Stan Wawrinka, le intermittenze delle tenebre

È il 9 maggio del 2013 quando agli sgoccioli del giorno che coincide con il 74esimo compleanno di Ion Tiriac, tra l’altro alma mater del Mutua Madrid Open; Stanislas Wawrinka affronta Grigor Dimitrov. Sono gli ottavi di filnale e in quei giorni, il ventottenne Stan Wawrinka, è una promessa mantenuta in parte. Ex campione juniores al Roland Garros, una fugace permanenza in top 10 tra il maggio e l’ottobre del 2008 per quindi iniziare a oscillare tra il la decima e la ventesima posizione – con tanto di mesi neri che lo hanno respinto finto alla ventiseiesima -, quattro titoli ATP riposti in bacheca – tutti appartenenti alla categoria ATP 250 – e una medaglia d’oro in doppio alle Olimpiadi di Pechino, insieme a Roger Federer, l’uomo, la leggenda vivente che ha costretto Wawrinka ad essere l’eterno numero due del tennis svizzero. Dall’altra parte della rete a Madrid si è ritrovato un ragazzo di ventidue anni, sulla cresta dell’onda per aver battuto al turno prima il n.1 del mondo Novak Djokovic, campione sia a Wimbledon che all’US Open juniores, il bulgaro in cui tutti scorgono, vogliono scorgere, l’erede Roger Federer. Nemmeno a dirlo. Roger Federer, sempre Roger Federer. Impossibile comprendere gli stati d’animo che attraversano il cuore e la mente di Stan al cospetto del carisma, del nome, di quel nome; Roger Federer. Non solo un campione, no, il n.1 più n.1 di sempre, il tennista più vincente di tutti i tempi. Stanislas, più giovane di Roger di quattro anni. Stan Wawrinka, più vecchio di Dimitrov, l’erede di Federer, di sei anni. Una persecuzione, un terrorismo psicologico, uno stalking mediatico che si trasfigura sempre e comunque in un nome, Roger Federer, che ha inseguito e sempre inseguirà Stan Wawrinka.

Per quanto l’elvetico sia reduce da una straordinaria vittoria all’Open del Portogallo – dove in finale ha liquidato lo specialista Ferrer -, tutti pensano al successo che Grigor Dimitrov ha ottenuto su Djokovic, ma ancor più vogliono, pretendono che il discepolo si riveli pronto per sostituire il maestro. Grigor che contro il serbo era stato più forte dei crampi, Grigor sostenuto dal pubblico, Grigor il nuovo Roger. Gli addetti ai lavori, i giornali, i blog, i social network impegnati a scontornare le figure di Federer e Dimitrov, accostarle per appiccicare a margine la scritta, a mo di sfida: trovate le differenze. Credeva Stanislas di giocare agli ottavi contro il bulgaro, no dall’altra parte della rete c’è “baby Federer”. I pronostici urlano Dimitrov. Il pubblico urla Grigor. Come può Stanislas, una carriera da n.2, osare interrompere la scalata del “promesso Federer”? Questo insano e disdicevole vizio di considerare Wawrinka un numero due, un perdente, è rafforzato proprio dall’ennesimo paragone, con il serbo stavolta: Dimitrov è riuscito a superare il belgradese, mentre quattro mesi prima, all’Australian Open, Stan Wawrinka s’é invece inchinato al cospetto di Nole per 6-1 5-7 4-6 7-6 10-12, dopo cinque ore di maratona notturna.

Se a gennaio gli appassionati di tutto il mondo erano rimasti allibiti da un Wawrinka “bello di notte”; il 9 maggio 2013, sono stati incantati da un Stan Wawrinka bellissimo. È il rovescio dello svizzero, il cui gesto non ricorda quello di Federer in quanto meno plastico, meno “da manuale”, eppure altrettanto straordinario in ogni singolo personalismo, a dettare i ritmi del match, ad aprirgli il campo di battaglia, a scuotere il “lobotomizzato” pubblico madrileno. È Stan Wawrinka a vincere, destino vuole proprio nel giorno in cui la sua nemesi, Roger Federer, subisce contro Kei Nishikori una delle sconfitte più umilianti della sua stratosferica carriera. Eppure, in un giorno in cui la sconfitta di Roger avrebbe eclissato qualsiasi altra vittoria di Wawrinka, persino ai danni di Nadal, gli Dei del tennis gli hanno offerto in sacrificio un riflesso di Roger, quel Grigor Dimitrov che tutti vogliono vivere come l’erede al trono, il nuovo Federer. Un incubo, questa volta respinto da un sogno idilliaco, che si è enunciato di notte attraverso un poderoso 6-3 4-6 6-4.

Stan Wawrinka e Novak Djokovic al termine dell’epica battaglia vinta dal serbo all’Australian Open 2013

Da gennaio a maggio, da Melbourne a Madrid. Nemmeno cinque mesi per dare una svolta alla propria carriera, alla propria vita. Cinque mesi per decidersi ad assumere un coach, dopo una stagione passata con il proprio angolo praticamente vacante se non vuoto, conseguenza della fallimentare partnership lavorativa con Robert Lundgren, orsone svedese noto nel circuito per essere uno a cui è sempre piaciuto godersi la vita ma che, pare, avesse convinto Stan ad allontanarsi dalla sua famiglia, moglie e figlia di dieci mesi in quanto, a dir suo, il tennis doveva essere la sua priorità e siccome gli restavano solo cinque anni ad alto livello era consigliabile si concentrasse esclusivamente sulla carriera. E poi arriva Magnus Norman, pure lui svedese, ma di tutt’altra pasta. E chissà, forse gli spiega che quei cinque anni stanno volando e voleranno via senza che nella sua carriera sia avvenuta o avverrà mai alcuna svolta. Che nel suo caso, non c’entra nulla chi ha intorno, è su sé stesso che deve lavorare. È facile lasciarsi trasportare alle suggestioni, eppure non è poi così fuori dal mondo supporre che Norman abbia principalmente ri-calibrato la mente di Wawrinka prima ancora che aggiustare, consolidare, il suo tennis. Allo stesso tempo, è sicuramente una forzatura attribuire al match vinto in rimonta contro Grigor Dimitrov un valore determinante nell’escalation di Stan Wawrinka eppure, dalla notte dove ha schiacciato non Federer bensì la sua proiezione, la sua ombra, la speranza del pubblico, degli addetti ai lavori, di quei “tuttiche probabilmente Wawrinka ha sempre avvertitocontro di lui”, contro il suo essere un “numero due”, contro il suo “non essere Roger”; qualcosa sembra essere scattato. Perché Wawrinka non ha abbandonato Madrid al turno successivo, no, ha avuto la meglio anche su Jo-Wilfried Tsonga, ha liquidato pure Tomas Berdych; prima di deporre le armi in finale, al cospetto del beniamino di casa Rafael Nadal.

«Ho provato. Ho fallito. Non importa. Riproverò. Fallirò meglio». La frase uscita dalla penna di Samuel Becket che Stan Wawrinka si è voluto tatuare sull’avambraccio sinistro lo sprona a riprovarci. Al Roland Garros compie un altro passettino verso la rinascita, o meglio la nascita, battendo Richard Gasquet per 6-7(5) 4-6 6-4 7-5 8-6 e disputando il match più spettacolare dell’anno che gli consegna un biglietto per i quarti di finale. All’US Open sistema Stepanek, Karlovic, Baghdatis, e i top 5 Berdych e Murray, prima di arrendersi in cinque set a Djokovic; il quale gli procurerà l’ennesimo stop nella semifinale del Master. Tornato in top ten a maggio, Stan Wawrinka chiude il 2013 come n.8 del mondo. In mezzo, saltano comunque all’occhio, molti stop burrascosi: una finale persa a s-Hertogenbosch contro Mahut, oltre a una catena di pessime performance da Wimbledon a Gstaad, da Montreal a Cincinnati.

Fallimenti, forse, eppure Stan Wawrinka decide di riprovarci nel 2014. Da una notte madrilena a Melbourne. Nove mesi per dare un senso alla svolta avvenuta un anno prima. Nove mesi per riscattarsi, per liberarsi definitivamente di quell’ombra che sempre ha gravato sulla sua crescita di uomo e tennista, quel nome che al solo pronunciarlo scuote le montagne e che all’Australian Open torna a far male, a catalizzare l’attenzione. Primo turno: mentre Roger supera il modesto Duckworth; Wawrinka approfitta del ritiro in avvio di secondo set di Andrey Golubev. Secondo turno: mentre Roger liquida Kavcic, Wawrinka semina un set per strada contro Alejandro Falla. Terzo turno: mentre Roger annienta Gabashvili; Wawrinka beneficia del forfait di Vasek Pospisil. Ottavi di finale: mentre Roger sistema Tsonga, Wawrinka regola Tommy Robredo. Quarti di finale: mentre Roger infiamma la Rod Laver Arena imponendosi su Murray; Wawrinka estromette il quattro volte campione dello Slam aussie, Novak Djokovic. Semifinali: mentre Roger si piega al cospetto della sua Nemesi, Nadal, Wawrinka stritola Tomas Berdych. Finché, da agnello sacrificale offerto in dono allo spagnolo che non aveva mai perso un solo set contro “l’altro svizzero”; Stanislas Wawrinka diviene il protagonista di un ultimo atto, condizionato sì dall’infortunio alla schiena patito dal portentoso avversario, eppure ugualmente denso di pathos, di significati più o meno nascosti, di suggestioni che hanno visto la luce nel buio di un’ostile notte madrilena, quando solo contro tutti Stan Wawrinka ha respinto un fantasma annidato nella mente. E forse non è un caso che in un’altra notte Stanislas Wawrinka abbia conosciuto la sua consacrazione.

Il 26 gennaio 2014 Stan Wawrinka batte Rafael Nadal e trionfa all’Australian Open

Messi i piedi sul terzo gradino del ranking, Stan Wawrinka chiude l’annata da n.4 togliendosi la soddisfazione di negare a Roger Federer uno dei pochi tornei che mancano al suo sfavillante palmares, il torneo di Montecarlo, – tra l’altro unico evento dove quattro anni prima Stan aveva avuto ragione su Roger negli head to head – in cui “l’eterno secondo” conquista il suo settimo titolo ATP. Il sesto era arrivato a Chennai, ATP 250 indiano dove Stan tornerà a dettar legge anche nel 2015 e nel 2016. Certo, Stan Wawrinka sembra essere un tutt’uno con i suoi umori e di conseguenza la costanza non è il suo forte; non lo sarà mai. Lo svizzero mal digerisce il caldo di Indian Wells, Miami e Cincinnati, si presenta in condizioni deliranti al Roland Garros dove esce al primo turno contro il fabbro Garcia-Lopez, fa harakiri contro Nishikori ai quarti dell’US Open, così come continua a subire Federer; che lo irretisce prima ai quarti di Wimbledon, poi nella semifinale del Master, passata alla storia per i battibecchi con la moglie del connazionale-rivale che lo definisce un “frignone”. Polemiche che non impediscono a Federer e a Wawrinka di far dono alla Svizzera della sua prima Coppa Davis; con Stan costretto a presentarsi sulla terra rossa di Francia con a carico i dolori alla schiena dell’illustre socio e fornendo una convincente dimostrazione di personalità rivelandosi decisivo sia nei singolari che nel doppio.

E venne il 2015. La seppur onorevolissima semifinale raggiunta all’Australian Open – dove perde contro Djokovic -, la vittoria in quel di Rotterdam e una semifinale a Roma – battuto nemmeno a dirlo da Federer -, non impediscono a Wawrinka di scivolare ai margini della top 10 generando una serie di cori che lo vogliono ormai appagato e irrimediabilmente fuori dalla corsa agli slam. L’ennesima conferma del proprio valore, Stan Wawrinka la sbatte in faccia a tutti al Roland Garros dove, dopo essersi sbarazzato di Ilhan, Lajovic, Johnson e Simon, annichilisce Roger Federer, si scrolla di dosso Tsonga e l’afa, per infine lasciare senza parole e alternative un allibito Novak Djokovic. Dati alla mano, il 7 giugno 2015 Stan impugna il suo secondo titolo del Grande Slam per incorniciare una stagione che l’ha visto impugnare pure l’ATP 500 di Tokyo, un quarto a Wimbledon e le semifinali all’US Open e al Master.

Esaltante, altalenante, consacratorio, sarà il 2016. Fedele alle proprie contraddizioni e intermittenze, Stan Wawrinka perde match che mai avrebbe dovuto perdere – vedisi i quarti a Marsiglia con Paire, gli ottavi a Indian Wells con Goffin, il secondo round a Miami con Kuznetsov, il secondo turno a Roma con Monaco, il primo step al Queens con Verdasco, gli ottavi a Shanghai con Simon, i quarti a Basilea cont Misha Zverev e il secondo turno a Parigi-Bercy con Struff – si incrina al cospetto delle proprie fragilità a Melbourne – dove viene sorpreso da Raonic agli ottavi -; nella semifinale dello slam parigino – dove si fa irretire da Murray -; nel penultimo atto di Toronto – dove a circuirlo è Nishikori -; e nella finale di San Pietroburgo – dove regala il primo successo ATP ad Alexander Zverev -; mentre detta legge a Chennai, a Dubai, a Ginevra e, soprattutto, firma il tris slam all’US Open. Dopo aver esposto il disco rosso a Verdasco e a Giannesi, al terzo turno annulla un match point a Daniel Evans, per poi smorzare le aspettative della sorpresa Marchenko, battere Juan Martin Del Potro, prendersi una secca rivincita su Nishikori e, all’ultima tornata, innalzare il proprio livello di gioco a picchi tali da risultare incontenibile persino per Novak Djokovic.

Dopo il bis-slam a Parigi nel 2015; l’11 settembre 2016 Stan si impone a New York (AP Photo/Darron Cummings)

Fino a questo momento gli ultimi acuti di Stan Wawrinka sono rappresentati dalle finali di Indian Wells e del French Open, perse nel 2017 rispettivamente contro Federer e Nadal, una semifinale all’Australian Open, sempre nel 2017 e sempre con Federer pronto alla zampata, ed il bis messo a segno a Ginevra nel medesimo anno consistente nel suo 16esimo sigillo in carriera. Un problema al ginocchio sinistro, manifestatosi sin dalla finale di Parigi, lo costringe infatti a sottoporsi a due interventi chirurgici. A luglio Stan Wawrinka saluta quindi il circuito da n.3 del mondo, per riapparire a gennaio 2018 appesantito e con la mente nuovamente mal settata. Il crollo che lo ha spinto fino alla 263esima posizione del ranking è stato costellato da prestazioni mediocri, rese drammatiche tanto dalle condizioni fisiche mai propriamente ottimali, quanto dalle incertezze tecnico-tattiche che ne hanno influenzato le illimitate potenzialità. Seppure sono stati sufficienti sporadici bagliori di luce per consentire allo svizzero di riassaporare la top 100, la nuova stagione sarà cruciale per l’uomo Wawrinka, avviato verso i 34 anni, eppure ancora febbrilmente ansioso di dimostrare al mondo di poter mettere a segno un colpaccio.

Nato il 28 marzo del 1985 a Losanna, da padre tedesco e madre elvetica; a tradire le discendenze polacche di Stan è il cognome, seppure neppure il nonno nacque nella patria di Chopin, bensì nell’allora Cecoslovacchia. Forse, per il tennista Wawrinka sarebbe stato meglio così; crescere in un paese dell’est, lontano dall’ombra di Roger Federer; perché per quel piccolo stato la neutralità ha riguardato solo la sfera economico-politico, non certo quella sentimentale, proiettata tutta nella direzione dell’illustre connazionale. Ha dovuto subire tanti smacchi Stan Wawrinka, ed è impossibile quantificare, soppesare le sofferenze interiori da cui si è sentito stritolato e alle quali si è ribellato spesso mostrando il lato peggiore di sé stesso. Tra disfatte clamorose e atteggiamenti rinunciatari o di stizza, Stan non ha ridimensionato il duo dei sogni Federer-Nadal, ha incassato sonore sconfitte da Djokovic, ed al contrario di Murray non è mai stato innalzato al rango di fab four. Eppure Stan Wawrinka ce l’ha fatta. E ha fatto tutto a modo suo. Con una forza, con un impeto, con un’irrequietezza, con una problematicità, con una imprevedibilità, che lo hanno reso unico, inclassificabile. Stan Wawrinka non è un numero uno, ma nemmeno un numero due. Ha combattuto con tre mostri sacri tuttora in lizza per contendersi il titolo di più grandi di sempre e con un quarto che, pure lo ha superato. Chi è, quindi, Stan Wawrinka? Qualcosa di indefinibile. Un campione uscito con rabbia dalle tenebre, un cataclisma in balia della propria natura, un uomo paradossalmente debole capace di impreziosire la storia.

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