Caravaggio, il seduttore delle tenebre

La sua pittura andava di pari passo con l’indole; misteriosa, sconvolgente, seducente, rivoluzionaria. Impose un nuovo linguaggio, realistico e teatrale insieme, reclutando i suoi modelli per strada, fissando ogni soggetto nell’istante più drammatico, più doloroso, più intenso; lavorando a una velocità assurda, direttamente sulla tela, la mente ispirata da quelle lanterne che posizionava in posti specifici dello studio, per far sì che le sue creature fossero illuminate solo in parte, a luce radente, affinché quei corpi uscissero improvvisamente dal buio della scena per imporre la loro umanità, sia fisica che emotiva. Caravaggio intuì, pretese di mostrare al mondo come il divino si rivelasse attraverso gli umili, come la passione fosse un canto nero, impietoso, come l’esistenza altro non sia che un intervallo dominato dal costante pensiero della morte.

Prima del ritrovamento dell’atto di battesimo di Michelangelo Merisi, si credeva fosse nato nel paese bergamasco di Caravaggio, ma in base alla scoperta archivistica nel Liber Baptizatorum della Parrocchia di Santo Stefano in Brolo, è dato ormai per certo che Michelangelo Merisi sia nato a Milano il 29 settembre del 1571; figlio di Fermo Merisi – un architetto e decoratore, nonché addetto di riferimento ai cantieri delle chiese milanesi – e Lucia Aratori – figlia di ricchi possidenti terrieri -. Pare che i suoi genitori si fossero sposati il 14 gennaio dello stesso anno, sotto la protezione del marchese di Caravaggio e conte di Galliate Francesco I Sforza;  che tra l’altro fece loro da testimone. Seppure alcuni storici sostengano fosse un semplice maestro di casa al soldo degli stessi marchesi di Caravaggio, è ipotizzabile che la famiglia vivesse presso gli alloggi delle maestranze della “fabbrica del Duono di Milano” e che Fermo Merisi esercitasse la propria professione a ottimi livelli. Di confermata vi è l’esistenza di altre tre figli: Caterina, Giovan Pietro e Giovan Battista, che si farà prete. Nel 1577, per sfuggire alla peste, la famiglia Merisi lasciò Milano per trovare rifugio a Caravaggio, tuttavia il padre ed il nonno vennero contagiati e morirono lo stesso giorno, seguiti da lì a poco dallo zio Pietro.

Ad allarme ormai rientrato, ormai tredicenne Michelangelo Merisi fu mandato a Milano, presso il laboratorio di Simone Peterzano, un pittore manierista che si professava allievo di Tiziano. Il contratto di lavoro, datato 6 aprile 1584, venne firmato dalla madre, per poco più di 40 scudi d’oro e l’apprendistato si protrasse per circa quattro anni. La morte della madre, avvenuta il 29 novembre del 1590, ma forse ancor più un omicidio avvenuto durante una rissa e di cui sarebbe stato responsabile, costrinse Michelangelo a raggiungere Roma, dove però, si presume, non vi visse stabilmente fino al 1596, anno in cui venne ospitato da monsignor Pandolfo Pucci; da lui insolentemente soprannominato “monsignor Insalata”, per via dell’unico alimento che gli forniva ai pasti. Questa conoscenza, lo facilitò a introdursi nell’ambiente artistico romano, dove conobbe il già noto pittore messinese Lorenzo Carli, all’epoca proprietario di una bottega in via della Scrofa, dove il Merisi trovò lavoro. Grazie al collega, si mise in contatto con Antiveduto Gramatica, frequentò l’officina di Giuseppe Cesari, ma soprattutto strinse una forte amicizia, probabilmente qualcosa di più, con il sedicenne Mario Minniti; il quale divenne il principale modello dei dipinti di quegli anni come “Ragazzo morso da un ramarro”, “Bacco”, “Ragazzo con canestro di frutta” e “Il suonatore di liuto”; di cui ne esistono due versioni, una conservata al Metropolitan Museum di New York e l’altra all’Emitage di San Pietroburgo – sulla cui partitura è leggibile la frase: “Voi sapete che io vi amo”.

Molti ritengono che “Bacchino malato” sia che un autoritratto di Caravaggio, ora esposto presso la Galleria Borghese a Roma

Lasciata la residenza del monsignore a causa delle sempre più conclamate incompatibilità caratteriali, Caravaggio fu colpito da una malattia imprecisata, forse la febbre romana o la peste, e venne trascinato di peso presso l’Ospedale della Consolazione per essere piazzato in un corridoio buio, circondato da individui altrettanto agonizzanti. Destino e fortuna vollero che per quell’anticamera della morte vi passò il priore dell’ospedale, ovvero il monsignor Contreras, che lo aveva visto nell’abitazione di monsignor Pucci e, riconosciutolo, lo fece trasferire in una camera adeguata, raccomandandolo alle cure delle religiose. Quel ricovero di circa tre mesi ispirò a Caravaggio il “Bacchino malato” – esposto a Roma alla Galleria Borghese -; da molti ritenuto un autoritratto – il secondo dopo il cantore dei “Musici – eseguito allo specchio in cui pone l’accento sulla malattia, enfatizzando il gonfiore del volto, l’aspetto livido, gli occhi spenti e cerchiati. D’altronde il Merisi si porterà dietro gli strascichi di quel contagio per tutta la vita dato che sempre soffrirà di dolori alla testa e al ventre.

Una volta dimesso, Caravaggio trovò sostegno da un ex enfant prodige della pittura, il Cavalier d’Arpino, allora alla moda e in contatto con i più ricchi cardinali e mercanti capitolini, come ad esempio un certo Valentino, con cui l’artista fu legato da un rapporto burrascoso e mai troppo limpido, ma che nel tempo gli garantì la protezione di uno dei più ricchi mecenati di Roma, il cardinal Francesco Maria Del Monte, grandissimo uomo di cultura che, incantato dalla sua pittura, acquistò all’istante diverse sue opere, tra i quali il celebreI bari” – in seguito passato alla famiglia Colonna per essere venduto a un Rotschield e infine collocato al Kimbell Art Museum di Forth Worth, in Texas -. Entrato al suo servizio, la fama del giovane lombardo iniziò a salire all’interno dei più importanti salotti dell’alta nobiltà romana, seppure allo stesso tempo si trovò al centro di discussioni e accese polemiche perché l’ambiente rimase scosso da quella pittura rivoluzionaria. Se il gesto fatto da uno dei personaggi dei “bari” a un suo complice fu considerato una «volgarizzazione dell’arte», l’espressione della figura mitologica in “Testa di Medusa”, incollata in uno scudo da torneo, è allucinata ed esprime una drammaticità tale da sottintendere la chiara intenzione da parte di Caravaggio di prendere le distanze dalle versioni precedentemente eseguite. Sorse anche una questione sull’irriverente scelta di trattare come fatti qualsiasi soggetti di carattere sacro come “La cattura di Cristo” – ritrovata a Dublino e attribuita di recente a Caravaggio – la prima versione del “Sacrificio di Isacco” che presenta un angelo dall’aspetto molto umano che accarezza con una mano l’agnello che avrebbe sostituito il figlio di Abramo – finito nella collezione privata Piasecka-Johnson – e il “Riposo durante la fuga in Egitto” dove dipinge una Madonna con i capelli rossicci che sonnecchia tenendo il capo inclinato sul Salvatore, mentre un angelo con delle ali nere suona il violino leggendo le note da una partitura tenuta in mano da San Giuseppe, a fianco del quale è possibile notare un fiasco di vino.

“La vocazione di San Matteo”, uno dei tre dipinti della Cappella Contarelli, nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, a Roma

Grazie al suo influente e illuminato prelato, Caravaggio divenne una celebrità e nel 1599 ricevette la prima commissione pubblica per due grandi tele da collocare all’interno della Cappella Contarelli, all’interno della Chiesa di San Luigi dei Francesi, a Roma, che consistevano in altrettanti episodi tratti dalla vita di San Matteo: la Vocazione e il Martirio. In meno di un anno il pittore concluse le due opere ma, se “Il Martirio di San Matteo” strabiliò per il realismo che suscita la maestria nell’uso del chiaroscuro, “La Vocazione di San Matteo” per quanto apprezzata per l’intensità emotiva, provocò diverse polemiche perché l’audace Caravaggio illustrò il mistero della conversione tramite uno scenario della Roma contemporanea – si credette una bisca, mentre era invece il banco delle tasse -. Al che, i committenti gli chiesero di eseguire la pala d’altare con soggetto “San Matteo e l’angelo”. Al momento della consegna, il dipinto venne però rifiutato perché il Santo aveva l’aspetto di un rozzo contadino, calvo, con le gambe nude e i piedi sporchi; così come l’angelo aveva nella sua postura un atteggiamento troppo cameratesco. Acquistata dal marchese Giustiniani, la tela terminò negli archivi del Kaiser Friedrich Museum di Berlino per lì essere distrutta durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Dimostrando una disciplina impeccabile, entro pochi mesi Caravaggio consegnò un’altra versione, questa volta più sobria e attinente, che venne inserita nel buio della Cappella Contarelli.

L’indiscutibile grandezza di queste opere gli aprirono le porte del successo, al punto che ebbe immediatamente altri incarichi di prestigio. Dapprima il commerciante Fabio Nuti, gli fece richiesta di un quadro identificato nella “Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi”; successivamente, per ordine del monsignor Tiberio Cerasi, che aveva acquistato una cappella nella chiesa di Santa Maria del Popolo, – la cappella Cerasi, appunto – gli furono ordinati due dipinti per ben 400 scudi: la “Crocifissione di San Pietro” e la “Conversione di San Paolo”. Immancabilmente, la prima versione della Crocifissione venne sbrigativamente rifiutata – ed ora con ogni probabilità si trova a San Pietroburgo -, mentre la seconda per quanto considerata esageratamente angosciante da parte dei Carmelitani di Santa Maria del Popolo, fu accettata. Quanto alla Conversione, quasi certamente Caravaggio dovette fronteggiare due rifiuti e nemmeno l’aver messo il cavallo al centro della scena e San Paolo in terra nel terzo adattamento convinse troppo i frati romani che decisero di chiudere il discorso credendo – o facendo finta di credere – alla giustificazione di quel pittore provocatorio: «il cavallo è nella luce di Dio e San Paolo lo sa».

Ad ogni modo, in quegli anni Caravaggio ricevette anche rifiuti categorici; come nel caso della “Morte della Vergine”. Commissionata per la chiesa di Santa Maria della Scala a Trastevere, i Carmelitani Scalzi giudicarono indecente che la figura fosse rappresentata con il ventre gonfio e i piedi in vista. L’aver messo in primo piano un catino di aceto era poi una bestemmia pari solo all’aver utilizzato una prostituta come modella – che tra l’altro sarebbe morta di malattia giusto una ventina di giorni dopo essere stata raffigurata al posto della Vergine -. Non gli andò meglio con “Narciso”, rimasto a marcire in svariati scantinati per essere attribuito prima allo Spadarino, poi Orazio Gentileschi e addirittura Noccolò Tornioli, prima che una radiografia ne riconoscesse l’autore in Caravaggio e da lì essere promesso a una delle attrazioni hot di Palazzo Barberini. All’alba del 1600, Caravaggio dipinse dapprima la “Cattura di Cristo” – intimo desiderio di Ciriaco Mattei di cui pare Caravaggio ne abbia eseguite ben dodici versioni, tutte respinte e di cui sarebbero sopravvissute solo una giunta a Odessa e un’altra rinvenuta presso la comunità gesuita di Dublino – poi “Amor Vincit Omnia” – reputato indecente persino dai suoi più devoti sostenitori -.

Delle dodici versioni eseguite della “Cattura di Cristo” ne sarebbero sopravvissute solo una giunta a Odessa e un’altra rinvenuta presso la comunità gesuita di Dublino

Considerate le vicissitudini che spesso accompagnavano l’iter delle sue opere, la protezione del marchese Giustiniani, ricco banchiere genovese nel giro della corte pontificia, fu quanto mai preziosa per Caravaggio. L’uomo collezionò moltissimi dei suoi capolavori e in più di un’occasione, grazie alle sue ramificate influenze, riuscì a salvarlo dalle gravi questioni legali nelle quali era spesso implicato per colpa di un’indole litigiosa. Basti pensare che durante il soggiorno presso Palazzo Madama, dimora del cardinal Del Monte, il 28 novembre del 1600 Merisi malmenò e percosse con un bastone un nobile ospite del prelato, tale Girolamo Stampa, a cui non rimase che appellarsi a una denuncia. Episodi di risse, violenze e schiamazzi condussero non di rado il pittore nelle carceri di Tor di Nona; almeno, fino al puntuale intervento del mecenate Giustiniani. Un episodio al limite del grottesco, questa volta miccia per innescare un processo per diffamazione nei confronti di un altro pittore e suo futuro biografo, Giovanni Baglione – che querelò Caravaggio, il Gentileschi e Onorio Longhi, colpevoli di aver scritto rime offensive nei suoi confronti -venne messo a tacere grazie all’intervento dell’ambasciatore francese. 

Ravvedutosi, Caravaggio promise di calmarsi e per un certo periodo fu tutto sommato di parola, tanto da ricevere l’interessante commissione di una “Deposizione di Cristo” da parte Girolamo Vittrice per la cappella dedicata alla Pietà, di proprietà dello zio, nella chiesa di Santa Maria in Vallicella – poi destinata ad arricchire la Pinacoteca Vaticana – ed una singolare un’offerta per la Cappella Cavalletti nella Chiesa di Sant’Agostino ritraente la “Madonna dei Pellegrini”. Nonostante molti amici lo sconsigliarono, testardo come pochi, Merisi scelse come modella una certa Lena, che di mestiere faveva la prostituta a Piazza Navona ed era la favorita del gelosissimo notaio Mariano Pasqualone il quale, forse contrario a quelle lunghe sedute di posa, affrontò a muso duro l’artista a cui non restò che ferirlo leggermente con un colpo di spada. L’anziano si rifugiò dalla polizia papale additando Caravaggio come «potenziale assassino»; accusa esagerata e priva di fondamenta eppure sufficiente per suggerire al pittore un provvidenziale espatrio a Genova dove vi rimase finché le acque non si calmarono. Di ritorno, per farsi perdonare, accetta di dipingere un “Cristo nell’orto degli ulivi” – bruciato a Berlino nel 1945 –  e accoglie di buon grado la proposta di dipingere una Madonna per la Confraternita dei Palafrenieri a cui Papa Paolo V è molto devoto. Sordo ai consigli, come modella riprende Lena e l’irritazione che suscita la “Madonna del Palafrenieri” – nota anche come “Madonna della Serpe”, è talmente forte da chiudergli le porte di San Pietro.

Offeso e indignato per quello che riteneva un trattamento ingiusto e mosso da una grave incompetenza; Caravaggio mise da parte l’arte per dedicarsi alle scorribande notturne. Tra il maggio e l’ottobre del 1604 venne arrestato varie volte per possesso d’armi e ingiurie alle guardie cittadine; inoltre fu querelato prima da un garzone d’osteria per avergli tirato in faccia un piatto di carciofi, poi da Prudenzia Bruni, sua padrona di casa, per non aver pagato l’affitto e siccome per ripicca Caravaggio prese a sassate la finestra della donna, ciò che ne ricavò fu un’altra denuncia. Il fatto più grave si svolse a Campo Marzio, la sera del 29 maggio 1606: a causa di una discussione causata da un fallo nel gioco della pallacorda, Caravaggio trafigge a morte con una pugnalata il rivale, tal Ranuccio Tommasoni da Terni. Anche questa volta si ipotizza ci fosse di mezzo una donna, Fillide Melandroni, le cui grazie erano contese da entrambi, anche se dietro l’assassinio spiccava qualche debito di gioco non pagato dal pittore, oltre a spinose questioni politiche: la famiglia Tommasoni era palesemente filo-spagnola, mentre Merisi era un protetto dell’ambasciatore di Francia.

Il toccante “Ecce Homo” dipinto da Caravaggio con il pittore che si ritrae nei panni di Pilato

Ormai abbandonato dal marchese Giustiniani, con il cardinal del Monte gravemente malato e il suo maggiore estimatore, Scipione Borghese, in viaggio; il verdetto per il delitto di Campo Marzio si rivelò severo e Caravaggio venne condannato alla decapitazione, che poteva esser eseguita da chiunque lo avesse riconosciuto per strada. Logicamente, la permanenza in città non era più possibile e ad aiutarlo nella fuga fu il principe Filippo I Colonna che gli offrì asilo all’interno di uno dei suoi feudi laziali. Come segno di riconoscenza, Caravaggio regalò al suo salvatore svariati dipinti, su tutti una delle due versioni della “Cena di Emmaus” – nella versione visibile di Brera, più “scarna” rispetto a quella ammirabile alla National Gallery -. Alla fine del 1606, Caravaggio giunse a Napoli, dove si posò per un annetto nel quartiere spagnolo. La fama e la protezione dei Colonna gli aprirono le porte su un periodo felice e prolifico dato che eseguì  diverse opere di peso come una seconda versione di “Giuditta che decapita Oloferne” – poi andato disperso, ma che potrebbe essere stato ritrovato in una soffitta di Tolosa dai discendenti di un ufficiale napoleonico che hanno messo l’opera a servizio di accertamenti ed esami specifici -; una prima versione della “Flagellazione di Cristo” – conservata presso il Misée des Beauux-Arts di Rouen; la “Crocifissione di Sant’Andrea – commissionato da Juan Pimentel y Herrera che lo avrebbe portato in Spagna per cederlo a un convento di clausura di Castiglia e dal trasferimento nella raccolta Arnaiz a Madrid ed essere infine acquistata nel 1976 da l Cleveland Museum of Art -; la “Madonna in estasi” – giudicata scandalosa e imbarcata per quel di Marsiglia dove è attualmente possibile ammirarla al Musée de Beaux Arts -; e infine, la più importante, che si ipotizza sia stata commissionata dai Carafa-Colonna, forse per collocarla nella cappella di famiglia nella chiesa di San Domenico Maggiore, la “Madonna del Rosario” – che venne poi venduta a mercanti e portato nelle Fiandre, poi a Vienna, dove si trova -. Dei molti dipinti eseguiti durante il primo periodo napoletano, solo tre sono ancora in città: “Sette opere di misericordia” – tela conservata nella chiesa seicentesca all’interno dell’edificio partenopeo Pio Monte della Misericordia – e la seconda versione della “Flagellazione di Cristo”, eseguita per la chiesa di San Domenico Maggiore ma poi spostato al museo di Capodimonte. 

Nel 1607, Caravaggio partì alla volta di Malta, sempre per intercessione dei Colonna, e qui entrò in contatto con il gran maestro dell’Ordine dei cavalieri di San Giovanni, Alof de Wignacourt, a cui il pittore fece immediatamente dono di un ritratto. L’attività del Merisi proseguì, dipingendo la “Decollazione di San Giovanni Battista”, il suo quadro più grande per dimensioni ed il solo che porti la sua firma, tracciata con il sangue che sgorga dal collo della vittima e tuttora conservato nella Cattedrale di San Giovanni alla Valletta; dove ha trovato posto anche il suo “San Girolamo scrivente”. Dopo un anno di noviziato, Caravaggio non fece in tempo ad assaporare l’investitura di “cavaliere di grazia”, che venne arrestato per un duro litigio con un “cavaliere di giustizia”, di rango superiore. I problemi si ingigantirono quando nell’isolotto si venne a saper che su di lui pendeva una condanna a morte ma, rinchiuso nel carcere di Sant’Angelo a La Valletta, il 6 ottobre del 1608 riuscì incredibilmente a evadere per rifugiarsi in Sicilia, a Siracusa. In risposta, i cavalieri espulsero con disonore Caravaggio dall’ordine appellandolo come «membro fetido e putrido». Una scomunica che non impensierì Caravaggio che nella città sicula fu ospite dal suo amico di vecchia data Mario Minniti e trascorse mesi lievi, in cui si interessò all’archeologia, studiandone i reperti ellenistici e romani, tanto che durante una visita insieme allo storico Vincenzo Mirabella coniò il nome “orecchio di Dionigi” per descrivere la “Grotta delle Latomie”. Durante questo soggiorno dipinse, per la Chiesa di Santa Lucia al Sepolcro, una pala d’altare raffigurante il “Seppellimento di Santa Lucia” – patrona della città -; la cui ambientazione sembra ricondurre alle grotte da lui ammirate. A Messina dipinse invece la “Resurrezione di San Lazzaro”, tetra incompiuta e cimiteriale rappresentazione, la cui parte centrale è occupata dal corpo di Lazzaro spasmodicamente teso nel gesto del braccio verso la luce, la “Adorazione dei Pastori” e secondo alcune fonti il meraviglioso “Ecce Homo” che vede il Caravaggio stesso vestire i panni di Pilato.

Nella “Decollazione di San Giovanni Battista”, Caravaggio traccia la sua firma con il sangue che sgorga dal collo della vittima. L’opera è conservata nella Cattedrale di San Giovanni alla Valletta

Tornato a Napoli nell’estate del 1609, Caravaggio venne aggredito da alcuni uomini, all’uscita della Locanda del Cerriglio e seppur ebbe salva la vita rimase sfigurato. La fase creativa del suo secondo periodo napoletano è ricostruita dagli storici con molte congetture: dipinse sicuramente il “San Giovanni Battista disteso” – appartenente a una collezione privata a Monaco di Baviera -; la “Negazione di San Pietro” – ammirabile al Metropolitan Museum of Art di New York – uno dei suoi otto “San Giovanni Battista” e il “Davide con la testa di Golia – estremamente importante dal punto di vista storiografico in quanto la testa mozzata è un autoritratto del pittore, sorte dalla quale il Merisi tentava da anni di fuggire.  Agli ultimi giorni produttivi di Caravaggio sono da attribuire i due quadri con medesimo soggetto: la “Salomè con la testa del Battista” – che il pittore avrebbe dovuto recapitare ai Cavalieri dell’Ordine ma finito nelle sale della National Gallery di Londra – e la “Salomè con la testa del Battista” ubicata al Palazzo Reale di Madrid. Vi furono inoltre tre tele per la Chiesa di Santa Maria dei Lombardi di Napoli, il “San Francesco che riceve le Stimmate”, il “San Francesco in meditazione” e una “Resurrezione” ; tutte perdute durante il terremoto del 1805 che causò il crollo di una parte dell’edificio. Ultimo capolavoro della sua strabiliante epopea pittorica fu il Martirio di Sant’Orsola” per Marcantonio Doria, conservato nel Palazzo Zevallos di Napoli.

Quando Papa Paolo V gli fece avere notizia della revoca della condanna a morte; Caravaggio abitava nella villa della marchesa Costanza Colonna nel Palazzo di Cellammare. Messosi in viaggio nel luglio del 1610 con una feluca-traghetto – che settimanalmente effettuava la tratta Porto Ercole e ritorno – ma diretto segretamente allo scalo portuale di Palo di Ladispoli, in territorio papale, Caravaggio venne tenuto in fermo dalla sorveglianza costiera per accertamenti. Ciò, mentre l’imbarcazione proseguì la propria rotta, portandosi però maldestramente dietro il bagaglio dell’artista; ignari che quelle casse contenessero il prezzo concordato dal Merisi col cardinale Scipione Borghese per la sua definitiva libertà, ed in particolare tre sue tele: una “Maddalena in estasi” – il cui epilogo la ricondusse tra i tesori della Marchesa Costanza Colonna -; un “San Giovanni Battista” – conosciuto anche come il “Buon Pastore” successivamente consegnato a Scipione e un altro “San Giovanni Battista” – andato perduto -. La versione ufficiale afferma che gli Orsini avrebbero offerto a Caravaggio un’imbarcazione per raggiungere Porto Ercole, in modo da recuperare il prezioso carico. Approdato lungo la spiaggia del tombolo della Feniglia, l’artista era però esausto per via della febbre alta e di un’infezione intestinale. Il suo corpo venne rinvenuto in spiaggia, in fin di vita, per essere trasporto e curato inutilmente nel sanatorio di “Santa Maria Ausiliatrice” della allora Confraternita Santa Croce, locato nel retro della chiesetta di Sant’Erasmo. Svariati saggisti sostengono che Caravaggio non riprese mai conoscenza e lì morì il 18 luglio del 1610.

Uno dei capolavori di Caravaggio è certamente la “Deposizione di Cristo”, esposta presso la Pinacoteca Vaticana

Il dibattito post-mortem di questo ineguagliabile innovatore si è protratto per lungo tempo. La versione sopracitata deriva da carteggi approssimativi, così come testimonia un certificato ritrovato a Porto Ercole, che riporta come anno di morte il 1609 – stagione in cui è dimostrato l’artista si aggirasse ancora vivo e vegeto a Napoli -. È verosimile che i confratelli di Porto Ercole non avessero riconosciuto l’identità del sofferente; di conseguenza i forestieri in misere condizioni venivano sepolti in anonimato nell’allora Cimitero di San Sebastiano, dove attualmente c’è il moderno centro abitato. Nel 1956, a causa dei lavori per l’ampliamento della strada principale, alcuni scheletri dell’antico camposanto furono trasferiti nell’ossario dell’attuale cimitero e nel 2008, in occasione dell’imminente quattrocentenario dalla morte, furono riesumati tali resti ossei per essere esaminati tramite una approfondita ricerca scientifica. Dopo oltre un anno di studi storiografici, analisi dei sedimenti terrosi, della datazione con il metodo carbonio-14 e analisi scheletriche, furono selezionati dei resti ossei per essere portati direttamente al paese di Caravaggio, al fine di effettuare dei test di confronto con il DNA dei fratelli del pittore. Il 16 luglio 2010, un’équipe di scienziati dichiarò ufficialmente che alcuni resti ossei selezionati con la comparazione del DNA, e contenenti un’alta percentuale di piombo e mercurio – elementi questi usati in grande abbondanza dai pittori dell’epoca per preparare i colori – potessero essere attribuiti per l’85% a quelle del leggendario Caravaggio.  A conclusione di tutto, il 19 luglio 2014, a Porto Ercole, presso lo stesso luogo dove sorgeva il Cimitero di San Sebastiano, ossia la centralissima via Caravaggio, furono eretti un monumento evocativo e un piccolo monumento funebre dedicato al pittore, contenente i resti. La tesi ufficiale della morte a Porto Ercole tuttavia, fu fortemente dibattuta da Vincenzo Pacelli, un professore dell’Università di Napoli e saggista del Merisi che, venuto in possesso di una serie di documenti dell’Archivio Vaticano, ritiene indiscutibile che la morte sarebbe avvenuta direttamente a Palo di Ladispoli; assassinato da emissari dei cavalieri di Malta, con il tacito assenso della Curia Romana.

Immorale, provocatorio, destabilizzante, per quanto inaccettabile dal vivo, Caravaggio fu ancor di più inammissibile dopo la morte. Non c’è da stupirsi se ogni traccia della sua grandezza si estinse con un certo sollievo da parte di tutti coloro che ne avevano decantato le lodi. Il suo primo biografo, Giovanni Baglione, lo detestava ed offuscò volutamente la sua memoria, diffondendo calunnie, accusandolo di plagio e furto, tanto che nei secoli molte sue opere vennero attribuite a pittori rivali, più rassicuranti, inquadrati, accademici e di solida reputazione. Le tenebre che Caravaggio ha introdotto in pittura ne avvolsero il nome. Sarebbero dovuti passare tre secoli perché gli fosse resa giustizia; affinché il mondo potesse rimanere abbagliato, conquistato, rapito, commosso dalla sua immensità. Venne accusato di essere «giunto a Roma per uccidere la pittura»; mentre diede vita a qualcosa di inconcepibile per l’epoca, di eterno, di divino; fino a morire, o a essere ucciso, oppure, più semplicemente, a lasciarsi spegnere fu egli stesso, ormai consapevole di aver reso immortale il suo passaggio sulla terra.

La testa mozzata ed esposta dal pastorello in “Davide con la testa di Golia” è un autoritratto del Caravaggio

One comment

  1. Afonso Armonia

    Signore, buongiorno
    quel museo l’immagine “Cristo sud Monte degli Ulivi”.
    Precedentemente della Seconda Guerra?
    Cordiali saluti
    Afonso Armonia

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