Kristen Stewart, il dono della diversità

Kristen. Che nome fuori dal tempo. Così denso, corposo, eppure al tempo stesso sottile, delicato, che scivola via senza però mai andarsene fino in fondo. Se poi a Kristen, si aggiunge Stewart, lo senti una volta e non lo dimentichi più. Sembra fatto apposta per restare anche se non vorrebbe, simbolo e concetto dell’ancestrale contrasto che si porta dentro. Non a caso, Kristen significa “consacrata”, un termine solenne, che presuppone una benedizione, un’investitura inviolabile. Nomen Omen, perché stando ai latini il nome è un presagio, in esso vi è indicato il destino. 

Kristen Stewart compie trent’anni. Li festeggia in una quarantena che di chissà quanti giorni si allungherà e che sembra stritolare gli esseri umani nella paura, nell’incapacità di comprendere correttamente termini quali libertà e responsabilità. Condizioni, queste, con cui Kristen Stewart è cresciuta, con cui ha dovuto fare i conti sin da bambina, quando con ancora le orecchie un tantino a sventola e gli occhi già bellissimi perdeva di proposito il bus per farsi accompagnare a scuola sull’auto del papà, in uno spot griffato Porsche.  

Kristen Stewart è la bambina prodigio che prima di compiere quattordici anni ha interpretato una ragazzina vittima di violenza sessuale, che aveva già diviso il set con Glenn Close, Donald Sutherland e Sharon Stone, che si è vista aprire i cancelli dell’Olimpo di Hollywood come figlia diabetica di Jodie Foster sigillata in una camera antipanico; è l’adolescente minuta che non ancora maggiorenne contava al suo attivo un horror tutt’altro che scontato, una pellicola di fantascienza, una manciata di commedie raffinate in cui si mescolano drammi e sentimenti, un ruolo minore ma che esce dallo schermo insieme alle bellezze delle terre selvagge degli Stati Uniti, una scena a tu per tu con Robert De Niro. 

Finché è scattata la trappola Twilight, un’arma di sterminio della personalità che ancora oggi, a oltre dieci dieci anni dal primo capitolo, l’ha incastrata al personaggio di Bella, che ha se non annullato, ridotto, sminuito tutto o quasi di quanto costruito, tanto prima, quanto dopo. Perché non basterebbero le “camera antipanico” protette da pareti in acciaio ai carburi di cromo di tutto il pianeta per respingere l’ipocrita logica di Hollywood, l’abominio dei luoghi comuni, la mostruosità dell’idolatria, la morbosità, l’odio paradossale sputato contro l’eroina di una saga forse dozzinale, ma che ha avuto il merito di lanciare lassù, dove tirano i grandi venti del cinema, un volto eccezionale, un talento fuori quotazione.

La risposta di Kristen Stewart è stata la diversità, la ferma volontà di spaziare tra pellicole tese all’intrattenimento, fiabe rielaborate, drammi strazianti, biografie di nicchia, progetti made in France, oltre a due opere che sarebbe riduttivo catalogarle come “fantascienza” visto e considerato che – sia in “Equals” che in “Underwater” – è il suo sguardo, la sua presenza, il suo spessore introspettivo a fare il film. Alla luce dei fatti, non è forse sconcertante mettere in discussione la carriera di Kristen Stewart? Al di là dell’instancabile dedizione al lavoro, ha accettato sfide di ogni tipo, si è reinventata, ha tentato di trovare un equilibrio in quel maelstrom di forzature, di aspettative, di “non sensi” che ha attraversato il mentre e il dopo Twilight. Viene da chiedersi cosa la stampa si aspettasse, cosa il pubblico pretendesse da una ragazza che non è mai stata una ragazza, assorbita come è sempre stata dalla catena di montaggio dei set, costretta a un gossip sfrenato, costruito certamente meglio di tante sceneggiature che ha portato sullo schermo. 

Oltre 40 film come attrice prima di compiere trent’anni. Ambasciatrice del marchio Chanel. Alcuni videoclip. Musa del calendario Pirelli 2020. Un cortometraggio come regista. Un lungometraggio in cantiere dietro alla macchina da presa. Eppure, al di là della totale inutilità di alcuni film, sorvolando la vigliaccheria distributiva di sfruttare la sua immagine per distogliere l’attenzione sulla sterilità dei progetti in loro stessi, Kristen Stewart è indiscutibilmente l’attrice più sottovalutata, più ingiustamente criticata dell’ultimo decennio. 

Con l’esclusione di rare eccezioni, che tra l’altro hanno coinciso con pellicole un po’ en passant, a Kristen Stewart mancano grandi nomi, grandi autori, a dirigerla. A Kristen manca un Paul Thomas Anderson, un Terrence Malick, un Stephen Daldry, un Quentin Tarantino, un Clint Eastwood, un David Lynch, un Darren Aronofsky, una Jane Campion, una Sofia Coppola; fermandosi ai viventi. 

A Kristen mancano ruoli scritti su di lei; sulla sua indole passionale, contorta, selvaggia, poetica, impetuosa, timida, fragile. Ruoli che la prendano per mano, che la aiutino ad uscire da quella “camera antipanico” ma che al tempo stesso siano un po’ intinti di quel “panico”, di quella delicata forza espressiva che le scorre nelle arterie, a compimento di quel percorso complicatissimo, che l’ha resa quella che è, che ancora troppo spesso la blocca, ma che prima o poi, è inevitabile, la farà sbocciare, prendere il volo.

Sai Kristen, a volte penso che di te, un giorno, non scriveranno libri, ma “mitografie”. I vampiri non sono forse avvolti in un alone di immortalità? Le loro storie non sono forse romanzate all’inverosimile? Le loro verità non emergono forse nel tepore della notte, lontano dal frastuono della luce? Altri giorni mi domando invece se tra anche solo dieci anni sarai ancora dove sei. Se piuttosto non avrai trovato qualcosa di meglio del cinema. Se finalmente sarai lasciata in pace, dolce elfo senza seno.

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