Antebellum, il passato che non muore

«Il passato non muore mai. Non è neanche passato». La citazione di William Faulkner che apre il sipario di “Antebellum” conduce lo spettatore all’interno di una porzione di quell’America nera, crudele, folle e irrisolta che aleggia in ogni suo romanzo. Quell’America è trapiantata anche in “Antebellum”. Una piantagione di cotone confiscata dall’esercito confederato. Schiavi di colore maltrattati, marchiati, se ritenuto necessario uccisi. Una bellissima donna, Eden, che oltre a lavorare nei campi è domestica e concubina del capo di quel luogo di dolore. Tutto suggerisce un’epoca storica che non è. Perché Eden è Veronica Henley, moglie e madre realizzata, oltre che attivista che si batte contro il razzismo e i diritti delle donne. 

Sarà proprio questa lotta sacrosanta a condurla verso il funereo abbraccio del male. Perché se a scandire il passato fittizio di Veronica-Eden è la violenza nuda e cruda, il presente non è certo meno artificioso essendo com’é cadenzato da sorrisi di circostanza, malcelato razzismo, risentimenti pronti ad esplodere; come per l’appunto avviene tramite un “rapimento” che catapulta la storia in unantemai realmente sopito,  mai concretamente superato, anzi, più rabbioso e angosciante.  

Antebellum” è stato fortemente voluto dai produttori di “Get Out” e “Us”; i due titoli cult di Jordan Peele che hanno sterzato i temi razziali verso una direzione horror, il cui terrore è però la conseguenza della degenerazione psicologica che conduce ad azioni obbrobriose.  La scelta di due registi bianchi, Gerard Bush e Christopher Renz, sembra quasi rimarcare il concetto che se il passato, per quanto abominevole, ha nell’imperdonabile macchia dell’ignoranza una nota discolpa; nel presente quando avviene un atto di razzismo è per un irreparabile degrado dell’anima.

Antebellum” si posa sull’intensa e orgogliosa interpretazione di Janelle Monáe, ma non meno cruciale è la sua antitesi bianca, Jena Malone, destinataria di una domanda cruciale: «che razza di donna sei?». Perché non è solo una questione di pelle, il film punta il dito anche sul patriarcato e, ragione in più, come può una donna portatrice di vita accondiscendere l’umiliazione di altri essere umani fino ad accettarne lo sterminio? La musica perfetta e incalzante è un (involontario?) incitamento alle critiche; che inevitabilmente non sono mancate. Non solo l’America del tramonto “trumpiano”, anche quella afroamericana del BLM non ha troppo gradito il prodotto bollandolo superficiale e insincero. 

Personalmente credo invece che “Antebellum” sia un’opera “troppo avanti” per questi tempi banalotti e persuasi che la verità e i diritti siano un fine da perseguire sviscerando la società “reale” (già ampiamente sviscerata) attraverso luoghi comuni e frasi inclusive che riempiono la bocca di belle parole senza però lasciare alcun sapore. “Antebellum” equivale all’opposto: fa succedere il peggio perché “così è”, eludendo una qualsivoglia dinamica sociale, disincarnando i personaggi, quasi a renderli manichini che si muovono in balia di un mondo irreale, di una forza minacciosa e inarrestabile che prevarica e inaridisce cuori e anime. 

E quella forza irreale è il “nuovo mondo” che, poco alla volta ci sta inghiottendo rendendoci spettatori inconsapevoli delle nostre stesse vite. La denuncia in “Antebellum” è mentale, crea domande che vanno al di là delle dinamiche razziali in loro stesse. Quando un’amica della protagonista, i cui panni sono vestiti dalla sempre bravissima Gabourey Sidibe, arraffa un paio di libri della conoscente famosa non è certo una donna di colore caratterizzata come ladra; bensì una persona che approfitta a livello sintomatico del suo status: essere nelle grazie di una scrittrice nota, famosa, che può permettersi champagne di prima qualità a cena, che può vivere il successo per luce riflessa.

Il razzismo è suprematista. Non a caso la corsa verso la salvezza finale è offuscata da una frase pronunciata dal senatore Blake Denton: «non credere che sia finita. Siamo in mezzo al nulla, potremmo essere ovunque». Questo perché la malvagità può confondersi tra pieghe ben più ambigue di un colore. Non a caso la citazione iniziale di William Faulkner proviene dal suo romanzo-saggio “Requiem per una monaca” il cui implicito messaggio è lacerante: bisogna accettare la sofferenza, anche se ci pare immotivata. “Antebellum” ha il valore di una profezia da scongiurare, è la metafora di un futuro in bilico tra l’essere una nuvola di sangue che rischia di essere sventrata e un mondo in cui la paura si inginocchia al cospetto dell’armonia.

One comment

  1. Giovanni Collicelli

    Probabilmente un film da vedere, perchè se ho capito bene esce dai clichè dei soliti film sul razzismo, la scrittura di Samantha Casella è come sempre limpida e ricca di particolari.

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