Morley, se stai leggendo c’é ancora tempo

«Se stai leggendo questo, c’é ancora tempo». Ed il tempo per Morley è un mescolarsi tra passato, presente e futuro; tra le pieghe di una proiezione intima, sensoriale, prima ancora che legata allo scorrere delle ore, dei giorni, della vita. Morley non combatte il consumismo, non posa la propria attenzione sul razzismo, non sentenzia sulle guerre e il bisogno di pace nel mondo. Per Morley l’essere umano si consuma senza che gli sia imposto di sottostare a diktat sociali, senza piegarsi al sistema, perché la vera guerra è quella che ognuno combatte all’interno della propria anima in una rilettura infinita di ciò che è stato o avrebbe potuto essere, nella speranza di un futuro che forse non sarà, ma per cui è necessario lottare. Per Morley la pace è avere qualcosa per cui lottare, per cui soffrire, per cui essere felice.

Morley non è un uomo sereno. Non lo era nemmeno da ragazzino; la mano deliziosa, la mente carica di idee. Nato a Iowa City, divenuto maggiorenne, una notte è stato svegliato da un canto fatato, irresistibile propiziatorio. Era la città degli angeli. L’ha raggiunta in autostop. Ha fatto un po’ di tutto, perché in fondo poco cambia tra servire un hamburger e timbrare un cartellino per una compagnia pubblicitaria, se la mente è altrove. Morley sentiva il bisogno di lasciare un segno. Non nella storia, non all’interno di una galleria, tra la gente. La sua tela, il suo libro è diventata Los Angeles. 

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La maggior parte dei suoi pensieri, Morley li esprime attraverso manifesti; li considera ideali per fissare adagi, riflessioni, desideri, miraggi. La sua non è un’arte destinata a essere cancellata, sono parole che per quanto potrebbero venir strappate, basta qualche colpo di rullo per ritrovarle incollate da qualche altra parte. La sua unicità prende vita proprio da questo: se l’arte è sempre in balia delle mode, le parole no, se uscite dal cuore, accompagnano lo scorrere dei secoli restando sempre attuali. 

Morley si concentra sull’amore universale, sulla perdita, sul bisogno di andare avanti, senza però mai dimenticare ciò che è avvenuto alle proprie spalle, ciò che lo ha spinto, trascinato fino a lì. «Ti ho trovato nascosto nelle parti di me stesso che avevo dimenticato da tempo». Di chi e con chi parla Morley? Con sé stesso o anche solo con chi è disposto a leggerlo, con chi è disposto ad attribuire a «ogni miglia che percorri un qualche significato», con chi ama o ha amato, con chi l’ha reso chi è, con chi ha paura di perdere, con chi ritiene non potrebbe mai perdersi dato che «ai piedi del precipizio la mia unica speranza è quella di trovare la tua mano nella mia».

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Morley non è pessimista, al massimo lo si potrebbe definire malinconico.  Disinteressato a esporsi sui grandi temi sociali, il suo solo suggerimento è «rendi questo posto, un luogo migliore»; e se pure dovesse andare male «un giorno diremo che tutta la merda che ci ha portato qui valeva il momento in cui tutto aveva un senso». Perché, ecco, il grande tema di Morley, va ribadito per l’ennesima volta, è la vita e i suoi perché. Morley, che diventato papà proprio nell’anno in cui ha perso il padre scrive: «il più grande regalo che mi hai fatto è stata la forza di sopravvivere perdendoti». 

Morley che nel solo cartellone in cui non è lui stesso a parlare, da la voce a un gatto: «ti amerò anche quando dimenticherai d’amarti». A testimonianza della fragilità, dell’incapacità umana che spesso ci spinge, l’un l’altro, in direzioni opposte; a volte gentilmente altre brutalmente. Per infine scoprire come ciò che è contato per davvero è stato di aver bruciato ogni momento fino al filtro.

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