Jaroslaw Drobny, il professore senza patria

Non fu solo l’aria da intellettuale, assunta per via di un paio di occhialini rotondi che indossava mentre era in campo, ad appiccicargli l’appellativo di “il professore”. Indubbiamente, il portamento dignitoso di Jaroslaw Drobny, quell’alone di decoro, quella solennità che mai sfociava nella supponenza, ma era semmai sinonimo di riservatezza, quel sorriso che frequentemente gli sfiorava le labbra senza mai allargarsi più del necessario; fecero di lui una figura rispettata, amata a priori. Drobny però, era tanto altro ancora. Non solo riuscì a far convivere l’eleganza del gesto con la forza nell’esecuzione. Jaroslaw Drobny era realmente uno scienziato, un matematico del tennis che ornava le sue soluzioni di improvvisazioni, di soluzioni creative, di slanci interiori, non di rado destinati a complicargli la vita e le partite. Era un umanista appassionato di tattica che si atteneva alla tecnica.

Jaroslaw Drobny è nato il 12 ottobre del 1921 a Praga, all’epoca ancora Cecoslovacchia. Suo padre era il custode in un club sportivo della città che metteva a disposizione di soci e giovani agonisti diversi campi da tennis, poi trasformati nei mesi invernali in piste su cui praticare l’hockey su ghiaccio. Jarsolaw iniziò a tirare qualche colpo mancino con la racchetta a cinque anni, ma soprattutto fece da raccattapalle a Karel Koželuh; talento ceco che tra il ’28 e il ’37 vinse un French Pro e tre US Pro, ma distintosi pure nell’hockey – tanto da segnare la rete decisiva nella finale dei Campionati Europei del ’25 – e nel calcio, militando nello Sparta Praga e nel Wiener AC. Si narra che Jaroslaw fosse la sua ombra. Di certo, dal suo idolo, Drobny attinse un’inclinazione verso la polivalenza che lo avrebbe portato ad eccellere pure nell’hockey su ghiaccio dove ricoprì il ruolo di centroavanti della nazionale ceca sia ai Campionati del mondo del 1947 – dove spinse la squadra al trionfo – che ai Giochi Olimpici del 1948 – dove salutò St. Moritz con al collo la medaglia d’argento.

Altrettanto fenomenale però, Jaroslaw Drobny si dimostrò essere nel tennis. Presentatosi appena diciassettenne ai Campionati Internazionali di Cecoslovacchia, raggiunse i quarti dove sfidò per cinque interminabili set niente meno che Donald Budge. Perse, ma il suo tennis cerebrale scosse il campione americano al punto che lo avrebbe citato vita natural durante come uno dei suoi avversari più ostici. Non fosse stato costretto a vivere così da vicino il dramma della guerra e forse ancor più del dopoguerra, quando il suo paese venne assorbito al di là della cortina di ferro, Jaroslaw Drobny sarebbe probabilmente stato un giocatore diverso, senz’altro più vincente. Per Jaroslaw Drobny invece fu un travaglio affermarsi, issarsi su quell’ultimo gradino che, solo, lo avrebbe reso veramente apprezzato in un paese in cui non c’era né onore e né posto per i secondi classificati.

Jaroslaw Drobny era talmente signorile ed impeccabile nei modi, da riuscire a nascondere tutta quell’angoscia che lo avvolgeva dentro, tutte quelle paure che, sciaguratamente, gli facevano commettere errori che mai avrebbe fatto in condizioni en passant, spingendolo a perdere match che parevano già vinti, a volte sulla carta, altre sul terreno di gioco. Giunto alla prima finale agli Internazionali di Francia, nel 1946, dominò per due set il modesto Marcel Bernard. Al che, si spense la luce e il transalpino poté godere della sua unica grande gioia in carriera. Tempo due anni e ci riprovò contro Frank Andrew Parker. Pur partendo con un ranking inferiore, tutti ritenevano che la zampa di velluto di Drobny avrebbe mandato in tilt lo yankee. Così non fu. E dire che sempre nel ’48; tanto nel doppio maschile – in coppia con Lennart Bergelin -, quanto nel misto – insieme a Patricia Canning Todd – il ceco alzò al cielo i trofei dello slam parigino. Nel singolare però, era tutta un’altra storia e non andò meglio nel 1949 sul verde di Wimbledon. Pure stavolta di là dalla rete c’era un americano, tale Ted Schroeder. Yaroslaw Drobny si aggiudicò il primo set senza troppi patemi poi, nei successivi quindici games ne vinse giusto tre, per quindi arrampicarsi in un quinto parziale dove, bloccato dall’ansia, si arrese.

La tendenza faticò a invertirsi pure dopo aver annunciato, insieme al connazionale Vladimir Cernik, che non avrebbe fatto ritorno in patria. Era scattato il 1950 e, alla terza finale al Roland Garros, Jaroslaw Drobny rimontò due set a Budge Patty ma nella manche decisiva, puntualmente, il braccio del ceco tremò. Il suo peregrinare per il mondo alla ricerca di provvisori permessi di soggiorno lo spinse fino all’Australia, ma fu Faiza, sorella del re Faruk, a far ottenere a Jaroslaw (e Cernik) un passaporto egiziano. Questa dimostrazione di stima, unita a una prima vittoria di prestigio, conseguita agli Internazionali d’Italia nel 1950 – dove avrebbe vinto anche nel ’52 e nel ’53 -, lo aiutarono a mettere un po’ di ordine sia nel cuore che nella psiche. Quand’ecco che il 3 giugno del 1951 il maleficio si dissolse e finalmente, tramite un triplo 6-1 ad  Eric Sturgess, il Roland Garros finì nelle tasche di Jarsoslav Drobny. Impresa, che riuscì a ripetere anche la stagione successiva battendo Frank Sedgman, non senza però aver fatto un po’ di tutto affinché l’australiano rientrasse in partita. Paralisi, alternate a momenti di confusione che si sarebbero riproposti poco più di un mese dopo, quando i due si ritrovarono in finale a Wimbledon e il professore vide sfumare la quinta di sette finali slam.

Fuori dal campo, invece Jaroslaw Drobny fu sempre lucido. Nella primavera del 1953 sposò a Ealing, un sobborgo di Londra, la splendida tennista inglese Rita Jarvis – con già alle spalle un matrimonio con un tennista, ovvero Owen Anderson -. Fu un matrimonio d’amore, che oltre a una figlia gli avrebbe portato in dono la cittadinanza britannica. Lo stesso anno, fece scalpore il rifiuto di quell’esule trentaduenne dei 50,000 dollari offertigli da Jack Kramer per passare professionista; e ciò non tanto perché si considerasse troppo vecchio, bensì perché voleva domare la sua ossessione più grande: vincere Wimbledon. Avrebbe potuto essere l’anno buono; non fosse che ai quarti di finale innescò una battaglia estenuante contro Budge Patty; iniziata alle 5 del pomeriggio e finita oltre le 9 di sera. Dopo aver annullato sette match point, all’ennesima richiesta da parte di Drobny di interrompere il match per oscurità, sul 10-10 del quinto, l’arbitro decretò che,  se i due si fossero ritrovati sull’11-11, l’incontro sarebbe stato sospeso. Si narra che fu la classe di Jaroslaw Drobny a respingere l’ipotesi chiudendo la disputa con il punteggio di 8-6 16-18 3-6 8-6 12-10. L’All England Lawn Tennis and Croquet Club decise all’unanimità di premiare i due eroi con un portasigarette della partita con inciso il punteggio dell’incontro, ma la stanchezza sarebbe rimasta nella gambe di Drobny che in semifinale venne spazzato via da Kurt Nielsen.

Quando ormai nessuno gli dava più credito, rilegato a testa di serie n.11, nel luglio del 1954 Jaroslaw Drobny mise in fila prima Lew Hoad, poi Budge Patty e dopo 2 ore e 36 minuti Ken Rosewall. L’aver alzato al cielo il trofeo di Wimbledon, rappresentò per Drobny l’apoteosi della propria carriera e se per circa undici anni ancora si dilettò tra tornei minori, spesso vincendoli, ed eventi maggiori – senza mai più superare i quarti di finale – singolo episodio che avvenne nello slam londinese dove nel ‘55 rimediò una dura sconfitta dal futuro campione Tony Trabert – fu solo per dimostrare al mondo come la sua carriera si posasse molto più sulla passione che non sulla brama di gloria. Almeno finché l’ennesima porta sbattuta in faccia al primo turno al Roland Garros, nel 1965, lo convinse a dedicarsi a tempo pieno alla sua azienda produttrice di salsicce. 

Per molti decenni il lago della sua “farm” nel Sussex gli garantì quella serenità che si sarebbe irrimediabilmente frantumata dopo la morte della moglie e la prematura scomparsa della figlia. Trasferitosi a Londra, aprì un negozio di articoli sportivi, chiamato “Old Drob”, e continuò a seguire il tennis, sempre a rigorosa distanza. L’ambiente gli ricordava il suo passato, e Jaroslaw Drobny, dei suoi ricordi, preferiva non parlarne. Aveva lasciato i suoi genitori in Cecoslovacchia e dopo una quarantina d’anni quel paese aveva cambiato nome. Il circuito, addirittura, si era trasformato molto prima. Aveva perso i suoi affetti. La gente non era più la stessa, in tutto il mondo. E quando il 13 settembre del 2011, Jaroslaw Drobny si spense a Londra, non era più questione di bandiere, di passaporti, di inquietudini, di tormenti, di sconfitte o di vittorie. La sua vita era segnata da cicatrici troppo dolorose, troppo frustranti: non era più semplicemente un uomo senza una patria, era un uomo che non apparteneva più a questo mondo.

                   

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