Andrej Tarkovskij, tra sogno e preghiera

«Sono persuaso che nulla di serio possa nascere senza fondarsi sulla tradizione. Non posso uscire dalla mia pelle di russo, dai legami con il mio paese, da quello che è stato fatto nel passato all’interno della mia terra. Sono affascinato dal processo di crescita di quanto viene dalla terra, di ciò che spunta dalla profondità, gli alberi, l’erba… Trovo meraviglioso, quasi commuovente, come tutto tenda verso il cielo che per me non ha alcun valore simbolico. Considero il cielo vuoto e la sua sola valenza è quello di specchiarsi nella terra tramite l’acqua. Per questo non vedo il fango, vedo la terra mescolata all’acqua, il limo da cui nascono le cose. Credo nella purezza della natura, nella sua bellezza, nella sua cattiveria. Allo stesso tempo, tutto mi porta a pensare che stiamo creando una civiltà che minaccia di distruggere l’umanità. Ci rifiutiamo di ammettere che stiamo diventando imperdonabilmente, colpevolmente ed irrimediabilmente materialisti. Per questo motivo nelle mie opere mi aggrappo alla preghiera, alla spiritualità, alla fede» Andrej Tarkovskij.

Andrej Tarkovskij nasce il 4 aprile del 1932 a Zavraž’e in un piccolo villaggio sulle rive del Volga; figlio di Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij, un poeta, nonché principe regnante del Dagestan, e di Marija Ivanovna Višnjakova Tarkovskaja, la quale lavorava come impiegata presso una tipografia della zona. Siccome il padre era un uomo di bellissimo aspetto tanto quanto privo di un minimo senso di responsabilità verso la propria famiglia, fu la madre a garantire ai figli una crescita dignitosa facendo leva su un’indole tenace, resa ancora più inflessibile da un profondo senso religioso che sin dall’infanzia troverà dimora nel cuore di Andrej. L’abbandono del padre, avvenuto quando Andrej aveva appena tre anni, lo legò visceralmente alla madre la quale, quando nel 1945, a guerra terminata, lui si ripresentò a casa si oppose con fermezza all’intenzione di portare il figlio via con sé.

Cresciuto sotto l’influenza religioso-spirituale, della madre, quando  ventenne si iscrive all’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze di Mosca, inevitabilmente Andrej si scontra con un ambiente accademico ateo, di durissimo stampo stalinista. Conscia del disagio del figlio, due anni dopo la madre gli consiglia di interrompere gli studi per andare a lavorare come geologo raccoglitore nella taiga siberiana. Per circa quattro anni Andrej Tarkovskij trascorre così buona parte del tempo impegnandosi in lunghe escursioni, riassaporando quel contatto con la natura che lo aiuta a ritrovare quegli stimoli, quelle motivazioni che gli consentiranno di trovare la propria strada. Non a caso, a quel periodo risale la sua prima sceneggiatura dal titolo “Concentrato”. Destinata a rimanere sulla carta, la storia verteva intorno al capo di una spedizione geologica che aspettava la barca con i “concentrati” dei minerali raccolti durante la spedizione.

Tornato a Mosca, Andrej Tarkovskij si iscrive al VGIK; ovvero la scuola di cinematografia più prestigiosa della Russia. Correva l’anno 1956 e Tarkovskij ebbe modo di seguire i corsi di Michail Romm, regista considerato una sorta di profeta in patria in quanto massima espressione di quel realismo socialista tanto in auge, ma allo stesso tempo un vero “maestro” capace di accogliere le idee dei suoi allievi affinché potessero sviluppare personali scelte estetiche. 

Risale al 1956 il suo primo cortometraggio, “Gli uccisori”, rielaborazione di un celebre racconto di Ernest Hemingway ed in cui Andrej Tarkovskij si presta per un cameo; a cui segue da lì a un anno il medio-metraggio: “Non cadranno foglie stasera”, storia di un manipolo di militari impegnati nello smistamento di una strada dove sono state rinvenute bombe risalenti alla seconda guerra mondiale. Nel 1960, come saggio di diploma, il russo presenta “Katok i skripka”, medio-metraggio fortemente onirico – nonché caratterizzato da elementi, come ad esempio l’acqua, che Tarkovskij riutilizzerà nell’arco della sua filmografia -, che racconta l’amicizia tra un bambino che studia violino e un operaio asfaltatore. 

Nikolay Burlyaev in una scena di “L’infanzia di Ivan”

Se nel 1961 Tarkovskij sposa un’attrice conosciuta ai corsi del VGIK, Irma Rauš, l’anno dopo sarà cruciale per la sua crescita personale ed artistica dato che non solo nasce il suo primo figlio, Arsenij Andreevič, ma realizza anche la sua opera prima: “L’infanzia di Ivan”. Il progetto, tratto dal racconto “Ivan” di Vladimir Bogomolov, fu affidato dalla Mosfil’m ad Andrej Tarkovskij dopo essere stato sottratto, nel dicembre precedente, alla regia di un certo Eduard Abalov. Il film, la cui sceneggiatura venne riscritta in quindici giorni, racconta come durante la Seconda Guerra Mondiale, nella zona dal fiume Dnepr; il dodicenne Ivan – rimasto orfano in quanto il padre è stato probabilmente ucciso al fronte mentre la madre è a sua volta morta -, si unisca prima ai partigiani e poi all’esercito regolare sovietico per combattere gli invasori tedeschi. Il colonnello Grjaznov e il capitano Kholin, che si prendono cura di lui al punto che il primo vorrebbe forse adottarlo al termine della guerra, sfruttano la sua abilità nel muoversi inosservato in quei luoghi paludosi per inviarlo in missioni esplorative oltre le linee nemiche. Questa vicenda, priva di una qualsiasi forma eroica o realista cara alle opere socialiste dell’epoca, resa indimenticabile anche per i lunghi carrelli che attraversano le paludi, le digressioni oniriche e i poetici simbolismi, si aggiudica il Leone d’Oro ex ecqueo con “Cronaca Familiare” di Valerio Zurlini al Festival di Venezia.

Ad ogni modo, se parecchie scelte del regista furono dettate dalla limitatezza dei mezzi finanziari e dai tempi a dir poco stretti, alcune scelte si rivelarono vincenti; una su tutte la scelta del giovanissimo protagonista, notato ai tempi in cui Andrej frequentava il VGIK perché aveva interpretato un ruolo in un saggio cinematografico del suo compagno di corso Andrej Končalovskij – tra l’altro quest’ultimo, fu basilare ad affiancare Tarkovskij alla regia seppure venne accreditato solo come attore -. Tornando a Nikolay Burlyaev; si rivelò uno dei più talentuosi attori bambini della storia del cinema russo, tanto che il regista lo vorrà nuovamente con sé, affidandogli una parte di rilievo pure in “Andrej Rublëv”; secondo film firmato dal regista e che segnò il rafforzamento delle incomprensioni con il regime, destinate a trasformarsi di anno in anno in vere e proprie ostilità. 

Girato nel 1966, “Andrej Rublëv” rilegge la storia della Madre Russia del 1400 tramite le gesta del pittore di icone che da il titolo al film. Per circa tre anni, Tarkovskij e Koncalovskij lavorarono al copione studiando scritture medioevali e l’arte del periodo. Misticismo, fede, esaltazione della terra madre, ma anche scene simboliche come la fusione di una campana, palesemente un inno all’unione del popolo contro il tiranno, fecero della pellicola un testamento destinato a passare alla storia del cinema. Ad avvalorare il film fu anche il Premio della Critica Internazionale al Festival di Cannes, giuntovi solo dopo lunghe pressioni che videro intervenire persino il ministro francese per la cultura. Più ostica fu l’accoglienza di Russia in cui “Andrej Rublëv” venne proiettato solo nel 1971 riscuotendo un buon successo nonostante la cappa di silenzio che lo avvolgeva. Basti pensare che nessun articolo, nessuna recensione e perfino nessuna informativa sulle sale in cui veniva proiettato.

Anatolij Solonicyn in una scena del film “Andrej Rublev”

Sul set della sua opera seconda, Andrej conosce poi Larisa Pavlovna Egorkina, che sposò in seconde nozze nel 1969, e da cui nel 1970 ebbe Andrej Andreevič, il secondo figlio. È nell’aprile di questo periodo che Andrej inizia a scrivere un diario contenente il resoconto delle traversie burocratiche e delle sue complesse vicissitudini umane, dando forma, insieme a “Scolpire il tempo”, nel quale definisce la propria idea estetica, a una documentazione basilare per comprendere meglio la sua opera.

Tanta introspezione ha indubbiamente influito nello sposare un progetto ambizioso e metafisico come “Solaris”. Tratto dall’omonimo romanzo di Stanislaw Lem, il film racconta di una spedizione scientifica inviata sul pianeta Solaris, in cui avvengono fenomeni misteriosi che portato alla scoperta di come l’oceano del pianeta sia una vera e propria entità senziente che materializza il passato e i ricordi. Infelicemente presentato in occidente come “la risposta sovietica a “2001: Odissea nello spazio”; in Italia “Solaris” fu affidato a Dacia Maraini, che vi operò profondi cambiamenti: gli iniziali quaranta minuti furono tagliati e altre scene arbitrariamente rimontate, ovviamente senza il consenso di Tarkovskij che in seguito, intentò senza successo una causa legale contro l’italiana. Questa versione del film – peraltro doppiata in maniera indegna – circolò in Italia per quasi un trentennio, fino alla riedizione nel 2001 che finalmente le rese giustizia.

Andrej Tarkovskij iniziò quindi a lavorare a “Lo specchio“ che, oltre a dimostrarsi la sua opera più personale, emana un fascino sconfinato oltre a un virtuosismo visivo potentissimo, finalizzato alla creazione di un’atmosfera eterea in cui il passato, il presente e i sogni si fondono in un unico arco atemporale; su cui si innestano immagini d’archivio che danno vita a una raffinata ricostruzione della storia della Russia. Per comprendere la difficoltà del progetto, basti pensare che Vadim Ivanovic Jusov, da sempre fedele operatore del regista, rifiutò di partecipare alle riprese perché considerava la sceneggiatura presuntuosa e delirante.

Riposta questa preziosa gemma in un cassetto, l’ostilità del regime divenne ancora più aspra. Ostacolato in tutto e per tutto, non solo ne fu impedita la partecipazione a qualsiasi festival, in patria fu considerato un film di terza categoria, per cui fu proiettato in piccole sale di periferia per appena tre settimane. Una serie di circostanze impedirono a  Tarkovskij di sviluppare la possibilità di tramutare in film quello che il russo era certo sarebbe stato il suo film più importante: “L’idiota” di Fedor Dostoevskij. Amareggiato, tra il 1976 e il 1977 Andrej Tarkovskij si dedica quindi al teatro mettendo in scena a Mosca il “Amleto” di Shakespeare, con Anatolij Solonicyn nel ruolo del principe di Danimarca. 

Fu solo grazie a un permesso speciale del Presidium del Soviet Supremo, che nel 1978 Andrej Tarkovskij tornò dietro alla macchina da presa con “Stalker”; tratto da “Picnic sul ciglio della strada”, un romanzo di fantascienza dei fratelli Strugackij. “Stalker” racconta un viaggio all’interno di una misteriosa Zona, di cui si dice esista una stanza in cui si esaudiscono i desideri. Protagonisti del viaggio sono lo stalker, cioè una guida che sa come muoversi all’interno della Zona, uno scienziato e uno scrittore. Con questa opera dal sapore post apocalittico, Andrej Tarkovskij creò una dimensione talmente enigmatica e suggestiva da annullare l’esigenza di un vero e proprio sviluppo narrativo. Fattori questi che fecero calare sulla pellicola l’ostracismo del regime che ne impose la presentazione in un festival minore a Rotterdam affinché ne fosse impedita la première a Cannes, nella cui rassegna giunse ugualmente riscuotendo il plauso del pubblico e della critica.

Aleksandr Kajdanovskij e il cane nero di “Stalker”

Nel luglio del 1979, Andrej ottiene il permesso di espatrio per recarsi in Italia per prendere contatti con la RAI. Concessione che non venne fatta alla moglie e al figlio, i quali furono trattenuti in URSS a garanzia del suo ritorno. Il soggiorno italiano, fa si che il russo giri insieme a Tonino Guerra un documentario dal titolo “Tempo di viaggio” per quindi iniziare a collaborare insieme allo sceneggiature romagnolo a “Nostalghia”. Tornato in Russia, nell’aprile del 1980 Tarkovskij riprende un aereo per l’Italia in modo da ritirare il David di Donatello per “Lo specchio” e terminare il lavoro iniziato l’anno prima. La situazione però si fece a poco a poco sempre più insostenibile rendendo inevitabile la decisione, durante un soggiorno in Italia, di non fare mai più ritorno in patria, dando così inizio dal 1982 a un’esistenza da esule che lo vide girare per tutta Europa e per gli Stati Uniti. 

Fu comunque in Italia che Tarkovskij trovò il maggiore sostegno: oltre a concedergli la cittadinanza onoraria, il comune di Firenze gli donò infatti un appartamento a Palazzo Gianni-Vegni; così come la regione Toscana lo sostenne in tutto e per tutto durante la realizzazione di “Nostalghia”, destinato a conquistare il Gran Premio della Giuria a Cannes. Girato nella campagna senese, a partire dal titolo Andrej Tarkovskij semina nel film la sua vicenda personale, proiettandosi nei panni di un intellettuale russo che si trova in Italia per scrivere la biografa di un musicista del XVIII secolo e finisce con il fare amicizia con il matto del paese il quale gli affida un voto da compiere in sua vece: attraversare con una candela accesa la piscina di Bagno Vignoni. Sempre nel 1983 al Covent Garden di Londra andò in scena il suo “Boris Godunov” con la direzione musicale di Claudio Abbado. 

Andrej Tarkovskij sul set del suo settimo e ultimo film: “Sacrificio”

L’anno seguente, pur vivendo in Italia, Andrej chiese e ottenne asilo politico negli Stati Uniti, mentre nel 1985 grazie all’interessamento di Ingmar Bergman, si recò in Svezia per girare “Sacrificio”; storia di un uomo che in seguito allo scoppio della guerra fa voto a Dio di rinunciare a tutto ciò che possiede se il mondo sarà salvato. Presentato a Cannes; la Palma d’oro andò a “Mission” di Roland Joffé, scatenando fortissime proteste perfino da parte del Presidente francese François Mitterrand, che parlò addirittura di “scandalo”. Mitterrand fu molto vicino a Tarkovskij in un’altra importante circostanza: all’inizio del 1986 una sua lettera inviata a Michail Gorbačëv aveva permesso ad Andrej, il figlio di Tarkovskij, di uscire dall’Unione Sovietica per ricongiungersi, dopo molti anni, con i genitori; Larisa era infatti col marito già dal 1982.

Sarà l’ultima gioia di una vita intensa quanto complicata spentasi a causa di un tumore nella notte tra il 28 e il 29 dicembre del 1986 in una clinica di Parigi. I funerali si svolsero il 3 gennaio nella cattedrale ortodossa di Sant’Aleksandr Nevskij e Mstislav Rostropovič intinse di magia il sagrato della chiesa suonando la suite per violoncello nº2 di J.S. Bach. All’offerta da parte delle autorità sovietiche di rimpatriare la salma per seppellirla sul suolo natio, la moglie Larisa rispose sepellendo la salma di Andrej Tarkovskij nel piccolo cimitero ortodosso russo di Sainte-Geneviève-de-Bois.

Andrej Tarkovsky era un poeta che rifiutava le rime baciate, un testimone invisibile, un missionario nostalgico, un mistico alla costante ricerca del trascendentale seppur ferito dalle più profonde debolezze umane, un avido viaggiatore che al tempo stesso necessita di radici, un’anima priva di pace che si aggrappa al potere della preghiera, uno stalker sacrificale disposto a condurci in una zona proibita, in quella stanza dei desideri che altro non è che il nostro subconscio, come un sognatore a cui non è concesso il dono del risveglio.

Andrej Tarkovskij sul set di “Stalker”

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