A Monster Call, quando a chiamare è la vita

L’adattamento cinematografico del romanzo più noto di Patrick Ness, Sette minuti dopo la mezzanotte, è un fantasy a tinte drammatiche destinato a toccare corde nascoste, sensibilissime, difficili da gestire, da accettare. Per Conor O’Malley, dodici anni, cresciuto dalla madre, è inaccettabile che la donna che gli ha dato la vita debba combattere un cancro che, per quanto lei tenti di posare un lume di speranza sul futuro, pare essere giunto alla fase terminale. Incapace di opporsi al bullismo di cui è vittima a scuola, intestardito nel suo evitare di relazionarsi con la nonna materna, amareggiato dalla superficialità del padre, Conor si ritrova costretto ad assumersi responsabilità, soprattutto emozionali, che si sublimano in rabbia repressa, desiderio di fuga, paura. Emozioni urlate attraverso la sua passione: il disegno. Ed ecco che, esattamente sette minuti dopo la mezzanotte, prende vita un regno segreto, pauroso, dove un tasso centenario, visibile in lontananza, dalla finestra della sua camera, al di là di una chiesa ed un cimitero abbandonati, è pronto a squarciare il mondo di Conor, per rivelarsi per quello che è: il mostro.

«Ti racconterò tre storie e quando avrò finito tu me ne racconterai una quarta». È questo il patto, l’accordo che il tasso, il mostro, impone a Conor. Si tratta di tre storie cupe, senza lieto fine perché non sempre c’è il buono in una storia, perché la fiducia è un atto di fede e bisogna fare attenzione in cosa e in chi la riponi, perché se nessuno ti vede, se tutti ti ignorano, sei davvero presente?

Metafore che irrompono nella vita di Conor e hanno come risultato un caos dirompente, fautore di un accumulo di macerie impossibili da smaltire, di un sogno, di una verità inconfessabile che altro non è che la quarta storia. Il combustibile utilizzato dal regista regista iberico Juan Antonio Bayona sembra essere il dolore, più o meno inespresso. In parte, forse, ma il vero fuoco è l’amore. A volte inespresso come quello del padre – Toby Kellebb – conscio di essere l’unico rimpianto provato dalla madre di Conor ma pure di ammettere che a volte «l’amore non sia abbastanza»; a volte devastante come quello della madre di Conor – Felicity Jones – che confida al figlio «avrei voluto avere un centinaio di anni da passare con te»; a volte inesprimibile come quello della nonna – Singourney Weaver – che in procinto di perdere la figlia ha nel legame con Conor il solo appiglio per il futuro in quanto «tu ed io non abbiamo molto in comune, ma una cosa sì, tua madre»; a volte definitivo come quello di un figlio, Conor, – Lewis MacDougall – che esprime tutto il suo vuoto nella sola frase possibile «non voglio che tu te ne vada».

Insieme a lui, il mostro. Un compagno di viaggio emerso da un album da disegno. Niente di più, niente di meno. Il mostro è la nostalgia di un passato intrappolato in una cavità troppo buia. Il mostro è quel genere di dolore da cui non si guarisce. Il mostro è la vita.

Titolo: A Monster Call

Paese: USA, Spagna

Anno: 2016

Regia: Juan Antonio Bayona

Soggetto: Patrick Ness

Sceneggiatura: Patrick Ness

Casa di produzione: Apaches Entertainment

Fotografia: Oscar Faura

Montaggio: Bernat Vilaplana, Jaume Martì

Costumi: Steven Noble

Musiche: Fernando Velasquez

Cast: Lewis MacDougallFelicity JonesSingourney WeaverToby Kellebb, Geraldine Chaplin, Liam Neeson [che da voce al mostro nella versione in lingua originale]

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