Andre Agassi, tra zone d’ombra e di luce

«Ho sette anni e sto parlando da solo perché ho paura e perché sono l’unico che mi sta a sentire. Sussurro sottovoce: lascia perdere, Andre, arrenditi. Posa la racchetta ed esci da questo campo. Non sarebbe magnifico? Semplicemente lasciar perdere? Non giocare a tennis mai più? Ma non posso». Quando rievoca questi pensieri, quel bambino nato a Las Vegas il 29 aprile del 1970, è ormai diventato un uomo e si sta raccontando a milioni di persone. La sua non è una storia, è un’epopea intrecciata con le sue radici, che parte dal padre, Emmanuel Agassian, un cittadino iraniano di origini armene e assire che, dopo aver gareggiato come pugile alle Olimpiadi del 1948 e del 1952 per il suo paese natale, decide di trasferirsi a Las Vegas, ed ottenuta la cittadinanza americana cambia il proprio nome in Mike Agassi, mette su famiglia con una certa Elizabeth Dudley ed inizia a lavorare in un megaresort di proprietà del miliardario Kirk Kerkoiran, con cui stringerà una amicizia tale da dare all’ultimo dei suoi quattro figli proprio “Kirk” come secondo nome. Il primo nome era Andre. E sarebbe diventato Andre Agassi.

Quel padre ingombrante tenta di trasformare in tennisti prima Rita, poi Philly, poi Tami. L’impresa gli riesce solo con il più piccolo, Andre, il quale si ritrova in mano una racchetta ad appena due anni, per iniziare a combattere con e contro le pressioni, la brutalità caratteriale, la violenza mentale di cui il padre lo ricopre. Siccome il tennis è l’epicentro della sua vita – e impone questa condizione anche al figlio – nella zona circostante la propria abitazione, Mike Agassi fa costruire un campo da tennis e tutti i giorni Andre si vede costretto a colpire un numero esagerato di palline buttate da una macchina lancia-palle ribattezzata il drago; che così descrive: «nero come la pece, montato su due grosse ruote di gomma e con la parola “Prince” dipinta in bianche lettere maiuscole lungo la base. Assomiglia a una qualunque macchina lancia-palle, ma in realtà è una creatura vivente uscita dai miei fumetti. Il drago respira, ha un cervello, una volontà, un cuore nero e una voce terrificante». Voce che si sovrappone a quella del padre, in quanto spiega: «Papà dice che se colpisco 2500 palline al giorno, ne colpirò 17500 in una settimana e quasi un milione all’anno. Un bambino che colpisce un milione di palline all’anno sarà imbattibile».

Perché questo dogma si materializzi, il padre si rende conto che Andre ha bisogno di una guida che lo migliori sia tecnicamente che tatticamente. Lo consegna quindi, quattordicenne, nelle mani di Nick Bollettieri per allenarsi in un’Accademia definita: «un campo di prigionia nobilitato dove non si fa altro che lavorare e dormire». Quando non si allena sul rettangolo di gioco, fa esercizi in palestra, corre su un campo di atletica, studia la psicologia del tennis, frequenta corsi di resistenza mentale, di visualizzazione, di pensiero positivo. Il rapporto che nasce con il noto pigmalione sarà duraturo, proficuo, ma anche freddo, conflittuale, emotivamente non appagante. Ciò che conta però è che ne fa un professionista nel 1986 e il 20 novembre del 1987 è già pronto per vincere il suo primo torneo ATP a Itaparica, in Brasile, e chiudere la stagione come n.25 del mondo. A diciassette anni è pelle e ossa, con un servizio mediocre; per questo Bollettieri pretende un’ora al giorno di lavoro sulla battuta e gli affianca un colonnello dell’esercito in pensione come trainer; un tizio di nome Lenny, ruvido come la tela da sacchi. Nell’arco del 1988 vince 6 tornei e nei soli due slam a cui partecipa, il Roland Garros e l’U.S Open, raggiunge le semifinali.

L’anno successivo è problematico. Andre Agassi ha sempre giocato con una Prince, ma Bolettieri è a corto di soldi e lo convince a firmare un contratto con la Donnay. Ne consegue un solo torneo vinto, all’US Open conosce l’amarezza di vedere lo stadio amico tifare per il suo avversario – un allora trentasettenne Jimmy Connors che lo impegna per oltre quatto ore -, mentre l’umiliazione più grande avviene quando viene definito dalla stampa “un’immagine vuota”. Uno degli incontri cruciali della sua vita, quello con il preparatore atletico e padre putativo Gil Reyes, lo involano verso la prima finale in una prova del Grande Slam ma, sopraffatto dall’emozione prima ancora che dal tennis frizzante di Andrés Gomez, si lascia sfumare il Roland Garros. Sempre nello stesso anno, dopo aver eliminato Boris Becker in semifinale, Andre appare lanciato a conquistare l’U.S Open. In finale però deve inchinarsi in tre veloci set a colui che diventerà il più grande rivale della sua carriera: il connazionale Pete Sampras. Il trionfo al Master rappresenta un’iniezione di fiducia in vista del 1991 ma, la seconda sconfitta subita in finale al Roland Garros, questa volta contro Jim Courier, unita ai dolori all’anca ne limitano il rendimento, che si mantiene irregolare per il resto della stagione.

La rinascita di Andre Agassi avviene nel 1992 quando, presentatosi a Wimbledon come testa di serie n.12 sconfigge Boris Becker, John McEnroe e Goran Ivanisevic; conquistando così il suo primo torneo del Grande Slam. Eppure, l’animo dello yankee rimane inquieto: «Dovrei essere un altro adesso che ho vinto uno slam. Dopo avermi definito un ciarlatano, un artista del fiasco, adesso dichiarano che sono un vincente, un tennista concreto. Io però non credo che la vittoria di Wimbledon mi abbia cambiato, anzi ho la sensazione che mi sia stato rivelato un piccolo segreto: vincere non cambia niente. Adesso che ho vinto uno slam so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso di sapere. Una vittoria non è così piacevole, quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo».

Il 5 luglio del 1992 Andre Agassi conquista a Wimbledon il primo di 8 titoli del Grande Slam

Se un intervento al polso lo limita per l’intero 1993, Andre Agassi si riscatta l’anno dopo aggiudicandosi i tornei di Toronto, Vienna, Parigi Bercy ma soprattuto scrivendo il suo nome nell’albo d’oro dell’U.S Open. Il terzo titolo dello Slam arriva nel gennaio del 1995, a Melbourne, dove Andre batte “l’amico-nemico” Pete Sampras. Una prestazione magistrale che Agassi ripete a marzo, in finale a Key Biscayne, tanto da riuscire ad issarsi sul primo gradino del ranking mondiale, dove vi rimarrà per 30 settimane. Se l’annata gli porterà in dono pure la terza Coppa Davis, San José, Washington, Montreal, Cincinnati e New Haven; ben più complesso si dispiegherà il triennio 1996-1997-1998 dato che – a causa di un infortunio al polso e il mondanissimo matrimonio con Brooke Shields – non raggiunge nessuna finale slam e precipita oltre il 140esimo posto in classifica. Ad arricchire lo splendido palmares di Agassi ci saranno giusto l’oro olimpico, vinto ad Atlanta nel 1996 e il terzo Key Byskane, mentre il vuoto del 1997 sarà colmato nella stagione successiva da cinque titoli minori, nel nome di una lenta risalita che nel 1999 lo spinge in finale a Parigi, a Wimbledon e a New York. Giustiziato da Pete Sampras sull’erba londinese, al Roland Garros Andre Agassi rimonta due set ad Andrej Medvedev; mentre all’US Open approfitta del ritiro di Sampras e Rafter per liquidare in finale il modesto Todd Martin e riprendersi la vetta del ranking, dove vi si accomoda per 52 settimane.

Il nuovo millennio assume la forma di un trampolino di lancio verso una “seconda carriera” scandita da altri 15 tornei conquistati, tra cui luccicano altri 3 Australian Open, altrettanti Key Byskane – su sei complessivi – ed il primo Indian Wells senza dimenticare un ritorno a re del circuito a 33 anni autografando 101 settimane in tutto come primo della classe; e altre due finali disputate all’US Open. Il fisico sbriciolato da una catena di infortuni polso-spalla-anca-schiena hanno infine chiesto il conto ed il 3 settembre 2006 gioca sull’Arthur Ashe Stadium il suo ultimo incontro ufficiale contro Benjamin Becker. Quando va per salutare il suo pubblico con voce rotta dall’emozione pronuncia un discorso commuovente: «Il tabellone segnapunti dice che oggi ho perso, ma quello che non dice è ciò che ho trovato. Negli ultimi ventuno anni ho trovato la lealtà: avete fatto il tifo per me sul campo ed anche nella vita. Ho trovato l’ispirazione: avete voluto che ce la facessi, talvolta anche nei momenti più bui. E ho trovato la generosità: mi avete offerto le spalle su cui salire per raggiungere i miei sogni, sogni che non avrei mai realizzato senza di voi. Negli ultimi ventuno anni ho trovato voi e porterò con me, voi e il vostro ricordo, per il resto della mia vita».

Il 12 settembre del 1999 è il giorno del secondo trionfo all’US Open per Andre Agassi

La carriera di Andre Agassi si chiude con 60 titoli ATP tra cui 8 Prove del Grande Slam consistenti in 4 Australian Open, 2 US Open, un Roland Garros, un Wimbledon, un Master e una Medaglia d’Oro alle Olimpiadi di Atlanta. Da Nick Bollettieri a Brad Gilbert, dalla presenza costante del fratello Philly e del trainer Gil Reyes – il colosso che ha saputo motivarlo, confortarlo, ispirarlo ed essergli amico -, dalla prima fidanzatina Wendy a Brooke Shields per arrivare a Steffi Graf con cui diventa padre di due figli, dal parrucchino ai pantaloncini di jeans, dalla depressione alle metanfetamine; con il suo look studiato a puntino dagli sponsor, Andre Agassi è stato promosso allo status di business man prima di essere considerato un campione per poi ritrovarsi innalzato a simbolo capace di suscitare clamore al di là delle vittorie, indignazione ben oltre alle sconfitte. 

«Odio il tennis. Lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi, non ci riesco. Continuo a implorarmi di smettere e continuo a giocare, e questo divario, questo conflitto tra ciò che voglio e ciò che faccio mi pare l’essenza della mia vita». Un pensiero che lo ha perseguitato fin da quando aveva sette anni; quando prima di combattere contro Sampras, Courier, Chang, Edberg, Becker, Lendl, Connors, McEnroe, Rios, Moya, Rafter, Kuerten, fino ad arrivare a Nadal e Federer; doveva affrontare il drago lancia-palle e prima ancora il suo stesso padre.

Un odio che ha provocato ferite, crepe forse impossibili da rimarginare, ma che al contempo l’ha reso un uomo fuori dal comune, più attento, più sensibile, più consapevole di sé, di chi gli è intorno, dell’esistenza stessa, perché forse non è stato un caso che «il tennis usa il linguaggio della vita: ogni match è una vita in miniatura. Perfino la struttura del tennis, il modo in cui i pezzi entrano l’uno nell’altro come in una matrioska, rispecchia la struttura delle giornate. I punti diventano game, che diventano set, che diventano tornei, ed è tutto collegato così strettamente che ogni punto può segnare una svolta. Mi ricorda il modo in cui i secondi diventano i minuti, che diventano ore, e ogni ora può essere la più bella della nostra vita. O la più buia. Dipende da noi».

Il toccante momento dell’addio al tennis di Andre Agassi, l’ultima di una serie di pagine indimenticabili

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