Babelplatz, un rogo lungo secoli

«Quando i libri verranno bruciati, alla fine verranno bruciate anche le persone».

Heinrich Heine

Berlino. Quartiere Mitte. Quando tra il 1741 e il 1743 George Wenzelaus von Knobelsforff presentò alla corte del Re Federico II di Prussia un progetto teso a rivalutare la Opernplatz, ossia Piazza dell’Opera, affinché rappresentasse il punto focale del Forum Fridericianum, difficilmente quel regno che avrebbe fatto della cultura un moto d’orgoglio, avrebbe mai immaginato che il 10 maggio del 1933, quel luogo in seguito ribattezzato Babelplatz in onore dello scrittore August Babel; su ordine del ministro della propaganda del Terzo Reich, Joseph Goebbels, sarebbe stato teatro di un rogo durante il quale vennero bruciati circa 25.000 libri di autori illustri, eppure considerati sovversivi, pericolosi per il regime.

Tutto, si fa per dire, ebbe inizio il 6 aprile del 1933 quando il principale ufficio della stampa della Propaganda dell’Associazione studentesca della Germania proclamò una azione contro lo spirito non tedesco a livello nazionale, durante la quale si doveva effettuare una pulizia” – in tedesco Säuberung – della cultura tedesca usando il fuoco. Furono così rilasciati dei comunicati e degli articoli che raffiguravano alcune autorità naziste che parlavano al pubblico. Tempo due giorni e l’associazione studentesca elaborò un trattato, le 12 tesi, in cui affermò il bisogno di una propria cultura e nazione non “infettate” da altre popolazioni. Tra le righe delle 12 tesi, inoltre, si evocavano di proposito le 95 tesi di Lutero – un elenco di frasi che vennero affisse alla porta della chiesa del castello di Wittenberg dando inizio alla Riforma Protestante -; e il precedente rogo dei libri “non tedeschi” avvenuto nell’omonima città nel 1817 come reazione alle influenze culturali del periodo napoleonico. Da lì al 10 maggio il passo fu breve.

Quella notte, nella maggior parte delle città universitarie, gli studenti nazionalsocialisti marciarono in fiaccolate contro lo spirito non tedesco. Fu così che professori, rettori e studenti furono radunati alla presenza delle autorità naziste in punti d’incontro dove poterono assistere al rogo dei libri incriminati, gettati dentro i falò, in un’atmosfera di gioia dove erano presenti perfino delle orchestre; celebrando di fatto l’inizio alla censura di Stato. Circa 40.000 persone applaudirono il delirante discorso di Joseph Goebbels: «No alla decadenza e alla corruzione morale! Sì alla decenza e alla moralità nelle famiglie e nello Stato! L’era dell’intellettualismo ebraico è giunta ormai a una fine. La svolta della rivoluzione tedesca ha aperto una nuova strada. L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo fatto di carattere. È a questo scopo che noi vi vogliamo educare. Come una persona giovane, la quale possiede già il coraggio di affrontare il bagliore spietato, per superare la paura della morte, e per guadagnare il rispetto della morte; questo sarà il compito della nostra nuova generazione. E quindi, a mezzanotte, giungerà l’ora di impegnarsi per eliminare con le fiamme lo spirito maligno del passato. Si tratta di un atto forte e simbolico – un atto che dovrebbe informare il mondo intero sulle nostre intenzioni. Qui il fondamento intellettuale della repubblica sta decadendo, ma da queste macerie la fenice avrà una nuova trionfale ascesa. Io consegno alle fiamme gli scritti di Heinrich Mann, Ernst Glaser, Erich Kastner». 

In realtà, vennero arsi i testi di una novantina di uomini il cui pensiero aveva proiettato una luce sul mondo, tra i quali spiccano Albert Einstein, Ernest Hemingway, Bertolt Brecht, Emile Zola, Erich Maria Remarque, Franz Kafka, Herman Hesse, Joseph Roth, James Joyce, Marcel Proust, Max Brod, Thomas Mann e Karl Marx. In realtà, non tutti i roghi si svolsero durante la notte del 10 maggio, come pianificato dall’Associazione: un pò a causa della pioggia, un pò per via delle fissazioni delle autorità locali, venne considerato il 21 giugno, giorno del solstizio d’estate, una data ideale per consumare la chiusura di quella folle iniziativa. 

Ad ogni modo, ciò che avvenne tra il 10 e il 21 maggio del 1933, non fu un caso isolato. Nel 213 a.C; l’imperatore cinese Qin Shi Huang, allo scopo di eliminare ogni traccia della tradizione che potesse costituire una minaccia al suo mandato imperiale, ordinò il rogo dei libri e sepoltura degli eruditi. Nel 292 d.C; l’imperatore Diocleziano fece bruciare i libri di alchimia della biblioteca di Alessandria. Nel 367, Atanasio, vescovo di Alessandria, ordinò ai monaci egiziani di mandare al rogo determinati testi da lui definiti amorali. Stando alle parole di Pio VII, «distruggere il mortale flagello dei libri» rappresentò un vero e proprio dogma da parte Chiesa di Roma. Di loro spontanea iniziativa i primi convertiti al cristianesimo organizzarono roghi di libri giudicati malvagi e il Concilio di Nicea del 325 ordinò di “bruciare” i libri di Ario e di uccidere chiunque volesse conservarli. Verso la metà del V secolo Leone I Magno dispose nell’Epistola 15, 5 che gli scritti degli Apostoli ritenuti apocrifi fossero «non solo proibiti, ma ritirati dalla circolazione e dati alle fiamme». La stessa fine consigliava il canone IX del II Concilio di Nicea (del 787  per tutti i libri eretici o anche solo sciocchi o contrari alle sacre immagini. 

Con l’inquisizione, i roghi dei libri si abbinarono a quelli dei loro autori. Nel 1320 Giovanni XXII, estese la condanna al libro sacro degli ebrei decretando: «Riducete in cenere il Talmud». Il Concilio di Tarragona del 1234 ordinò il rogo delle traduzioni della Bibbia in volgare. Il 7 febbraio del 1497 a Firenze, sotto alla guida di Girolamo Savonarola, vennero dati alle fiamme libri, opere artistiche, gioielli, abiti. Il vescovo cattolico spagnolo Diego De Landa, mise al rogo manoscritti Maya. Tomás de Torquemada, il Grande Inquisitore spagnolo, condannò a morte 2.000 persone e altrettanti testi di matematica, geografia, letteratura, astronomia nonché copie manoscritte del Corano e del Talmud. Dopo il colpo di Stato dell’11 settembre 1973, i militari cileni sequestrarono e bruciarono migliaia di libri scomodi. Il 29 di aprile del 1976, il generale argentino Luciano Benjamìn Menéndez, ordinò un rogo collettivo di libri, tra i quali si trovavano opere di Proust, Garcia Márquez, Cortázar, Neruda, Vargas Llosa, e Saint-Exupéry. Operazioni simili sono accadute in Russia con lo stalinismo e nella Cina di Mao. 

Ma non è tutto. Nel 1996 il controverso saggista britannico David Irving, perse una causa contro la studiosa statunitense Deborah Pipstadt e venne condannato da una sentenza in cui si affermava che «ha glorificato e si è identificato con il partito nazista tedesco». Una menzogna tuttora alimentata da tanti siti web che attribuiscono a Irving discorsi “negazionisti”; mentre in realtà le sue colpe furono quelle di contestare le cifre ufficiali inerenti alle vittime dell’Olocausto, di dubitare dell’esistenza delle camere a gas in tutti i campi di sterminio, di sostenere che i pogrom della cosiddetta “notte dei cristalli” erano stati compiuti da “sconosciuti” mascherati da SA e di ritenere che Hitler non avesse avuto un ruolo determinante nell’ambito delle politiche di sterminio in quanto Himmler e Heydrich lo avrebbero tenuto all’oscuro fino alla primavera del 1943. Sei anni dopo, recatosi in Austria su invito di un associazione studentesca per tenere una conferenza, Irving venne bloccato lungo un autostrada da otto agenti ed arrestato sotto alla minaccia delle armi; in esecuzione di un mandato d’arresto per apologia del nazismo. Trattenuto per dodici giorni senza potersi avvalere di un avvocato, gli fu negata una qualsiasi telefonata per avvertire i familiari. Non solo, il suo conto bancario in Inghilterra venne congelato, mentre la moglie, malata, e la figlia, undicenne, furono costrette a lasciare la loro casa di Londra. 

Questi fatti avvennero nella totale indifferenza delle comunità accademiche e della stampa internazionale. Fu pure grazie al silenzio complice, ma soprattutto vigliacco, di tanti suoi colleghi, intellettuali e uomini di cultura, se David Irving è stato condannato a tre anni di carcere, di cui ha scontato 400 giorni. Nel frattempo le autorità austriache hanno proceduto alla distruzione dei libri di Irving presenti nelle biblioteche degli istituti di pena. In che modo? Semplice, facendoli bruciare. 

Tutto ciò, in attesa del prossimo rogo.

Babelplatz
Il monumento di Micha Ullman che ricorda il rogo dei libri del 10 maggio 1933 a Babelplatz

 

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