Stig Dagerman, il genio bruciato dal dolore

«Cos’è allora il tempo se non una consolazione dato che niente d’umano può essere perenne?».

Di tutti i valori, Stig Dagerman riteneva che il solo in grado di rendere gli esseri umani migliori, di avvalorare il loro passaggio sulla terra, fosse la purezza. La negazione di una qualsiasi forma di compromesso, l’empatia che permette di entrare in sintonia con il prossimo, di generare quella solidarietà emotiva che converge in fratellanza, rappresentavano per Stig Dagerman il comandamento principale, la meta che sola poteva donare pace all’anima. Eppure, crescendo lo scrittore svedese si rese conto come la purezza stesse perdendo ogni parvenza di significato. Responsabile di quel imperdonabile degrado erano le strutture che influenzavano la crescita umana, dalle famiglie agli insegnanti, a chiunque svolgesse un ruolo di guida, che impartisse i diktat dettati dall’esperienza; ossia un vile tentativo di negare tutto ciò che si era sperimentato di più puro, di più vero da bambini. Stig Dagerman riconobbe il cinismo spaventoso, implicito, che si cela dietro all’esperienza, quasi essa fosse il massimo obiettivo da perseguire nella vita. Per questo, l’ingresso nel mondo adulto lo destabilizzò. L’inesperienza per Dagerman era il sale della scoperta, un approccio privo di ipocrisia sul mondo, uno sguardo carico di aspettative rivolto a un miraggio. Per questo motivo Stig Dagerman temeva l’esperienza, madre del compromesso, ossia di un meccanismo contorto spesso guardato con rispetto e ammirazione, ma al contrario, un demone che mira a distruggere la parte migliore, la parte più pura di sé stessi. Per questo motivo, Stig Dagerman si bruciò.

Stig Dagerman nasce il 5 ottobre 1923 a Älvkarleby, un comune svedese che in quegli anni contava appena 2.000 anime, nella casa di campagna dei nonni paterni. I suoi genitori non erano sposati e il padre, un operaio artificiere senza un posto fisso, non aveva i mezzi per mantenere sé stesso, figurarsi una famiglia. Abbandonato dalla madre quando aveva appena due mesi, furono così i nonni a crescerlo. Se della madre poté percepirne la mancanza senza mai comprendere lo spessore di quell’assenza, l’uccisione del nonno da parte di uno squilibrato e, poco tempo dopo, la perdita della nonna colpita da una emorragia cerebrale, destabilizzarono Stig al punto di commettere, appena diciassettenne, il primo di una serie di tentati suicidi. Fu allora che il padre, assunto in comune a Stoccolma e, sposatosi con un’altra donna, gli propose di raggiungerlo nella capitale. 

Ad unire Stig Dagerman al padre fu la passione politica tanto che a partire dall’ultimo anno di ginnasio entrò a far parte del movimento anarchico-sindacalista. Schieratosi contro il dilagante nazismo, un suo insegnante, Erland Lindback, lo ricorda mentre mostra ai compagni di classe il saluto a mano tesa esortandoli a tenersi alla larga da certe brutture perché «il saluto di un essere umano non dovrebbe esser così, la mano dovrebbe essere rilassata e aperta alla stretta». In verità le convinzioni di Stig Dagerman erano qualcosa che andavano ben oltre alla ragion di Stato, in quanto la sua era una “politica dell’impossibiledove etica sociale e solidarietà verso il prossimo erano baionette puntate contro la corruzione, la brutalità, ma forse ancor più contro il compromesso, considerato da Dagerman «il grande male».

Stig Dagerman iniziò precocemente l’attività di scrittore in seno all’Unione Sindacale Giovanile per poi elevarsi a redattore del giornale “Storm” e, successivamente della rivista anarcosindacalista “Arbetaren”; per la quale curò prevalentemente di fatti di cronaca. Stig tentò di respingere l’ansia che ancora lo atterriva per la perdita della ragazza amata – e che lo spinse a tentare per la seconda volta il suicidio – incentrando il suo primo romanzo, “Il serpente”, sull’angoscia e il senso di colpa. L’opera, datata 1945, piacque alla critica e, dimessosi dall’incarico di redattore di “Arbetaren”, decise di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura non giornalistica. Fu così che l’anno dopo, a Kymmendöuno, nella residenza di Strindberg, scrisse “L’isola dei condannati”; una storia densa di simbolismi e carica di una tensione tale da essere recensita come come “un castello di terrore, un’ubriacatura di terrore”.

Anita Björk och Stig Dagerman 1952
Stig Dagerman e l’attrice svedese Anita Björk

Al che, la produzione di Stig Dagerman subì un’accelerazione. In primo luogo, nell’autunno dello stesso anno, il quotidiano “Expressen” gli affidò l’incarico di scrivere una serie di reportages dalla Germania sulla situazione del Paese dopo la sconfitta subita nella Seconda Guerra Mondiale. Presero così forma una serie di articoli, raccolti l’anno dopo nel volume “Autunno Tedesco”, in cui l’autore svedese non si lascia travolgere né da superficiali sensazionalismi, né da desideri di vendetta, partecipando alle sofferenze degli umiliati, allo stesso tempo senza dimenticarne le colpe.

Nel 1947 fu messa in scena la sua prima pièce teatrale, tratta dal dramma “Il condannato a morte”; ben presto rincalzato da una splendida raccolta di racconti  intitolata “I giochi della notte” e dai romanzi, “Pene delle nozze” e, soprattutto “Bambino Bruciatoforse il suo capolavoro più doloroso e profondo. All’apice del successo, Stig Dagerman si sente soffocato dalle aspettative e si ritrova stritolato tra i meandri di una tensione intollerabile al punto da confidare all’amico Bengt Ekerot: «sono irrimediabilmente malato di una malattia diabolica che si manifesta con un odio incessante nei confronti di me stesso».

Nel 1949 vide la luce la burla popolare dai tratti satirici a cui diede il titolo “Preoccupazioni matrimoniali“; alla quale fece seguito un saggio breve quanto lacerante, “Il nostro bisogno di consolazione”. In preda a un tormento ingestibile, Stig Dagerman trova la spinta per scrivere una serie di racconti di uno spessore unico quali “L’auto di Stoccolma“, “Uccidere un bambino“, “A casa della nonna” e “La scacchiera da viaggio” – contenuti nella raccolta “Il viaggiatore” -, le opere brevi “I vagoni rossi” e “L’uomo di Milesia”; per quindi chiudere la sua breve parabola con alcuni racconti toccanti tra cui “L’uomo che ama” e “L’uomo che deve morire”.

La separazione dalla prima moglie, il difficile rapporto con la nuova compagna, l’attrice Anita Björk, ma ancor più l’assordante depressione di cui soffriva da ormai quattordici anni, lo accompagnarono fino al garage della sua abitazione a Enebyberg dove, il 5 novembre del 1954 verrà trovato morto, asfissiato dai gas di scarico della sua automobile. Aveva solamente 31 anni.

Eppure Stig Dagerman non perse la sua lotta, semplicemente si consegnò a sé stesso, alla propria intima, inestinguibile sofferenza; vendicò se stesso, in un ultimo disperato, tentativo di salvezza, nella speranza di riscattare il valore per lui importante più di ogni altro: la purezza. Negli abissi della propria anima Stig Dagerman si riscoprì irrimediabile bruciato, preso in ostaggio di un mondo crudelmente violato, in cui non vi era più spazio per la sua innocenza. 

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