Vivien Leigh, sospesa tra gloria e follia

Dotata di una bellezza prodigiosa, il sogno della diciottenne Gertrude Robinson Yackje era quanto mai comune a quello di tante sue coetanee: diventare un’attrice. L’interessamento di un impresario teatrale londinese però, non persuase i genitori, ferventi cattolici irlandesi, ad assecondare quella passione che avrebbe potuto ostacolare il matrimonio, ormai prossimo, con tale Ernest Hartley, un ex ufficiale della cavalleria britannica divenuto agente di borsa che da lì a un annetto sarebbe stato trasferito a  Darjeeling, in India. Sarà proprio lì, sulle alture dei monti Shivalik, le prime pendici dell’Himalaya, che il 5 novembre del 1913 nascerà Vivian Mary Hartley. Una piccola pezza, Gertrude riuscì a metterla quando il marito venne trasferito a Bangalore, mentre lei rimase a Ootacamund con la figlia e, iscrittasi a un corso amatoriale di teatro, poté finalmente salire su un palco per recitare in una manciata di commedie. Ad una di esse prese parte anche Vivian che, a quattro anni non ancora compiuti, veniva accompagnata nel mondo dei sogni dalla madre non attraverso la lettura di favole, ma con episodi tratti dalla mitologia greca o brani di Lewis Carroll o Rudyard Kipling. Fu così che l’immaginazione di Vivian iniziò a elaborare storie fantastiche, personaggi epici, sentimenti amplificati, in cui gioia, dolore, spensieratezza e afflizioni, si mescolarono tra loro prendendo, tutti insieme dimora nel cuore di quella bambina che, è bello pensare, proprio in una notte indiana si vide donna, pronta a riscattare i rimpianti materni, con un nome nuovo, ammaliante, destinato all’immortalità: Vivien Leigh.

Di certo, quando la famiglia fece ritorno in Inghilterra, Vivian venne mandata a studiare nel convento del Sacro Cuore di Roehampton, tra i cui banchi divenne amica di una certa Maureen O’Sallivan a cui un giorno annunciò: «Diventerò un’attrice famosa». Con il senno di poi non sbagliò; ma quando nel 1931 – dopo aver completato un percorso di studi tra Francia, Italia e Germania – Vivian fece ritorno a Londra, tra le attrici di un film trasmesso nel West End non figurava lei, bensì la compagna di classe di un tempo. Espresso ai genitori il desiderio di diventare a sua volta attrice nessuno si oppose, anzi, il padre mise la parola decisiva affinché la “Royal Academy of Dramatic Art“ di Londra la accogliesse. Accadde però che nell’aprile del 1932 Vivian si fidanzasse con Herbert Leigh Holman, un avvocato con cui si sarebbe sposata a dicembre e che, profondamente scettico nei confronti del mondo dello spettacolo, le impose di abbandonare l’Accademia. Vivian non fece troppe storie, ma quando nel gennaio del ‘33 scoprì di essere in attesa di un figlio, riprese a seguire i corsi di recitazione in quanto, a suo dire, la distendevano. In verità la vita matrimoniale e la maternità – Suzanne nacque il 12 ottobre del 1933 – erano intollerabili per l’indole ambiziosa e indipendente di Vivian che, dopo aver lavorato come modella pubblicitaria, nel 1934 accettò un piccolo ruolo nel film “Thinghs are looking up”. Assunto John Gliddon come agente; le consigliò seduta stante di adottare un nome d’arte e lei, consapevole di essere pur sempre una donna sposata, propose “Vivian Holman”. Scartato da Gliddon, in quanto lo ritenne inadatto; le propose “April Morn”. Vivian però credeva nel destino ed era certa che qualcosa di buono da quel matrimonio avrebbe dovuto ricavarne e così optò per Vivien Leigh.

Al di là dell’indiscutibile bellezza, Gliddon era convinto di avere tra le mani «la miglior attrice britannica di sempre»; e subito le procurò un ruolo da protagonista nell’opera teatrale “The Mask of Virtue”. Gli elogi conseguenti alla sua performance la catapultarono verso l’esordio al cinema, avvenuto nel 1935 per “The Village Squire” per la regia di Refinald Denham; a cui seguirono una serie di pellicole minori quali “Look Up and Laugh”; “Things Are Looking Up” e “Gentlemen’s Agreement”; perfette per «farmi le ossa» – come commenterà la nuova stella, ma sopratutto per convincere Laurence Oliver che quella ragazza sarebbe stata perfetta per il ruolo di Cynthia in un film per cui egli stesso era già stato scritturato da William K. Howard: “Elisabetta d’Inghilterra”. Non solo Vivien Leigh e Laurence Oliver persero letteralmente la testa l’uno per l’altra; terminate le riprese iniziarono a convivere nonostante i rispettivi coniugi – lui era sposato con Jim Esmond – si rifiutassero di accordare loro il divorzio. Ad ogni modo, nel 1937 Vivien venne scritturata da Victor Saville per altri due film: “Le tre spie” a fianco di Conrad Veidt; e “Patrizia e il dittatore” dove duettò con Rex Harrison. Non solo, in inverno interpretò Ofelia nelAmletodiretto da Laurence Oliver all’Old Vic Theatre. 

Vivien Leigh Laurence Oliver
Vivien Leigh e l’amore della sua vita, Laurence Oliver, in una scena della pellicola “Elisabetta d’Inghilterra”

Il barone di Dorking – città che diede i natali ad Oliver – pensò a un accumulo di stress provocato da un’annata tanto impegnativa quando, una sera poco prima di andare in scena, Vivien Leigh iniziò a inveirgli contro senza un motivo, per quindi ritornare improvvisamente silenziosa con lo sguardo fisso nel vuoto. Ragione in più che l’interpretazione della Leigh non risentì dell’avvenimento, mai Oliver avrebbe immaginato che quello sarebbe stato il primo di tanti episodi legati a un latente disturbo della personalità di cui soffriva la sua compagna. Che qualcosa non andasse in Vivien Leigh fu evidente per chiunque ebbe modo di lavorarci insieme nelle pellicole successive. In “Un americano a Oxford”, diretto da Jack Conway, si disse entusiasta dall’aver potuto ritrovare l’amica di scuola Lauren O’Sullivan, ma farla coesistere con Robert Taylor e Lionel Barrymoreon non fu semplice. Arduo fu pure “Marciapiedi della metropoli”, dove Vivien si immedesimò egregiamente in una borseggiatrice, ma Charles Laughton e Rex Harrison – con cui tra l’altro aveva già recitato – dovettero far ricorso a tutta la loro pazienza – ad esempio per la Leigh era diventata prassi interrompere una scena nel caso non ritenesse la propria recitazione all’altezza senza tener conto delle indicazioni del regista, così come non si tratteneva dal contestare trucco ed abiti di scena degli attori coinvolti -.

Affascinata dalla lettura del romanzo di Margaret Mitchell, “Via col vento”; quando seppe che negli Stati Uniti stavano preparando una trasposizione cinematografica dell’opera, Vivien chiese al proprio agente di segnalarla al produttore David O. Selznick; il quale aveva dato il via a un’imponente campagna pubblicitaria per trovare l’attrice adatta al ruolo della protagonista, Rossella O’Hara. Il contatto fu semplice in quanto John Gliddon era anche il corrispondente londinese dell’agenzia di Myron Selznick, fratello di David, nonché factotum di Laurence Oliver. La bellezza e il talento di Vivien Leigh furono il collante per rendere possibile tutto il resto. Il 10 dicembre del 1938, mentre erano in corso le primissime riprese del film – ovvero l’incendio della città di Atlanta – ancora non era stata scelta la protagonista femminile. A fine giornata, la troupe tornò in hotel e lì, ad attendere David O’Selznick ed il regista George Cukor, c’era Vivien Leigh. Entrambi rimasero abbagliati dal fascino e dall’entusiasmo con cui affrontò una serie di provini e – nonostante l’accento inglese incompatibile con quello di un’americana del Sud – Vivien respinse la concorrenza di Paulette Goddard e Joan Bennet. Le riprese del film furono lunghe ed estenuanti. Vivien Leigh modificò il proprio accento, così come Selznick cambiò il regista, che divenne Victor Fleming, con cui sia lei che Olivia De Hallivand ebbero discussioni frequenti. Vivien, che in quei mesi strinse una forte amicizia sia con la De Hallivand che con Leslie Howard, ebbe invece un rapporto burrascoso con Clark Gable; al punto da rifiutarsi di girare qualsiasi scena «non necessaria» in cui avrebbe dovuto baciarlo. Per quanto gli intensi ritmi di lavorazione furono causa di forte logorio emotivo, “Via col vento” procurò a Vivien Leigh un’ondata di notorietà  impressionante e per la sua intensa interpretazione, vinse uno dei dieci Premi Oscar ottenuti dalla pellicola, oltre a svariati altri riconoscimenti.

Vivien Leigh Via col Vento
Vivien Leigh in “Via col Vento”, per cui vinse il primo Premio Oscar – Photo by Silver Screen Collection/Getty Images

Nel febbraio del 1940 Jill Esmond si arrese a concedere il divorzio a Olivier, e lo stesso fece Holman con Vivien. Il 30 agosto dello stesso anno, Vivien Leigh e Laurence Olivier si sposarono a Santa Barbara, in California, con una cerimonia civile a cui furono presenti solo i due testimoni: Katharine Hepburn e lo scrittore Garson Kanin. Nella speranza di riconfermare il proprio successo oltreoceano, Vivien fece un provino per “Rebecca, la prima moglie” di Alfred Hitchcock, in cui il marito aveva il ruolo di protagonista e il cui produttore era ancora David O. Selznick. Quest’ultimo però notò una minore intensità di interpretazione; visione condivisa anche da Hitchcock e da George Cukor, con cui l’attrice aveva stretto un profondo rapporto di stima e amicizia da farne una sorta di mentore e confidente. Al suo posto venne dunque scritturata Joan Fontaine. Leigh si propose pure per un altro ruolo accanto al marito, quello di Elizabeth Bennet in “Orgoglio e pregiudizio”, ma la parte finì a Greer Garson. Una terza occasione per la coppia di lavorare insieme, in “Il ponte di Waterloo“, sfumò invece perché Laurence Oliver fu sostituito all’ultimo momento e la Leigh si ritrovò accanto Robert Taylor.

I coniugi Olivier lavorarono invece insieme in “Fatalità” ed allestirono una rappresentazione teatrale di Romeo e Giulietta” a Broadway; ma la stampa newyorkese criticò aspramente il carattere adulterino della relazione tra i due prima del matrimonio – oltre che il rifiuto di tornare in patria per dare il loro contributo a un’Inghilterra colpita dalla guerra – e lo spettacolo fu pertanto oggetto di recensioni negative e per la coppia, che aveva investito in esso buona parte del proprio denaro, fu un periodo di crisi finanziaria. Vivien e Laurence si risollevarono nel 1941 quando girarono insieme Lady Hamilton“, una delle tante pellicole che Hollywood realizzò con l’obiettivo di spingere il pubblico americano a un sentimento pro-britannico. Il film, in cui Olivier e Leigh interpretarono i ruoli di Horatio Nelson e della sua amante Emma Hamilton, ebbe grande successo al punto che Winston Churchill, che per molti anni intrattenne rapporti di amicizia con la coppia, ne organizzò una proiezione privata durante una festa cui prese parte anche Franklin Delano Roosevelt. Al che la Leigh si prese una pausa. Nel 1943 marito e moglie tornarono in Inghilterra; dopo di che lei si recò in Nordafrica per partecipare ad alcuni spettacoli per le truppe. Debilitata dalla tosse e da una febbre persistente, Vivien venne ricoverata d’urgenza e le fu diagnosticata una forma di tubercolosi al polmone sinistro. Dimessa dopo tre settimane di ricovero e tornata a casa apparentemente guarita, la Leigh iniziò però a presentare i primi sintomi della depressione accompagnata da frequenti attacchi maniacali. 

Nel 1945 Vivien Leigh tornò sul grande schermo con due produzioni britanniche, ma né “Cesare e Cleopatra”, né “Anna Karenina” riscossero il successo sperato. Due anni dopo, Laurence Olivier venne quindi nominato baronetto e Vivien lo accompagnò a Buckingham Palace  per la cerimonia di investitura. Nel 1948 marito e moglie andarono per sei mesi in Australia e Nuova Zelanda con lo scopo di raccogliere fondi per l’Old Vic Theatre. Durante la permanenza recitarono insieme in varie opere, tra cui ilRiccardo III”, venendo sempre acclamati. Nonostante ciò, immancabili furono i litigi e le scenate, sempre innescate dalla Leigh, che a causa di problemi d’insonnia, per una settimana dovette persino lasciare il posto sul palcoscenico alla sua sostituta. Rientrati a Londra stanchi e malati, i problemi personali non incrinarono la loro carriera, anzi, nel gennaio del 1949 si presentarono al West End, replicando gli stessi spettacoli del tour estero, con l’aggiunta del dramma classico “Antigone“, fortemente voluto da Vivien Leigh che da tempo ambiva a un ruolo da protagonista in una tragedia.

Vivien Leigh Marlon Brando
Vivien Leigh e Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio”. La sua memorabile Blanche, le valse il secondo Oscar

Alla fine degli anni ’40, Vivien Leigh decise di afferrare il ruolo di Blanche Dubois nella produzione teatrale britannica di “Un tram che si chiama desiderio” del drammaturgo Tennessee Williams, che aveva già ammirato il talento dell’attrice in “Antigone. Contattato da Williams e dalla produttrice Irene Mayer Selznick, Laurence Olivier si disse perplesso, poiché temeva che il carattere potente’ dell’opera potesse causare aggravamenti nel già difficile carattere di Vivien. Lei però si ostinò e ottenne la parte di protagonista nel dramma, la cui prima ebbe luogo nell’ottobre 1949. Lo spettacolo, diretto dallo stesso Olivier, ricevette critiche da parte della stampa, sia sul contenuto dell’opera che sull’interpretazione “troppo inglese” della Leigh, ritenuta troppo classica, composta e posata. L’impegno teatrale di Vievien Leigh terminò dopo 326 repliche, quando venne scritturata per interpretare Blanche anche nella versione cinematografica, accanto a Marlon Brando. Seppure Elia Kazan, temeva sarebbe stato impossibile far convivere due star tanto particolari; al contrario Brando e la Leigh intrecciarono un ottimo rapporto professionale; mentre tra il regista e la protagonista vi furono molti dissapori. La sua memorabile Blanche DuBois procurò a Vivien Leigh il suo secondo Premio Oscar, un BAFTA e una Coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia; ma anche un morboso e inscindibile legame con il personaggio, che la condusse lentamente nel baratro della follia. Fu il colpo di grazia. Vivien era entrata nella parte a tal punto da non esser più in grado di scindere il personaggio dalla vita reale.

Laurence Oliver cercò in tutti i modi di proteggerla e per rendere meno traumatico un inevitabile allontanamento dal cinema la coinvolse a teatro dove nel 1951 si calarono nei ruoli di Giulio Cesare / Marco Antonio e Cleopatra in due differenti spettacoli, uno tratto dall’opera di Shakespeare – in cui Olivier vestì i panni di Antonio – e l’altro da quella di George Bernard Shaw  – con Olivier che diede il volto a Cesare -, alternando ogni sera una delle due performance e ottenendo buone recensioni per entrambe, al punto da rappresentarle anche a New York l’anno dopo. Nonostante le positive, furono sufficienti le malignità di Kenneth Tynan – che accusò la Leigh di possedere un talento mediocre rispetto a quello di Oliver – affinché l’attrice sprofondasse nell’ansia. La situazione parve tornare alla normalità quando nel 1953 la Paramount Pictures le propose il ruolo da protagonista in “La pista degli elefanti”; non fosse che, pochi giorni dopo l’inizio delle riprese, Vivien fu vittima di un forte esaurimento nervoso e venne sostituita da Elizabeth Taylor. Tornata in Inghilterra, Vivien disse al marito di aver avuto una relazione con Peter Finch. Si trattò probabilmente dell’ennesima allucinazione di una donna ormai persa nei suoi stessi incubi, così Laurence Oliver optò per un ricovero in una struttura in grado di offrirle un costante sostegno psicologico. Ristabilitasi, Vivien Leigh tornò al cinema con “Profondo come il mare”, per poi recitare accanto al marito in “The Spleeping Prince”, subito rincalzato da tre opere Shakespeariane – “La dodicesima notte”, “Macbeth” e “Tito Andronico” – tutte portate in scena nella città natale del grande drammaturgo. Apparentemente tornata in sé, Noel Coward le propose il ruolo di protagonista in un suo spettacolo, ma proprio in quel periodo Vivien scoprì di essere incinta e rinunciò all’impegno. Poche settimane dopo però, ebbe un aborto spontaneo che la fece ripiombare in un lungo periodo di depressione. 

Animato da un amore incrollabile, Laurence Oliver tentò l’impossibile conducendo la moglie con sé durante una tournée europea del “Tito Andronico”. II viaggio fu però segnato dai frequenti attacchi di isterìa di Vivien, le cui crisi maniacali coinvolsero Olivier e il resto della compagnia. Al loro ritorno, Oliver chiese all’ex marito di lei, Leigh Holman, di trasferirsi temporaneamente a casa loro per aiutarlo ad affrontare la difficile situazione. Considerando il suo matrimonio ormai in crisi irreversibile, nel 1958 la Leigh iniziò una relazione con l’attore John Merivale che di fatto spinse Oliver a frequentare Joan Plowright, che diventerà sua moglie dopo aver ottenuto il divorzio nel 1960. Ad ogni modo, Merivale tentò sinceramente di instaurare un rapporto stabile con Leigh: tra il luglio del 1961 e il maggio del 1962 la accompagnò in una tournée in Australia, Nuova Zelanda e America Latina – tra l’altro la magistrale interpretazione del musical “Tovarich” le fece ottenere un Tony Award – così come le fornì un sostegno quando Vivien tornò su un set prima con il dramma di Tennesse Williams “La primavera romana della signora Stone” – dove interpreta un’attrice di Broadway sul viale del tramonto che, giunta in Italia, ha una storia con un giovane gigolò interpretato da Warren Beatty – poi con la pellicola di Stanley Kramer “La nave dei folli”, che calò il sipario sulla sua carriera cinematografica.

Nel maggio 1967, mentre si stava preparando alle rappresentazioni di “A delicate balance, Vivien Leigh venne colpita da un ennesimo grave attacco di tubercolosi. Lei rifiutò il ricovero; osservando il riposo assoluto presso la sua residenza londinese di Eaton Square. La sera del 7 luglio 1967, John Merivale si recò a recitare a teatro per fare ritorno verso mezzanotte. Vivien Leigh giaceva a terra senza vita. Aveva 54 anni. L’autopsia rivelò che nel tetativo di raggiungere il bagno, aveva avuto un collasso in seguito all’entrata di liquido nei polmoni, oltre a una forte emorragia interna. Merivale attese le 8 del mattino successivo per contattare Laurence Olivier, il quale era ricoverato in un ospedale vicino per un tumore alla prostata. L’ex marito si precipitò a Eaton Square ma, sconvolto e sofferente per la malattia, non fu in grado di aiutare Merivale, a cui lasciò il compito di affrontare i preparativi per il funerale. Vivien Leigh venne cremata al Golders Green Crematorium e le sue ceneri furono sparse da Merivale nel laghetto di Tickerage Mill, residenza dell’attrice presso la località di Blackboys, nel Sussex.

Vivien Leigh, la più grande attrice britannica di tutti i tempi, così fragile, inquieta, seducente, perturbante da divenire eroina invincibile nei suoi stessi sogni di gloria; proiezioni che al tempo stesso la minarono, la scalfirono, la sconfissero. Pochi giorni prima della sua morte, un medico andò nella casa di Vivien Leigh e, trovandola in stato confusionale, le domandò se ricordasse il suo nome. Si sentì rispondere: «il mio nome è Blanche DuBois». In verità, Tennessee Williams aveva scritto quel personaggio su misura per Tallulah Bankhead – che rovinata dall’alcol sopravvisse alla Leigh di un anno soltanto -. In seguito in Blanche vi si sarebbero rispecchiate anche Jessica Tandy, Blythe Danner, Natasha Richardson e Jessica Lange. Eppure, di Blanche Du Bois; di quel personaggio figlia maggiore di una benestante famiglia del Sud, involontariamente colpevole del suicidio del marito, alcolizzata, depressa, terrorizzata dalla vecchiaia e infine ricoverata in un ospedale psichiatrico – ne rimase alla storia solo una: Vivien Leigh. Divennero involontariamente, inconsciamente, imprescindibilmente, due facce della stessa medaglia, intercambiabili, destinate a rincorrersi per l’eternità, pur restando ferme, immobili, incastrate in una voragine priva di pace.

Vivien Leigh

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