza. Di certo Williams rimase talmente estasiato dalla Hepburn da scrivere su misura per lei “La notte dell’iguana”, che però lei rifiutò.

Katharine Hepburn, Liz Taylor e Montgomery Clift sono i protagonisti di “Improvvisamente l’estate scorsa” di Mankiewicz

Tra il 1960 e il 1961 si concentrò quindi sul teatro con altre due opere di Shakespeare: “La dodicesima notte prima” e “Antonio e Cleopatra”. Il suo repertorio migliorò ulteriormente e la sua interpretazione in “Il lungo viaggio verso la notte – versione cinematografica a basso budget di Sidney Lumet della piece di Eugene O’Neill – le fece vincere il Grand Prix d’interprétation fémine al Festival di Cannes. Al che, si prese cinque anni di pausa fino al nono film con Spencer Tracy, “Indovina chi viene a cena?”; il quale tratta con ironia il tema dell’integrazione razziale. Per l’occasione, la Hepburn recitò sulla scena il ruolo della madre di Katharine Houghton, della quale era la zia nella vita reale. Gravemente malato al cuore, diciassette giorni dopo l’ultimo ciak Tracy morì d’infarto e quando alla Hepburn venne assegnato il suo secondo Oscar – a 34 anni dalla prima vittoria – ritenne che le fosse stato attribuito solo per onorare il collega e amore della sua vita.

Come rimedio contro il dolore, Katharine Hepburn non presenziò al funerale e si immerse nello studio della regina Eleonora d’Aquitania, poi interpretata in “Il leone d’inverno”, a fianco di Peter O’Toole. L’opera venne candidata a tutte le principali categorie ai Premi Oscar del 1969 e per il secondo anno consecutivo la Hepburn vinse come miglior attrice – ex aequo con Barbra Streisand per “Funny Girl” – oltre al primo premio BAFTA. Dall’Abbazia di Montmajour, vicino ad Arles, si spostò a Nizza per girare “La pazzia di Chaillot”. Rimase legata alla Francia anche una volta tornata negli Stati Uniti dato che spopolò a Broadway con “Coco”; musical basato sulla vita di Coco Chanel. I primi anni ’70 si sciolsero tra “Le troiane” film basato sull’omonima tragedia di Euripide con Vanessa Redgrave; il drammatico “Un equilibrio delicato” e il western “Torna El Grinta”; penultimo film di John Wayne. Nel 1976 arrivò anche un Premio Emmy come miglior attrice protagonista in un film per la TV diretto da George Cukor, “Amore tra le rovine”, dove ha lavorato in coppia con Laurence Oliver; mentre l’interlocutorio “Olly, Olly, Oxen Free” ha anticipato di poco il decimo e ultimo film per la regia di Cukor, “Il grano è verde”.

Katharine Hepburn e Henry Fonda, entrambi premi Oscar in “Sul lago dorato”

Concessasi due anni di quiete, a Broadway rimase estasiata da “Sul lago dorato”, commedia malinconica che fa leva su una coppia di coniugi anziani che deve far fronte alle difficoltà della vecchiaia. Ad averne acquistato i diritti era stata Jane Fonda, ma la Hepburn riuscì ad avere il ruolo della protagonista a fianco al padre di lei, Henry. Correva l’anno 1982 quando “Sul lago dorato”, diretto da Mark Rydell, catalizzò l’attenzione dei box office e l’energia con cui la settantacinquenne Hepburn si tuffava completamente vestita nel lago Squam fu una scena chiave affinché le venisse consegnato il secondo BAFTA e il quarto premio Oscar. Il solo altro film interpretato negli anni ’80 fu una commedia divertente ma senza pretese, “Agenzia omicidi”; finché nel 1994 chiuse la saracinesca sulla sua splendida carriera recitando a fianco di Warren Beatty e Annette Benning in “Love Affair – Un grande amore”.

Sofferente di artrite, quasi cieca e affetta dal morbo di Parkinson, nel 1996 decise di lasciare l’attico di New York per trasferirsi nella villa di famiglia a Fenwick, nella cittadina di Old Saybrook. Era stata acquistata dai suoi genitori nel 1913 e fatta ricostruire dalla Hepburn nel 1939 dopo che un uragano l’aveva devastata. In quella proprietà da sogno, estesa su tre piani, affacciata sul mare con tanto di molo e spiaggia privata, lungo una superficie di oltre 800 metri quadrati circondata da circa un acro e mezzo di terreno; Katharine Hepburn vi sarebbe morta il 29 giugno del 2003, all’età di 96 anni. Nel rispetto delle sue volontà non ricevette funerali religiosi; ma in suo onore vennero però oscurate per un’ora tutte le luci di Broadway. L’anno dopo, come indicato nel testamento vennero messi all’asta i suoi effetti personali e i diversi milioni di dollari di ricavato furono devoluti a parenti e amici. Dovette invece passare oltre una decade perché venisse venduta, al prezzo di 11,5 milioni di dollari anche la faraonica proprietà.

Il tempo avrebbe cambiato tante cose e revisionato diverse voci; una su tutte: la tanto decantata love story con Spencer Tracy. Chi conosceva le due star pare abbia sempre saputo che quella passione proibita era in realtà molto più trasgressiva per quel che nascondeva sotto la facciata. A dispetto di alcuni amori attribuitale, Hollywood sapeva della sua lunga convivenza con un’aristocratica di Filadelfia, Laura Harding, ma la bisessualità di Spencer Tracy era per la mecca del cinema un segreto custodito con maggior riservatezza. Morti entrambi, si sarebbe dato per certo il fatto che Tracy fosse un abitué della stazione di servizio Richfield, epicentro della Hollywood gay così come di ricordo in ricordo, sarebbe infine saltato fuori che i problemi di alcolismo affiorarono proprio perché da fervente cattolico quale era, non aveva mai accettato la sua diversità. Semplicemente, forse, Katharine e Spencer si trovarono, o li fecero trovare, di certo si rispettarono molto più fedelmente di una coppia tradizionale di amanti. Insieme dipingevano, facevano lunghe passeggiate e probabilmente tirarono fuori il meglio l’uno dall’altra.

Katharine Hepburn e Spencer Tracy – (Photo by Pressefoto Kindermann/ullstein bild via Getty Images)

Il tempo, avrebbe soprattutto rivalutato tante sue interpretazioni al punto che anche gli insuccessi avrebbero assunto valori differenti, così come alcune scelte lavorative si sarebbero trasfigurate in una dimostrazione pratica del suo carattere anticonformista. Katharine Hepburn non è mai stata una garanzia per il box office, eppure la storia le avrebbe dato ragione, fino alla definizione di «migliore attrice di tutti i tempi». Non è stato un processo facile, anzi. È arrivata al successo relativamente tardi, priva di esperienza pratica; per questo motivo ha dovuto mantenere le distanze da quel tritacarne che è sempre stato Hollywood, spesso bleffando. Non concedeva interviste, non firmava autografi, non ritirò mai un Oscar durante le cerimonie ufficiali. Allo stesso tempo diede tutta sé stessa al teatro, optò per ruoli in grado di provocare una spaccatura, preferì imporsi come algida e autoritaria zitella anziché far risaltare la sua evidente bellezza. Ebbe ragione su tutto, dimostrandosi lungimirante, ineguagliabile.

Non andò al funerale di Spencer Tracy, ma fu la prima a prendere posto in chiesa quando nell’ottobre del 1990 morì Irene Selznick; una delle migliori amiche di Ingrid Bergman. Per questo la figlia della diva svedese, Isabella Rossellini, ritenne opportuno porgere le proprie condoglianze alla famiglia. Isabella non aveva mai visto Katharine ma dai racconti della madre se l’era sempre figurata al pari di una creatura mitologica. Quando se la ritrovò sull’ascensore dell’Hotel Pierre, per salire al piano dell’appartamento della Selznick, Isabella abbassò gli occhi; sapeva che le dive di quell’epoca, come la madre o per l’appunto Katharine Hepburn, volevano che la gente facesse questo, invece di fissarle, o fare commenti. Isabella ha raccontato che ne avvertì l’imponenza e che rimase lì, a fissare l’orlo leggermente sfilacciato dei pantaloni di quel mito, quando una voce potente le fece venire la pelle d’oca: «Sei la figlia di Ingrid?». Erano le voci delle attrici dei tempi che furono, avevano un timbro deciso, perentorio. Isabella rispose timidamente di sì e la Hepburn rincarò: «Quella che ha fatto quel film…». Quel film era “Velluto blu”, di David Lynch, un’opera che stava facendo parlare per un’inconsueta scena di nudo della Rossellini; la quale non riuscì a capire se si trattasse di un’affermazione o una domanda perché, giunte al piano, la Hepburn era già uscita.

Probabilmente la risposta, qualunque fosse stata, non era poi così importante. D’altronde il cinema, più che una passione, fu per Katharine Hepburn una sfida, principalmente contro sé stessa. Non si limitò a vincerla, divenuta una leggenda, considerò questo status come una responsabilità. Dedicò la sua esistenza alla recitazione, senza mai scendere a compromessi. Per questo motivo non fu mai docile, espansiva, o tanto meno riconoscente nei confronti di nessuno. Perché per Katharine, il cinema, era una via di fuga, un tentativo di evasione verso ciò che sempre l’aveva afflitta, a suo dire, le sole cose veramente importanti: «la nascita, l’amore, il dolore e infine la morte».

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